La fine (ma non del cristianesimo)

Apparentemente, è inutile prendersi in giro: la Chiesa, e la società cristiana con lei, sta morendo. Devastata da scandali, da apostati che hanno confuso la pastorale con un metodo per far passare ogni ideologia ed ogni eresia al disotto dei radar dell’ortodossia cattolica e della Vera Fede, da gente senza arte né parte che pensa a come sfruttarla per il proprio tornaconto invece che per fare gli interessi di Dio, dai peccati di tutti, dalle profanazioni ritenute “poco gravi”, dal maledetto “dialogo” assurto a panacea di ogni male (con l’effetto collaterale per cui chiunque osi essere fiero della propria religione e la vede come l’unica via ordinaria di salvezza è un pericoloso fanatico ed integralista, sicuramente un superbo), dalla sciatteria liturgica (che altro non è che l’altra faccia della medaglia rispetto alla Dottrina), sembra (e sottolineo sembra) che dall’interno stia avvenendo ciò che i suoi nemici (ed il Nemico per eccellenza, l’Avversario maledetto) si prodigano di fare da sempre: cioè la distruzione, totale e definitiva, della Sposa del Cristo.

Peccato che, in realtà, questa visione pessimistica e non cattolica dei fatti (proprio perché mancante di due cose, cioè della speranza e della fede, dato che Dio non si disinteressa delle vicende umane ma, al contrario, le porta a compimento e finisce per costringere anche il male ad obbedire alla Sua Divina bontà e misericordia) sia falsa. Falsa alla radice, dato che parte dalla stessa analisi della storia dal metro umano, e quindi falso, di coloro che applicano il successo di una istituzione dal numero di adepti ed ignorano Dio, escludendolo dall’orizzonte delle vicende umane. Invece, non è così: a Dio non importa niente dei numeri, tutto è cominciato, a conti fatti, con dodici persone (alcune delle quali pescatori, quindi senza chissà quale istruzione), e Lui non permetterà che le forze degli inferi prevarranno sull’istituzione da Lui formata.

Ciò potrebbe essere vista come la pia speranza di un povero illuso o di un bigotto qual sono, ma non è così. La realtà lo dimostra, e la realtà, a differenza dell’ideologia, non si piega ai desideri di ognuno: se tu non ti adatti ad essa, allora sarà lei a spazzarti via, lentamente o rapidamente ma si può star certi che ciò avverrà. Accade, quindi, che mentre il seminario diocesano della mia città è vuoto, sfornando solo due-tre preti (spesso stranieri, ovviamente) l’anno, ammesso ci siano, questa settimana sono stati ordinati undici (11, eleven, XI) nuovi preti provenienti dal seminario dell’Istituto Cristo Re Sommo Sacerdote. Istituto che, pienamente cattolico (è bene precisarlo, per evitare accuse di scisma o di sedevacantismo), aderisce con fedeltà e rigore alla Dottrina e celebra la Santa Messa secondo il rito di San Pio V (nella forma riveduta da San Giovanni XXIII). Nessuno di questi nuovi preti verrà impiegato, ovviamente, in parrocchie o riceverà dicasteri o posizioni importanti: troppo scomodi sono, sia perché ricordano che l’ideologia (tipo quella dell’abolizione, abusiva ed imposta, dell’uso liturgico di quella splendida lingua, e splendida proprio perché universale, cioè cattolica, che è il latino) è destinata a morire, sia perché indicano che chi si vuole consacrare non vuole farlo con chi ti dice che, in fondo, tu sia prete o laico è la stessa cosa, tanto basta aspettare il prossimo indulto e ciò che oggi è peccato grave domani non lo sarà più. E, per insistere su questa falsariga (ma si potrebbero fare altri esempi, il cui novero aumenta di continuo), se in Belgio il primate è “costretto” (su ordine dell’ultraprogressista, per non usare altri termini più duri ma forse veri, card. Danneels, peraltro noto copritore di pedofili ma “misteriosamente” membro della corte di Santa Marta) a mandare via una fraternità (la Fraternità dei Santi apostoli) di vita consacrata troppo ortodossa e ligia alla Tradizione per i suoi gusti, per il semplice motivo che in tre (3, three, III) anni dalla fondazione vantavano sei sacerdoti e ventuno seminaristi (di cui un diacono), quando il seminario diocesano di Bruxelles forse in un decennio riuscirà a raggiungere quei numeri, cosa vuol dire se non la fine non del cristianesimo e della Chiesa, ma di una idea di Chiesa e di cattolicesimo?

A questo stiamo infatti assistendo: alla morte di una forma, ideologica (e quindi falsa e corrotta), di Chiesa, ma non della Chiesa. E’ la fine dei giochi per quel ramo protestante, eretico, magari socialista e, proprio perché esclude Dio dall’orizzonte umano, infine ateo, non di tutta la Chiesa, men che meno di quella che considera la liturgia e la Dottrina non dei pesi morti o degli inutili estetismi, ma delle parti di eredità dal Cielo da custodire gelosamente. Come ho detto altrove, ciò a cui stiamo assistendo non è altro che l’incendio purificatore in una foresta ormai secca, devastata dagli insetti e dall’arsura, con gli alberi morti e putrescenti: tutto sembra ormai perduto, ma basta che il fuoco arda perché vuoi tra venti, vuoi tra cinquant’anni dai semi nascosti, che covavano sotto terra (e non potendo, quindi essere raggiunti) dal fuoco, ricresca l’intero bosco, più verde e rigoglioso di prima della morte di quello vecchio. Così è la Chiesa: sia da dentro che da fuori sono convinta che per piegarla ai propri interessi (cioè distruggerla infine, in quanto vorrebbe dire farla deviare dalla missione da cui è stata divinamente istituita) basti “darle fuoco”, vuoi con l’aperta persecuzione, vuoi con la derisione, vuoi con la sostituzione dell’ortodossia con l’eterodossia, della Verità con l’eresia, del Corpo Mistico del Cristo con un generico “popolo di Dio”, vuoi quello che vuoi ma alla fine, in realtà, rinascerà proprio grazie a questo, per giunta rinforzata e più ortodossa, fedele, zelante di prima. Con il rischio, peraltro, che gli stessi appiccatori di incendi finiscano per bruciarsi loro stessi: la Chiesa ha il vantaggio che può aspettare secoli, gli uomini misurano il tempo in anni e prima o poi, tecnica o non tecnica, la fossa aspetta tutti. Ma non la Sposa di Cristo.

Se questa è una chiesa

In questi giorni è stato assegnato il premio “Frate Sole” alla più bella nuova chiesa del mondo. Ecco cosa ha vinto, la Iglesia de Iesu di San Sebastián.

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Praticamente un palazzetto dello sport; a seguire abbiamo la parrocchia di Ka Don in Vietnam, in sostanza una Spa.

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E per finire questo triathlon degli edifici che sono arrivati in cima alla classifica (senza vincere però tale “prestigioso” premio), ecco la chiesa della Santa Trinità di Lipsia, cioè un centro commerciale.

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Ora, se all’interno di questi edifici non fosse custodito il Santissimo, si potrebbero qualificare come chiese? A mio avviso niente affatto, non fosse perché manca una cosa importantissima: qualsiasi tratto che le identifichi come chiese cattoliche! Niente croce esternamente od alcun simbolo cristiano (per l’ipocrita principio di “non offendere chi non crede”, quando chi vuole ciò spesso è lui per primo a non credere), niente pianta tradizionalmente associata ad essa (sia ottagonale, a croce latina o a croce greca), niente affreschi, statue od altro che hanno reso grande l’arte cristiana occidentale. Solo dei tristi palazzetti, frutto probabilmente del desiderio di morte e di dissoluzione di certe chiese locali, che danno in mano ad apostati e non credenti la costruzione di luoghi che dovrebbero essere belli, e dovrebbero essere belli proprio perché dovrebbero incoraggiare alla fede. Questi luoghi, progettati e costruiti così, manco sarebbero usati come edifici civili (specie l’ultimo, che sarebbe osceno anche come magazzino); eppure, certo clero autorizza la costruzione di tali obbrobri religiosi, e certo clero li premia pure! Queste costruzioni sono, d’altro canto, il sintomo della perdita di fede e della generale apostasia che sta vivendo la Chiesa: l’arte sacra scaturisce dalla fede, quindi se non c’è fede non può esistere arte sacra degna di questo nome. Nessuno dice che, nel XXI secolo, le chiese vadano costruite come nell’XI: solo che andrebbero rispettati certi canoni, alla ricerca di un bello che educhi ed innalzi il fedele a Dio e non che sia fine a sé stesso (cosa che qui non esiste neanche), usando magari materiali moderni ma non tradendo l’arte sacra. Perché, sfido chiunque in giro per tali luoghi, a riconoscere a colpo d’occhio che tali edifici siano luoghi di culto cattolici.

Amoris Astutia

Tanto, troppo è stato scritto sulla discussa (e discutibile) Esortazione apostolica Amoris Laetitia in questi mesi. Fiumi di parole, specie dalle due fazioni opposte, i “normalisti” (che insistono a sostenere che niente sia cambiato rispetto a prima, e allora non si capisce a cosa servono oltre 260 pagine di documento) ed i “novatori” (per cui con la scusa della pastorale cambia anche la dottrina, e per sempre), questi ultimi pure assurti (con compiacimento papale) al rango di unici interpreti e situati in posizioni chiave nelle varie Conferenze Episcopali e dicasteri. Tuttavia, non posso esimermi dall’esporre la mia opinione, come cattolico e come uomo.

E’ doverosa una premessa: come ho già scritto in passato, il Papa non ha il potere di cambiare la Dottrina (anzi, qualora lo facesse sarebbe eretico e scismatico, scomunicato de facto e non più degno di essere obbedito), di cui deve essere custode e non “innovatore”; allo stesso tempo, però, per il cattolico non è lecito apostatare dalla Santa Chiesa cattolica, né offendere il ruolo di Pietro o muovere critiche infondate e faziose. Se da una parte il presunto “divieto di critica” alla persona (ma non al ruolo) del Pontefice, di cui ora si ciancia molto in una sorta di nuovo culto della personalità che di cattolico non ha niente, non esiste e non esisterà mai, dall’altra parte azioni e parole del Papa non autorizzano ad alcuno scisma o ad abiurare la fede cattolica (la quale comprende anche la comunione e l’obbedienza al Papa ed al collegio episcopale).

Detto ciò, che cos’è “Amoris Laetitia”? E’ un documento inutilmente lungo e verboso, un testo che può essere vista in un modo o in un altro a seconda di chi lo legge (e lo deve applicare): da una parte conferma la Dottrina di sempre (e Bergoglio, che ben distinguo dalla carica di Pontefice, questo lo sa, e non potrebbe essere altrimenti pena la scomunica), dall’altra si presta a nuove interpretazioni riguardo alla Comunione alle persone in stato di peccato mortale e pubblico scandalo (specificatamente, ma non solo, a divorziati “risposati” e conviventi), che contrastano oggettivamente con quanto asserito nel Nuovo Testamento in materia di disciplina matrimoniale e del rapporto tra l’uomo e la donna. Peraltro, se qualcosa ho sempre ammirato della Chiesa è stata la brevità e la chiarezza dei documenti, anche quelli (fin troppo, ed ingiustamente, vituperati) del Concilio Vaticano II: in al massimo poche decine di pagine viene proclamato e ribadito tutto ciò che c’è da sapere (e da applicare) su un determinato argomento; non così questa Esortazione, lunga allo sfinimento e ricca di giri di parole appositamente per dire e non dire, non disfare (formalmente, il che giova a coloro che in futuro dovranno mettere a posto i pezzi in quell’ermeneutica della continuità tanto cara a Benedetto XVI) e disfare (come già hanno fatto a Bergamo e nelle Filippine).

Quindi, in sostanza, cosa deve fare il cattolico osservante in merito a questo controverso documento? Ignorarlo, dacché non aggiunge nulla di nuovo rispetto a prima (e quindi è sostanzialmente inutile, che forse è persino peggio dello scandalo), o leggerlo alla luce della Dottrina e della Tradizione: le altre opzioni non sono cristianamente percorribili, come non è cristianamente possibile ascoltare le interpretazioni date da certi “teologi” ultraprogressisti come mons. Forte e mons. Kasper.

Conversazione con un giovane comunista

Cronaca di un evento appena accaduto.

Ero a lavare i piatti in cucina, quando sento suonare il campanello. Purtroppo, la finestra di cucina si affaccia sulla porta, quindi nello sporgermi per vedere chi suona non posso fare a meno di essere notato: si tratta di un ragazzo, con un enorme fascio di giornali, che mi vede e mi saluta. Sale rapidamente il giramento di scatole: si tratta del commesso di “Lotta Comunista”, giornale che mio padre si ostina a comprare, senza però nemmeno leggerlo e senza partecipare ai loro incontri (e non incappando nella scomunica quindi). Credo che lo faccia più per una sorta di imprinting, dovuto al tradizionale colore rosso della mia terra natia, o forse per un senso di tenerezza nei confronti di questi avanzi del XIX secolo, che nonostante la loro avversione al cristianesimo si sono ormai ridotti a prenderne spunto per cercare di sostituirsi ad esso (senza riuscirci, dacché il comunismo classicamente inteso è crollato col Muro nell’89, e quel poco che è rimasto si è inculturato in radicalismo di massa, trasfigurandosi), mandando in giro volontari casa per casa con pacchi di giornali per autofinanziarsi. Autofinanziamenti, anche questi, che sostanzialmente vengono divorati nella stampa del loro giornale, in un circolo vizioso che per fortuna ne limita dimensioni ed impatto sulla società.

Comunque sia, stancamente (e tristemente) vado a prendere il portafogli, per dare 10 euro in cambio di un fondo di lusso per la gabbia dei miei pappagalli, apro e saluto. Ovviamente, per prima cosa vengo invitato ad un incontro coi “lavoratori” (quali, e di quale età? Oggigiorno a nessuno di quelli che conosco frega niente dei comunisti, men che meno quelli “rivoluzionari”) in un circolo che nemmeno ricordo.

-No grazie- rispondo – è mio padre che compra questo giornale, io anzi sono di idee politiche notevolmente diverse dalla vostre, non mi interessa.-

Pazienza, dice il ragazzo; comunque sia, mi illustra il contenuto della nuova pubblicazione. Tema centrale: i “migranti” (una volta, cioè fino a due-tre anni fa, si chiamavano clandestini, ma pazienza: potenza del politicamente corretto).

– Gi Stati europei importano forza lavoro dall’Africa e dall’Asia – mi spiega – per sostituire la popolazione di un’Europa sempre più vecchia ed avere un proletariato [che belli questi termini, da lessico comunista vecchio stampo!] che si accontenta di paghe più basse. Questi poveretti si ritrovano proiettati in un sistema capitalista che non conoscono e che li tratta come un mero capitale umano, in cui non hanno i mezzi per essere competitivi: per forza che alla fine emigrano da noi! Allo stesso modo, fa comodo per rafforzare le politiche interne europee: la questione dei confini, per esempio. In effetti, tutte le forze politiche vogliono usarli per proprio tornaconto.-

– Mah- replico io -che questa immigrazione clandestina sia voluta, anzi favorita da certe forze politiche e da certi mercati europei è fuori discussione, come pure che i clandestini siano merce di scambio per la politica: chi vuole accattivarseli perché saranno elettori un domani, e chi vuole accattivarsi gli elettori di oggi. Resta però il fatto che questa crisi demografica è stata voluta, ed incoraggiata, dall’Europa stessa: e lo è stato fatto mediante politiche di controllo famigliare e presunti “nuovi diritti”, che hanno portato alla demolizione della famiglia e della società. In altre parole, chi è causa del proprio del male pianga sé stesso: e tentare di importare nuova forza lavoro, sperando di avere una massa umana da poter controllare quando saranno infine costoro a controllarci, è solo l’ultimo spasmo suicida di un’Europa che ha dimenticato le proprie radici. E poi, questo discorso dell’immigrazione di massa come risposta di popoli “poveri” per cercare condizioni di vita migliori può essere vero fino ad un certo punto per l’Africa subsahariana: in quella settentrionale ed in Medio Oriente, tra il Daesh e i vari governi che opprimono le minoranze, si tratta di profughi che fuggono per ben altre motivazioni.-

-Già, il Nord Africa- risponde – dove in realtà ci sono dietro anche gli interessi di grandi potenze emergenti: Arabia Saudita, Turchia, Emirati. E la religione è solo un pretesto per spararsi addosso gli un gli altri, istigati dalle potenze straniere. Prenda per esempio l’Arabia: fino a cinquant’anni fa non erano niente, ora pagano certi gruppi rivoluzionari [non parla di terrorismo, e non mi sfugge: per il comunista rivoluzionario non esiste terrorismo, esistono rivoluzioni] per fare il lavoro sporco al posto loro coi petrodollari che hanno in abbondanza. E’ come quando- ride- gli Stati Uniti iniziarono la guerra in Iraq per “portare la democrazia”: in realtà è l’Occidente responsabile di avere creato certe situazioni di instabilità.-

-Certo- confermo -ma ritenere che la religione sia solo un pretesto è sottovalutare il problema: l’Islam, nelle sue varie interpretazioni, non è solo una religione, ma un totalitarismo [come quello comunista, mi vien da dirgli, ma mi mordo la lingua]. Ed in certi Paesi sono sempre stati prontissimi a massacrarsi a vicenda e, sempre, anche le minoranze, cristiani in primis. Che l’Occidente abbia la sua fetta di responsabilità su quanto avvenuto in Nord Africa è un fatto: ma allo stesso modo non è che i locali fossero pacifici e tolleranti. Anzi, l’Islam ha sempre fatto della conquista e della lotta al “diverso” il proprio marchio di fabbrica: illudersi che tutto ciò nasca dagli interessi degli americani, o dei governi europei, è sottostimare il problema. Prova ne è il fatto che queste guerre sono fomentate proprio da ricchi, e di nuova fondazione, Paesi islamici, che si lanciano l’uno alla gola dell’altro. Ed è inutile illudersi: quei Paesi non sono democratici e non lo saranno mai, anzitutto perché a loro per primi non importa niente della democrazia: vogliono emiri, re ed imperatori, forme di governo che possono capire.-

Taglia corto: mi lascia il giornale, io gli lascio (a malincuore) dieci euro, mi saluta, ci scambiamo un paio di ultimi convenevoli e poi, borbottando, metto la costosa lettiera dei pappagalli sullo scaffale mentre torno a  lavare i piatti, mentre il ragazzo torna in giro a diffondere il verbo comunista. Verbo che, grazie a Dio, è morto e sepolto e sopravvive solo nella testa di nostalgici e di rivoluzionari da salotto.

Il Catechismo ai tempi di Benigni

Questo Santo Stefano è stato turbato, in maniera affatto misteriosa, dal “regalino” di Natale che la Rai (probabilmente Radiotelevisione Apostati Italiani più che semplice Radiotelevisione Italiana) ha voluto fare ai cattolici del Bel Paese: la replica (di cui non si sentiva affatto il bisogno) dei Dieci Comandamenti letti e commentati da Roberto Benigni.

Premetto che a me, Benigni, personalmente piace: nonostante la sua eterna polemica con la destra italiana, da comico schierato a favore di una certa corrente politica (fenomeno questo proprio però non solo dell’Italia) più che della risata, a me ha sempre fatto ridere. Sarà perché è toscano come me, credo, ed anche perché sicuramente non mi reputo al servizio di qualche particolare corrente politica e, per quanto io possa essere certamente qualificato come uomo di destra (non senza orgoglio da parte mia), mai m’è fregato qualcosa di difendere Berlusconi o i suoi: sempre di esseri umani si tratta, affatto avulsi al vizio ed alle piccinerie (come tutti gli altri uomini del resto). Anzi, per quanto mi riguarda la satira feroce nei confronti di certi personaggi era più che giustificata; il problema, però, è che il ficcare siparietti contro la destra italiana all’inizio degli spettacoli su Dante (tra l’altro che cosa c’entra un comico con Dante, ed ancor di più cosa c’entra l’Alighieri con la situazione politica italiana? Boh…), spettacoli pregni già allora di errori teologici ai limiti dell’eresia tra l’altro (come non ricordare la “bellezza” dello Spirito Santo ritenuto emanazione dell’inconscio umano e non, invece, Persona della Santissima Trinità?), a Benigni non bastava più: quello già lo fa tutta la folta scuderia di “comici” Rai, a partire da personaggi mediocri come Crozza e la Litizzetto che si sono fatti (loro sì) un’intera carriera offendendo i politici di certi schieramenti. No, per fare ascolti  e proporre dei temi “originali” bisogna andare su altro, prendere in giro qualche bersaglio di ben più alto livello rispetto a quattro parlamentari a cui, al netto delle ossessioni radicali e comuniste, non frega niente a nessuno: e cosa c’è di meglio se non attaccare la Chiesa cattolica, “rea” di non rispettare il testo biblico (come se poi il cristianesimo fosse una religione del libro, tra le altre cose) sui Dieci Comandamenti, leggendoli in modo troppo poco “letteralista” (su certi punti, ovviamente, non certo su altri)?

Dicevo, questo Santo Stefano è stato turbato per i commenti estasiati in famiglia a questo nuovo spettacolo, quando in realtà (avendo in casa una catechista) non sarebbe certo dovuta essere questa la reazione. Al che mi sono inalberato, dato che è privo di senso che chi si professa cattolico possa bersi quella roba, dato che 1) il parere di Benigni, con tutto il bene che gli si può volere, è a livello di quello di un privato cittadino, non certo di un catechista e men che meno di un teologo (a patto che questi, ovviamente, seguano la Santa Dottrina e non si mettano ad inventare cose “strane”); 2) nello spettacolo si propagandano messaggi dichiaratamente anticattolici. E’ finita che è stato risposto alle mie osservazioni dicendomi che ero soltanto un “burbero” e che comunque piaceva, al che mi è passata la fame e mi son levato dalle scatole ché non avevo voglia di mettermi a litigare con i miei parenti.

Ad ogni modo, vorrei prendere come spunto le affermazioni anticattoliche (ed in definitiva antibibliche, dacché non ha senso andare contro la Chiesa ignorando a bella posta il Nuovo Testamento, con cui la Sposa del Cristo rilegge il Vecchio) per commentarle assieme a voi; al di là delle parti più o meno valide, infatti, c’erano dei punti molto, molto oscuri e chiaramente polemici contro la Cattolica:

La vera bestemmia è fare violenza in nome di Dio (incluse ovviamente Crociate ed Inquisizione): sebbene la violenza ingiustificata sia effettivamente una blasfemia se fatta nel nome di Dio,  comunque sia rimane il fatto che la bestemmia non è soltanto questo, né che le Crociate e l’Inquisizione (romana suppongo, ché ne sono esistite diverse) si possano qualificare come tali. Infatti, le prime erano di principio (al netto di episodi come il sacco di Bisanzio, condannato infatti anche dal pontefice dell’epoca) guerre di difese dell’Occidente cristiano contro un Islam conquistatore e parecchio violento, l’altra una risposta alle eresie (tutto meno che pacifiche, contrariamente a quanto vuole la vulgata corrente) che flagellavano l’Europa nel XVI secolo. In ogni caso, è chiaro che la bestemmia non è limitata alla violenza in nome di Dio, bensì a tutto ciò che è odio e sfregio a Dio; purtroppo, Benigni pur di far polemica usa due pesi e due misure, quindi a volte “limita” i Comandamenti ad un significato esclusivamente letterale, in altri contesti invece li “amplia” (giustamente, vedasi la frode fiscale che sarebbe un furto come effettivamente è). Peraltro, lo stesso Benigni (da che mi ricordi) sembra “giustificare” in qualche modo la bestemmia come intercalare, quando in realtà anch’essa, fatta in modo inconsapevole o no, era e rimane comunque una blasfemia (e delle più stupide, peraltro, dato che offende il Creatore senza alcuna riflessione).

Dio nel Decalogo vieta che si facciano immagini Sue: vero in parte (in realtà  Esodo 20, 4 mai vieta esplicitamente che siano fatte immagini della divinità, ma solo “di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra”), ma questo divieto (come risulta evidente dai versetti successivi) è primariamente contro il culto idolatrico, non certo contro le raffigurazioni di Dio in sé e per sé, ed in ogni caso decade con l’incarnazione del Cristo (che, in quanto Vero Uomo oltre che Vero Dio, può tranquillamente essere raffigurato). Purtroppo, sembra sottendere che le raffigurazioni di Dio nelle chiese siano blasfeme, ma non è affatto vero: blasfema è l’adorazione delle immagini, che la Chiesa difatti non adora ma venera (e non le stesse in quanto tali, ma ciò che rappresentano). Quindi, questa sottolineatura con tutto il contorno di sottintesi è sbagliata, dato che nessun cattolico adora (cioè rende culto) a delle immagini, nemmeno di Dio stesso, e qualora lo facesse comunque sia peccherebbe.

Santificare le feste non significa andare a Messa la Domenica. E qui si legge irrefutabilmente il desiderio di andare contro la Cattolica: se è vero che santificare le feste non è solo andare a Messa la Domenica, noi siamo tenuti a santificare tutte le feste di precetto andando a Messa perlomeno in quei giorni. La differenza è apparentemente sottile, ma sostanziale: nel primo caso sembra che non andando a Messa la Domenica si possano comunque sia santificare (in quale modo non si sa) le feste, nel secondo che per santificare certi giorni dell’anno è necessario andare in Chiesa a rendere culto a Dio. Se è vero che non basta andare a Messa solo la Domenica per santificare certi giorni dell’anno, comunque sia le feste di precetto si possono santificare e festeggiare degnamente solo partecipando alla Messa. Differenza apparentemente insignificante ma sostanziale tra il pensiero cattolico e quello protestante tra l’altro, da cui Benigni attinge fin troppo per il proprio spettacolo purtroppo.

Per il resto, che dire, scelte poco coraggiose e banali: non citazione dell’aborto e dell’eutanasia tra i peccati contro il V comandamento (“convertito” in una sorta di peccato imperdonabile, dato che l’ucciso non potrebbe più perdonare il suo assalitore, quando nulla è impossibile a Dio ed è Lui che perdona e lava primariamente le colpe, non gli uomini) e VI comandamento ridotto ad un mero “non cornificare tua moglie”, con la Chiesa dichiaratamente attaccata su questo (d’altronde, cosa c’è di più innovativo se non accusare la Chiesa di sessuofobia, senza nemmeno provare a capire le sue posizioni dottrinali?). In sostanza, la “colpa” della Chiesa sarebbe proporre una lettura catechistica di questo comandamento troppo restrittiva, senza comprendere che in realtà anzitutto il Cristo stesso amplia il senso del comandamento (e lo ripeto, attaccare la Chiesa ignorando il Cristo è intellettualmente disonesto, oltre che sciocco),  e poi che l’adulterio veterotestamentario aveva un significato in ogni caso più ampio del semplice “non cornificare tuo marito/tua moglie”. Sebbene il senso di questo comandamento (in Esodo perlomeno) fosse primariamente rivolto al preservare la fedeltà coniugale, questo non implica che riguardasse soltanto ciò, né è possibile commentarlo in senso cristiano (o anti-cristiano, in questo caso) senza considerare il Nuovo Testamento e l’insegnamento del Cristo (il quale dice esplicitamente che non è ciò che entra nell’uomo ma ciò che esce dal cuore dell’uomo a renderlo impuro).

Pertanto, un consiglio: se volete studiare e vivere i Dieci Comandamenti sulle tracce del Cristo non guardate lo spettacolo di Benigni, il quale sebbene per lo più dica cose corrette ha cadute di stile (con annesse gravi errori teologici e morali) che lo rendono decisamente mediocre ed inadatto a qualsivoglia catechesi. Sebbene sia certamente più impegnativo, meglio leggersi le omelie di Benedetto XVI sul tema, che sono anche certamente più autorevoli rispetto a quanto è andato in onda sulla Rai. La cosa triste è che la colpa, alla fine della fiera, non è neanche di Roberto Benigni e dela Rai, o almeno non soltanto, bensì da chi pensa che tali spettacoli televisivi siano più autorevoli del Magistero papale ed insegnino il Catechismo agli ignoranti, traendone così falsi insegnamenti.

Buona festa di Maria Madre di Dio!

A scanso di equivoci, questo articolo non è contro il Capodanno: dopotutto, oggi è realmente il primo giorno dell’anno del calendario gregoriano (altro dono della Chiesa a tutto il mondo, peraltro, voluto da papa Gregorio XIII nel 1582 apposta per eliminare tutti i problemi di datazione dell’epoca, inclusi quelli risultati dall’applicazione del vecchio calendario giuliano), ed è giusto e lecito pregare e sperare in un buon 2016, sicuramente migliore dell’anno che ci lasceremo alle spalle. Pertanto, buon anno in Cristo a tutti voi, miei lettori!

Ora che ci siamo augurati un buon 2016 (non nel segno di qualche “moto del cielo” o “buona sorte” imprecisata e paganeggiante ma del Cristo) e ci siamo mangiati (o mangeremo) il tradizionale (e buonissimo) cotechino con le lenticchie, passiamo alle cose più serie, che però molti cattolici dimenticano: oggi è soprattutto, prima ancora che Capodanno, la festa di Maria Madre di Dio. Anzi, è proprio a causa della festa di Maria Theotòkos (“Madre di Dio”, appunto), come la chiamano gli orientali, che papa Gregorio XIII scelse il 1 gennaio come primo giorno dell’anno del suo nuovo calendario. Perché, se bisogna iniziare un nuovo calendario (basato sui calcoli, all’epoca i più avanzati in assoluto, dell’astronomo polacco Niccolò Copernico, alla faccia della leggenda che la Chiesa avrebbe rifiutato i suoi lavori perché in contrasto con il geocentrismo), non farlo iniziando dall’evento cruciale e centrale di tutta la storia, cioè nel fatto che Maria diede alla luce veramente il Cristo, vero Uomo e vero Dio? Mirabile dogma, approvato al Concilio di Nicea e confutante da un lato l’eresia ariana (per cui il Cristo è solo un uomo illuminato, non il figlio di Dio) e dall’altro quella nestoriana (per cui il Cristo non era contemporaneamente Vero Uomo e Vero Dio in una sola Persona della Santissima Trinità, ma esistevano in Lui due persone contemporaneamente, il Verbo ed un uomo illuminato; uno schizofrenico divino, in sostanza), che evidenzia al solito come tramite Maria si possa giungere alla verità sul Suo figlio (se è davvero figlio di Maria significa che è anche Vero Uomo, ma se è Madre di Dio significa che pure è Vero Dio). In altre parole, questo dogma mariano non è fine a sé stesso, né vuole soltanto indicare i singolari privilegi di cui godette la Vergine Maria: al contrario, rimanda sempre al Figlio. Figlio di Dio che non disdegnò, lui creatore, di farsi creatura per amore dell’umanità, amore che lo portò fin sulla croce.

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“Madonna Litta”, Leonardo da Vinci, 1490. Mseo dell’Ermitage, San Pietroburgo.

Tanti auguri per un Santo Natale!

Anzitutto, tanti auguri a tutti per una santa Natività di Nostro Signore Gesù Cristo! Magari a qualcuno piacerebbe un articolo più tagliente, più sferzante, che esplichi meglio le contraddizioni della nostra società per quanto riguarda questa festa (di origine cristiana, checché ne dicano gli ignoranti ed i polemici), ma non si può: non ora, almeno. Il Cristo, il Figlio del Dio vivente, colui che salva e colui che solo può salvare, è realmente nato, è realmente vissuto, realmente si è incarnato ed ha agito (e, quindi, continua ad agire) nella storia: questo è il significato del Natale, una speranza rivolta a tutti gli uomini, una speranza che però non è vana, bensì una certezza, un fatto. Quindi bando alle polemiche ed alle chiacchiere vane: ancora auguri per un Santo Natale a tutti, specialmente a coloro che si lamentano, che augurano “buon Sol Invictus” e simili corbellerie, a coloro che non credono in Cristo!

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“Natività Mistica” – Sandro Botticelli, 1501, National Gallery di Londra

“Laddove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia”