La fine (ma non del cristianesimo)

Apparentemente, è inutile prendersi in giro: la Chiesa, e la società cristiana con lei, sta morendo. Devastata da scandali, da apostati che hanno confuso la pastorale con un metodo per far passare ogni ideologia ed ogni eresia al disotto dei radar dell’ortodossia cattolica e della Vera Fede, da gente senza arte né parte che pensa a come sfruttarla per il proprio tornaconto invece che per fare gli interessi di Dio, dai peccati di tutti, dalle profanazioni ritenute “poco gravi”, dal maledetto “dialogo” assurto a panacea di ogni male (con l’effetto collaterale per cui chiunque osi essere fiero della propria religione e la vede come l’unica via ordinaria di salvezza è un pericoloso fanatico ed integralista, sicuramente un superbo), dalla sciatteria liturgica (che altro non è che l’altra faccia della medaglia rispetto alla Dottrina), sembra (e sottolineo sembra) che dall’interno stia avvenendo ciò che i suoi nemici (ed il Nemico per eccellenza, l’Avversario maledetto) si prodigano di fare da sempre: cioè la distruzione, totale e definitiva, della Sposa del Cristo.

Peccato che, in realtà, questa visione pessimistica e non cattolica dei fatti (proprio perché mancante di due cose, cioè della speranza e della fede, dato che Dio non si disinteressa delle vicende umane ma, al contrario, le porta a compimento e finisce per costringere anche il male ad obbedire alla Sua Divina bontà e misericordia) sia falsa. Falsa alla radice, dato che parte dalla stessa analisi della storia dal metro umano, e quindi falso, di coloro che applicano il successo di una istituzione dal numero di adepti ed ignorano Dio, escludendolo dall’orizzonte delle vicende umane. Invece, non è così: a Dio non importa niente dei numeri, tutto è cominciato, a conti fatti, con dodici persone (alcune delle quali pescatori, quindi senza chissà quale istruzione), e Lui non permetterà che le forze degli inferi prevarranno sull’istituzione da Lui formata.

Ciò potrebbe essere vista come la pia speranza di un povero illuso o di un bigotto qual sono, ma non è così. La realtà lo dimostra, e la realtà, a differenza dell’ideologia, non si piega ai desideri di ognuno: se tu non ti adatti ad essa, allora sarà lei a spazzarti via, lentamente o rapidamente ma si può star certi che ciò avverrà. Accade, quindi, che mentre il seminario diocesano della mia città è vuoto, sfornando solo due-tre preti (spesso stranieri, ovviamente) l’anno, ammesso ci siano, questa settimana sono stati ordinati undici (11, eleven, XI) nuovi preti provenienti dal seminario dell’Istituto Cristo Re Sommo Sacerdote. Istituto che, pienamente cattolico (è bene precisarlo, per evitare accuse di scisma o di sedevacantismo), aderisce con fedeltà e rigore alla Dottrina e celebra la Santa Messa secondo il rito di San Pio V (nella forma riveduta da San Giovanni XXIII). Nessuno di questi nuovi preti verrà impiegato, ovviamente, in parrocchie o riceverà dicasteri o posizioni importanti: troppo scomodi sono, sia perché ricordano che l’ideologia (tipo quella dell’abolizione, abusiva ed imposta, dell’uso liturgico di quella splendida lingua, e splendida proprio perché universale, cioè cattolica, che è il latino) è destinata a morire, sia perché indicano che chi si vuole consacrare non vuole farlo con chi ti dice che, in fondo, tu sia prete o laico è la stessa cosa, tanto basta aspettare il prossimo indulto e ciò che oggi è peccato grave domani non lo sarà più. E, per insistere su questa falsariga (ma si potrebbero fare altri esempi, il cui novero aumenta di continuo), se in Belgio il primate è “costretto” (su ordine dell’ultraprogressista, per non usare altri termini più duri ma forse veri, card. Danneels, peraltro noto copritore di pedofili ma “misteriosamente” membro della corte di Santa Marta) a mandare via una fraternità (la Fraternità dei Santi apostoli) di vita consacrata troppo ortodossa e ligia alla Tradizione per i suoi gusti, per il semplice motivo che in tre (3, three, III) anni dalla fondazione vantavano sei sacerdoti e ventuno seminaristi (di cui un diacono), quando il seminario diocesano di Bruxelles forse in un decennio riuscirà a raggiungere quei numeri, cosa vuol dire se non la fine non del cristianesimo e della Chiesa, ma di una idea di Chiesa e di cattolicesimo?

A questo stiamo infatti assistendo: alla morte di una forma, ideologica (e quindi falsa e corrotta), di Chiesa, ma non della Chiesa. E’ la fine dei giochi per quel ramo protestante, eretico, magari socialista e, proprio perché esclude Dio dall’orizzonte umano, infine ateo, non di tutta la Chiesa, men che meno di quella che considera la liturgia e la Dottrina non dei pesi morti o degli inutili estetismi, ma delle parti di eredità dal Cielo da custodire gelosamente. Come ho detto altrove, ciò a cui stiamo assistendo non è altro che l’incendio purificatore in una foresta ormai secca, devastata dagli insetti e dall’arsura, con gli alberi morti e putrescenti: tutto sembra ormai perduto, ma basta che il fuoco arda perché vuoi tra venti, vuoi tra cinquant’anni dai semi nascosti, che covavano sotto terra (e non potendo, quindi essere raggiunti) dal fuoco, ricresca l’intero bosco, più verde e rigoglioso di prima della morte di quello vecchio. Così è la Chiesa: sia da dentro che da fuori sono convinta che per piegarla ai propri interessi (cioè distruggerla infine, in quanto vorrebbe dire farla deviare dalla missione da cui è stata divinamente istituita) basti “darle fuoco”, vuoi con l’aperta persecuzione, vuoi con la derisione, vuoi con la sostituzione dell’ortodossia con l’eterodossia, della Verità con l’eresia, del Corpo Mistico del Cristo con un generico “popolo di Dio”, vuoi quello che vuoi ma alla fine, in realtà, rinascerà proprio grazie a questo, per giunta rinforzata e più ortodossa, fedele, zelante di prima. Con il rischio, peraltro, che gli stessi appiccatori di incendi finiscano per bruciarsi loro stessi: la Chiesa ha il vantaggio che può aspettare secoli, gli uomini misurano il tempo in anni e prima o poi, tecnica o non tecnica, la fossa aspetta tutti. Ma non la Sposa di Cristo.

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Il Catechismo ai tempi di Benigni

Questo Santo Stefano è stato turbato, in maniera affatto misteriosa, dal “regalino” di Natale che la Rai (probabilmente Radiotelevisione Apostati Italiani più che semplice Radiotelevisione Italiana) ha voluto fare ai cattolici del Bel Paese: la replica (di cui non si sentiva affatto il bisogno) dei Dieci Comandamenti letti e commentati da Roberto Benigni.

Premetto che a me, Benigni, personalmente piace: nonostante la sua eterna polemica con la destra italiana, da comico schierato a favore di una certa corrente politica (fenomeno questo proprio però non solo dell’Italia) più che della risata, a me ha sempre fatto ridere. Sarà perché è toscano come me, credo, ed anche perché sicuramente non mi reputo al servizio di qualche particolare corrente politica e, per quanto io possa essere certamente qualificato come uomo di destra (non senza orgoglio da parte mia), mai m’è fregato qualcosa di difendere Berlusconi o i suoi: sempre di esseri umani si tratta, affatto avulsi al vizio ed alle piccinerie (come tutti gli altri uomini del resto). Anzi, per quanto mi riguarda la satira feroce nei confronti di certi personaggi era più che giustificata; il problema, però, è che il ficcare siparietti contro la destra italiana all’inizio degli spettacoli su Dante (tra l’altro che cosa c’entra un comico con Dante, ed ancor di più cosa c’entra l’Alighieri con la situazione politica italiana? Boh…), spettacoli pregni già allora di errori teologici ai limiti dell’eresia tra l’altro (come non ricordare la “bellezza” dello Spirito Santo ritenuto emanazione dell’inconscio umano e non, invece, Persona della Santissima Trinità?), a Benigni non bastava più: quello già lo fa tutta la folta scuderia di “comici” Rai, a partire da personaggi mediocri come Crozza e la Litizzetto che si sono fatti (loro sì) un’intera carriera offendendo i politici di certi schieramenti. No, per fare ascolti  e proporre dei temi “originali” bisogna andare su altro, prendere in giro qualche bersaglio di ben più alto livello rispetto a quattro parlamentari a cui, al netto delle ossessioni radicali e comuniste, non frega niente a nessuno: e cosa c’è di meglio se non attaccare la Chiesa cattolica, “rea” di non rispettare il testo biblico (come se poi il cristianesimo fosse una religione del libro, tra le altre cose) sui Dieci Comandamenti, leggendoli in modo troppo poco “letteralista” (su certi punti, ovviamente, non certo su altri)?

Dicevo, questo Santo Stefano è stato turbato per i commenti estasiati in famiglia a questo nuovo spettacolo, quando in realtà (avendo in casa una catechista) non sarebbe certo dovuta essere questa la reazione. Al che mi sono inalberato, dato che è privo di senso che chi si professa cattolico possa bersi quella roba, dato che 1) il parere di Benigni, con tutto il bene che gli si può volere, è a livello di quello di un privato cittadino, non certo di un catechista e men che meno di un teologo (a patto che questi, ovviamente, seguano la Santa Dottrina e non si mettano ad inventare cose “strane”); 2) nello spettacolo si propagandano messaggi dichiaratamente anticattolici. E’ finita che è stato risposto alle mie osservazioni dicendomi che ero soltanto un “burbero” e che comunque piaceva, al che mi è passata la fame e mi son levato dalle scatole ché non avevo voglia di mettermi a litigare con i miei parenti.

Ad ogni modo, vorrei prendere come spunto le affermazioni anticattoliche (ed in definitiva antibibliche, dacché non ha senso andare contro la Chiesa ignorando a bella posta il Nuovo Testamento, con cui la Sposa del Cristo rilegge il Vecchio) per commentarle assieme a voi; al di là delle parti più o meno valide, infatti, c’erano dei punti molto, molto oscuri e chiaramente polemici contro la Cattolica:

La vera bestemmia è fare violenza in nome di Dio (incluse ovviamente Crociate ed Inquisizione): sebbene la violenza ingiustificata sia effettivamente una blasfemia se fatta nel nome di Dio,  comunque sia rimane il fatto che la bestemmia non è soltanto questo, né che le Crociate e l’Inquisizione (romana suppongo, ché ne sono esistite diverse) si possano qualificare come tali. Infatti, le prime erano di principio (al netto di episodi come il sacco di Bisanzio, condannato infatti anche dal pontefice dell’epoca) guerre di difese dell’Occidente cristiano contro un Islam conquistatore e parecchio violento, l’altra una risposta alle eresie (tutto meno che pacifiche, contrariamente a quanto vuole la vulgata corrente) che flagellavano l’Europa nel XVI secolo. In ogni caso, è chiaro che la bestemmia non è limitata alla violenza in nome di Dio, bensì a tutto ciò che è odio e sfregio a Dio; purtroppo, Benigni pur di far polemica usa due pesi e due misure, quindi a volte “limita” i Comandamenti ad un significato esclusivamente letterale, in altri contesti invece li “amplia” (giustamente, vedasi la frode fiscale che sarebbe un furto come effettivamente è). Peraltro, lo stesso Benigni (da che mi ricordi) sembra “giustificare” in qualche modo la bestemmia come intercalare, quando in realtà anch’essa, fatta in modo inconsapevole o no, era e rimane comunque una blasfemia (e delle più stupide, peraltro, dato che offende il Creatore senza alcuna riflessione).

Dio nel Decalogo vieta che si facciano immagini Sue: vero in parte (in realtà  Esodo 20, 4 mai vieta esplicitamente che siano fatte immagini della divinità, ma solo “di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra”), ma questo divieto (come risulta evidente dai versetti successivi) è primariamente contro il culto idolatrico, non certo contro le raffigurazioni di Dio in sé e per sé, ed in ogni caso decade con l’incarnazione del Cristo (che, in quanto Vero Uomo oltre che Vero Dio, può tranquillamente essere raffigurato). Purtroppo, sembra sottendere che le raffigurazioni di Dio nelle chiese siano blasfeme, ma non è affatto vero: blasfema è l’adorazione delle immagini, che la Chiesa difatti non adora ma venera (e non le stesse in quanto tali, ma ciò che rappresentano). Quindi, questa sottolineatura con tutto il contorno di sottintesi è sbagliata, dato che nessun cattolico adora (cioè rende culto) a delle immagini, nemmeno di Dio stesso, e qualora lo facesse comunque sia peccherebbe.

Santificare le feste non significa andare a Messa la Domenica. E qui si legge irrefutabilmente il desiderio di andare contro la Cattolica: se è vero che santificare le feste non è solo andare a Messa la Domenica, noi siamo tenuti a santificare tutte le feste di precetto andando a Messa perlomeno in quei giorni. La differenza è apparentemente sottile, ma sostanziale: nel primo caso sembra che non andando a Messa la Domenica si possano comunque sia santificare (in quale modo non si sa) le feste, nel secondo che per santificare certi giorni dell’anno è necessario andare in Chiesa a rendere culto a Dio. Se è vero che non basta andare a Messa solo la Domenica per santificare certi giorni dell’anno, comunque sia le feste di precetto si possono santificare e festeggiare degnamente solo partecipando alla Messa. Differenza apparentemente insignificante ma sostanziale tra il pensiero cattolico e quello protestante tra l’altro, da cui Benigni attinge fin troppo per il proprio spettacolo purtroppo.

Per il resto, che dire, scelte poco coraggiose e banali: non citazione dell’aborto e dell’eutanasia tra i peccati contro il V comandamento (“convertito” in una sorta di peccato imperdonabile, dato che l’ucciso non potrebbe più perdonare il suo assalitore, quando nulla è impossibile a Dio ed è Lui che perdona e lava primariamente le colpe, non gli uomini) e VI comandamento ridotto ad un mero “non cornificare tua moglie”, con la Chiesa dichiaratamente attaccata su questo (d’altronde, cosa c’è di più innovativo se non accusare la Chiesa di sessuofobia, senza nemmeno provare a capire le sue posizioni dottrinali?). In sostanza, la “colpa” della Chiesa sarebbe proporre una lettura catechistica di questo comandamento troppo restrittiva, senza comprendere che in realtà anzitutto il Cristo stesso amplia il senso del comandamento (e lo ripeto, attaccare la Chiesa ignorando il Cristo è intellettualmente disonesto, oltre che sciocco),  e poi che l’adulterio veterotestamentario aveva un significato in ogni caso più ampio del semplice “non cornificare tuo marito/tua moglie”. Sebbene il senso di questo comandamento (in Esodo perlomeno) fosse primariamente rivolto al preservare la fedeltà coniugale, questo non implica che riguardasse soltanto ciò, né è possibile commentarlo in senso cristiano (o anti-cristiano, in questo caso) senza considerare il Nuovo Testamento e l’insegnamento del Cristo (il quale dice esplicitamente che non è ciò che entra nell’uomo ma ciò che esce dal cuore dell’uomo a renderlo impuro).

Pertanto, un consiglio: se volete studiare e vivere i Dieci Comandamenti sulle tracce del Cristo non guardate lo spettacolo di Benigni, il quale sebbene per lo più dica cose corrette ha cadute di stile (con annesse gravi errori teologici e morali) che lo rendono decisamente mediocre ed inadatto a qualsivoglia catechesi. Sebbene sia certamente più impegnativo, meglio leggersi le omelie di Benedetto XVI sul tema, che sono anche certamente più autorevoli rispetto a quanto è andato in onda sulla Rai. La cosa triste è che la colpa, alla fine della fiera, non è neanche di Roberto Benigni e dela Rai, o almeno non soltanto, bensì da chi pensa che tali spettacoli televisivi siano più autorevoli del Magistero papale ed insegnino il Catechismo agli ignoranti, traendone così falsi insegnamenti.

Ridendo dinanzi al baratro

Non è una novità che dinanzi agli avvenimenti di questi giorni sia facile cadere nello sconforto, e non solo per le solite polemiche sul Presepe (manco si celebrasse la nascita di Adolf Hitler, a questo punto), ma proprio per tutto lo sfacelo di quest’ultimo anno, a partire dal piccolo (cioè da me stesso) per giungere al grande (cioè allo sfacelo generale della Chiesa e, più in generale, della cristianità). Parto in questo viaggio nella lordura dal più piccolo in tutto ciò, cioè io, e rivedo tutto il lerciume che ho fatto, le cose che non ho detto, tutto ciò per cui ho peccato, molto peccato in pensieri, parole, opere ed omissioni. Per gli impegni presi e non mantenuti, per il male fatto e per il bene non fatto. Per questo e molte altre cose.

Poi alzo lo sguardo e guardo ciò che accade per il mondo (maledetto sia il mondo globalizzato, che permette di venire a conoscenza delle sozzure in tempo reale avvenute in ogni angolo del pianeta!) e mi sento schiacciato: tutto il marciume fluisce, bavoso e stomachevole, e si concentra in questi ultimi giorni dell’anno, tra gente che viene ammazzata in quanto cristiana sotto il malcelato contento dei governi occidentali, tra vescovi (successori, quindi, degli apostoli) e preti (quindi consacrati al Cristo per intero) che fanno a gara a chi (s)vende di più Lui, il Signore, in nome dell’ossequio (vero o presunto) al Pontefice, sino alla polemica (cavalcata da una parte e dall’altra, dal clericalismo più becero che lo considera una merce di scambio per la resa al mondo all’anticlericalismo più radicale che odia e non sopporta nulla del cristianesimo, nemmeno il Bambino nella mangiatoia) di cui parlavo prima sul Presepe. Poi c’è tutto quanto avvenuto il resto dell’anno: le polemiche, i testi scritti di fretta e legittimanti pratiche non cattoliche, la presenza di eretici dichiarati che penetrano, con le loro menzogne (come avevano ragione nel “Medioevo” quando ritenevano l’eresia un virus capace di passare da persona a persona, e di contagiare quelle con gli “anticorpi” meno sviluppati!), sin nei sacri palazzi, diffondendo il loro “verbo” (che altro non è se spirito del mondo condensato ed addolcito) tentando di convertire anche il Pontefice al loro fiele. C’è il Sinodo, tentativo mai abbastanza deprecato e mai abbastanza segreto (o alla luce del sole, dipende dalla prospettiva) di rovesciare i Sacramenti (vero segno della Misericordia di Dio più che di mille discorsi) e la Santa Dottrina a partire dalla Eucaristia (frega niente a certi elementi della famiglia, del divorzio e dei divorziati “risposati”, ciò che conta è ridurre i Sacramenti a meri “simboli” di appartenenza, che quindi non servono a niente). Tu vedi tutto questo, e poi ti rendi conto che stai fissando un grande baratro, che stai ormai guardando la tenebra nel burrone finché non realizzi che anche quel buio ti sta osservando, di rimando. Dovresti temerla, quell’oscurità, dato che sai che è terribile e senza fondo e che, inesorabile e paziente, vuole solo divorarti.

E poi ridi.

Ridi non perché sei impazzito, non perché l’amarezza sta mutandosi nell’isteria inframmezzata da lacrime e follia, no, ridi di gioia, ridi di gusto e sinceramente e te ne freghi del fiele, delle tenebre e di tutto il resto: ridi perché tutto era già stato scritto. Ecco la prova irrefutabile, il segno per eccellenza che i Vangeli “c’avevano preso” e con loro tutti i più grandi mistici e mistiche: lo sfacelo in cui viviamo non solo è un “segno dei tempi”, indice dello schifo in cui versiamo, con una parte (consistente) della Chiesa che amoreggia col mondo (che ne vuole la dissoluzione, non certo ascoltarla, men che meno lasciarsi guidare da lei), ma è prova provante di tutto ciò per cui hai sempre combattuto; per la fede, innanzitutto, e poi per la vita, per gli altri. Senza scadere in millenarismi da setta da quattro soldi (Dio me ne scampi e liberi, ché il giorno e l’ora li conosce solo Dio Padre!), senza scadere in sedevacantismi, scismi, eresie e chi più ne ha, più ne metta, ché tanto son tutte cose che uccidono l’anima senza nemmeno rendersene conto, ti accorgi finalmente che stiamo toccando il fondo; e dico “finalmente” perché, una volta toccato il fondo verso cui da 500 anni (anniversario che ci toccherà festeggiare, anzi che festeggeranno dacché io non prenderò parte proprio ad un bel niente, tra 2 anni, alla faccia dell’ortodossia e dei Sacramenti) si stava inesorabilmente precipitando, non potremo fare altro che risalire. E allora ridi, di gioia e di liberazione.

Ridi perché conosci la storia: sai cosa accadde con l’arianesimo, sai che il mondo era come oggi, diviso fra l’eresia e la persecuzione, tra un cesaropapismo paganeggiante ed un Papa indeciso, che non sapeva dove andare perché sembrava che i seguaci di Ario, ormai, avessero trionfato ovunque e schiacciato tutti, anche Cristo stesso, sotto il loro tacco. Sai che bastarono tre persone (San Benedetto, Sant’Atanasio e San Nicola) per riportare il Pontefice sulla giusta rotta, pacificare l’Impero, far cessare le persecuzioni e far morire l’arianesimo nei suoi stessi rifiuti con il più grande Concilio della storia, odiato e temuto da tutti i modernisti proprio per questo motivo. E tutto questo in realtà lo puoi ricondurre, alla fine della fiera, se sai leggere tra le righe della storia e dell’agire umano, all’azione di una sola Persona, nemmeno di tre: Gesù Cristo.

Ridi perché sai che quando Satana pensa di avere vinto è solo questione di tempo perché Dio lo sbugiardi e lo riveli per ciò che è: cioè una scimmia che crede di poter essere Re.

Quindi per tutto questo, in un viaggio che parte dal mio cuore indurito per andare a trovare voi, miei lettori, e continua salendo (o scendendo, che dir si voglia) fino agli incalliti anticristiani ed ai furiosi clericali, passando anche per gli eretici e  dagli scismatici, per i violenti in parole ed atti, da tutti gli uomini insomma, conscio che anche coloro che vogliono il male sono costretti a servire il Bene, non posso che dire ed augurare una sola cosa a tutti quanti, ai giusti ed agli ingiusti, ai buoni, ai mediocri ed ai cattivi, a tutti gli uomini insomma: buon Natale del Signore, che Lui ci benedica e porti presto a termine questo tempo di tribolazione.

“Gioisci, figlia di Sion,/ esulta con tutto il cuore, Israele,/ e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Sion!” (Sofonia 3,14)

 

Falsi monaci e falsi storici: Bose

Dopo il primo articolo, ecco il secondo inerente alla personalissima (e, come visto, molto discutibile) visione che Bianchi ha della Chiesa. Chiesa che assomiglia, come vedremo nei tratti generali, forse più ad una sorta di partito politico, con una Dottrina da vagliare alla luce dei tempi anziché il contrario, che non al Corpo Mistico del Cristo, come d’altra parte l’esperienza Bose insegna.

Già, Bose: non si può parlare di Bianchi senza parlare di questo ridente monastero (che, mi si perdonerà, anche in questo caso stento a definire tale, proprio perché non risulta da nessuna parte, a parte delle autoproclamazioni, che coloro che vi si trovano siano effettivamente monaci) a San Gimignano, nella mia Toscana, a poche decine di chilometri da Firenze. Non si può non parlare di Bose perché si tratta sicuramente di uno dei frutti più discutibili del pensiero bianchiano, nato a ridosso del Concilio Vaticano II e, soprattutto, di quel (mai abbastanza maledetto) “spirito del Concilio” che tanti danni ha fatto e continua a fare.

Prima di affrontare il discorso Bose, quindi, bisogna inquadrare il contesto in cui è stato fondato, cioè a ridosso del Concilio Vaticano II e della riforma del Messale. Senza voler fare qui il tradizionalista con il dente avvelenato “perché c’hanno tolto il latino” (cosa di cui onestamente m’importa poco), è un fatto che soprattutto in quegli anni (anche se gli strascichi virulenti e perniciosi si trascinano fino ad oggi) si impose una visione della Chiesa che vedeva nel Concilio una sorta di “libera tutti”, di metodo per proporre (ed imporre) le più bizzarre teorie teologiche, pastorali e liturgiche invocando che lo stesso Concilio aveva dato il via a tutto ciò. In realtà, non solo nei documenti del CV II non si accenna a questo, ma si ribadiscono elementi (per citare l’esegesi biblica e non soltanto la liturgia, ad esempio, il considerare i Vangeli come resoconti veri e fedeli della vita del Cristo) che sono sempre stati creduti e sostenuti dalla Chiesa. Non c’è alcuna rivoluzione in quei documenti, ed il lettore che colà la cercasse rimarrebbe certamente deluso; anzi, molti aspetti liturgici ed esegetici rimangono (giustamente) inalterati. Proprio nell’ottica di quella “ermeneutica della continuità”, più volte ribadita da Benedetto XVI, non c’è alcuna rottura con quanto asserito precedentemente dalla Sposa del Cristo.

Come fare, allora, ad imporre una visione di pensiero ai limiti dell’eterodossia (quando non la oltrepassa scadendo proprio nell’aperta eresia, penso ad esempio al cosiddetto “Catechismo olandese”)? Semplice: si ignora il Concilio Vaticano II e, invece di applicarlo, si impongono le proprie visioni su quanto sostenuto dai padri conciliari. Si inizia a sostenere che sì, nel documento tal dei tali si dice così, ma in realtà si voleva dire che… E giù ad imporre le proprie visioni distorte e ad applicare le proprie teorie, teorie che all’atto pratico hanno non solo creato una spaccatura profonda nel popolo di Dio, rendendo insopportabile ingiustamente il Concilio stesso ai cosiddetti “tradizionalisti”, ma hanno portato anche a degli effetti maligni (quali crollo delle vocazioni e delle devozioni popolari) che oggigiorno vediamo incontrovertibilmente. Chiariamoci: non è che prima del 1963 nella Chiesa fosse tutto rose e fiori, tanto che proprio per questo venne convocato il Concilio; tuttavia, è un fatto che invece che risolversi certi problemi si sono acuiti, e non tanto per delle cattive disposizioni del Concilio stesso bensì per colpa di coloro che, invece di applicare le norme conciliari in armonia con ciò che sempre ed in ogni dove si è creduto ed insegnato, hanno preferito sostituirsi ad esse in nome di uno “spirito del Concilio” che, in realtà, era semplicemente disobbedienza e prendere i moti del proprio cervello per moti del Cielo.

Ora, perché questa prefazione? Perché l’esperimento più riuscito di Bianchi, la comunità di Bose, nasce proprio da questo “spirito del Concilio” ed in un momento storico, il 1965, proprio a ridosso dal termine dei lavori per la riforma liturgica. Questo non è affatto un caso; siamo in un periodo (che continua, ripeto, ancora oggi, seppure attenuatosi almeno temporaneamente col pontificato di Benedetto XVI) di smarrimento liturgico e dottrinale. Smarrimento ben concretizzatosi, tra parentesi, dalla pubblicazione dell’eretico “Nuovo Catechismo Olandese” proprio nella seconda metà degli anni ’60, pubblicazione trovata eretica in 14 punti ed ambigua in una quarantina di altri. Il Nostro, tuttavia, non esime dal difendere tale pubblicazione a spada tratta proprio in occasione di un suo commento alla piaga della pedofilia olandese il 23 dicembre 2012 su “La Stampa”, con queste parole:

Come si possono collegare tali misfatti al “catechismo olandese”, opera a suo tempo criticata dalle autorità ecclesiastiche per alcune posizioni teologiche, ma non certo morali?

dimenticando di dire, però, che di quelle ambiguità segnalate dalla Curia una buona parte era proprio di origine morale; ma senza voler approfondire questo discorso, che pure meriterebbe un approfondimento in altra sede, bisogna quindi ricordarsi che si tratta di un’opera composta in un’epoca di smarrimento dottrinale e liturgico (e, quindi, infine morale ed etico), ma che Bianchi difende asserendo che

Ancora più improprio mi appare l’accostamento delle cifre spaventose di abusi all’immagine della Chiesa olandese così aperta e all’avanguardia nella ricezione del Concilio Vaticano II, quasi a lasciar intendere che il clima di rinnovamento di quella stagione e l’episcopato più conciliare abbiano influito al terribile degrado.

quando in realtà fu proprio la Chiesa olandese all’avanguardia nella non applicazione della norme conciliari nella continuità e, anzi, arrivò ad avallare la pubblicazione del “Catechismo” di cui sopra, vero manifesto programmatico dei desideri di distruzione e d’immoralità del clero nordeuropeo.

Tornando a Bose dopo questa necessaria premessa per capire da dove provenga e dove vuole andare, si tratta formalmente una sorta di monastero ecumenico; tuttavia, sempre almeno formalmente, è sotto giurisdizione della locale diocesi, e quindi dipendente dalla Chiesa cattolica. Eppure, se questo luogo ha una peculiarità, è proprio il rifiuto di ciò che appartiene propriamente alla tradizione cattolica: prova ne è, ad esempio, il Santissimo spostato in una cappella laterale, per “non offendere” i non cattolici (gesto, questo, che sa d’ipocrita rifiuto come nel caso di coloro che, dato che siamo sotto Natale, tolgono il Presepe per “non offendere” gli islamici, ma tant’è). Questi atti, in realtà, sono ricalcati pari pari sulle smanie olandesi e belghe, progressiste ed ultra-progressiste oltreché fallimentari ed ultra-fallimentari in una prospettiva storica, che da ormai cinquant’anni ammorbano ed hanno devastato certe chiese locali: in realtà la ricerca di un’approvazione da parte dell’autorità costituita non deve essere vista, a Bose ed in questi casi, come un sottomettersi con filiale obbedienza alle regole della Chiesa, bensì come un paravento ideologico per poi poter fare i propri porci comodi alla luce del giorno, senza temere reprimenda ufficiali (anzi, come già ho fatto notare Bose ha fin troppi legami con la CEI e fin troppo spesso Bianchi è portato sul palmo di mano da elementi che invece dovrebbero ammonirlo se non condannarlo) e tacciando di “disobbedienza” e “scisma” proprio coloro che fanno notare simili realtà. Esistono, infatti, fin troppe “libertà” che tale “monastero” ha assunto nei confronti non solo della Dottrina cattolica, ma anche della Chiesa stessa: per esempio, nota è la celebrazione di una sola Messa a settimana (sempre con la solita scusa del “rispetto per chi non ci crede”, ma allora che monastero è?), e pure è nota la presenza di un singolare “martirologio” all’interno della comunità, dove a fianco di (alcuni) santi cattolici sono affiancati elementi dell’immaginario politicamente corretto, a-cattolico o progressista come Buddha e Gandhi. E’ chiara l’assurdità di tale operazione, non fosse altro che l’ecumenismo può essere considerato solo una forma per ricondurre le “pecorelle cristiane” nell'”ovile” di Roma e non il contrario, mentre con le “pecorelle” di altre religioni è necessario il Battesimo e la predicazione, ma a parte questo, è da notare come si tratti di una realtà perfettamente politicamente corretta (Buddha e Gandhi, al netto di ciò che hanno realmente detto, scritto e creduto, sono figure stereotipate nell’immaginario occidentale radical-chic), quindi sostanzialmente inutile e priva di quel coraggio che gli si vorrebbe attribuire.

D’altra parte, il punto per Bose (e per Bianchi) è proprio questo: come abbiamo visto l’articolo precedente e come vedremo in futuro, la Chiesa non dovrebbe essere il Corpo Mistico del Cristo, deputato ad una missione ben precisa (la salvezza delle anime), bensì una sorta di grande partito politico, in cui possa confluire tutto ed il contrario di tutto. Il “martirologio ecumenico” di Bose mostra ben questo: l’importante per salvarsi non è credere ed essere battezzati (come dice il Cristo), bensì una sorta di vago (e vano) sentimentalismo: basta essere giusti agli occhi del mondo (il quale però è dominio di Satana, quindi la giustizia del mondo non è quella di Dio) per essere cristiani (ma come è possibile essere cristiani se non si crede, anzi proprio si nega il Nazareno?) e salvarsi, e chi se ne importa di Dio! E’, infine, sostituire il proprio giudizio a quello del Signore il grande peccato dietro tutta questa visione, piuttosto mondana (appunto) alla fine della fiera.

Falsi monaci e falsi storici: le origini del pensiero bianchiano

Riprendo finalemente a scrivere, cari lettori, dopo la pausa estiva, e su un tema scottante peraltro. Non posso tacere (e altrove non l’ho fatto, difatti) sui recenti avvenimenti che vedono protagonisti personaggi purtroppo molto noti nel panorama cattolico nazionale, i quali tuttavia propagandano un pensiero in aperto contrasto con ciò che insegna la Chiesa e, in modo sinceramente vergognoso, sfruttano il mecenatismo di personalità potenti (quali alcuni esponenti della CEI, che non rifiuta mai di ospitarli sulle pagine di “Avvenire”) per seminare scandalo e confusione fra i fedeli.

Sto parlando nello specifico del falso monaco e priore della comunità ecumenica di Bose Enzo Bianchi (classe 1943), personaggio ambiguo ed inquietante non solo per le sue opinioni, come mostrerò in aperto contrasto con la Verità e con la Chiesa (che lui reputa alla stregua di un circolo politico e non il Corpo Mistico del Cristo), ma anche per i suoi atteggiamenti e per i suoi supporti con membri siti molto in alto fra l’episcopato. Una premessa: lo definisco falso monaco non per livore o per giudizio alla persona (che non oserei mai; qui ed altrove giudico le idee, non l’intimità di un uomo che, sinceramente, mai ho conosciuto di persona), ma proprio perché costui non lo è, semplicemente: Bianchi si è autoproclamato tale, come pure priore. In realtà, il Nostro è laureato in Economia e Commercio (quindi, non ha mai compiuto nessuno studio accademico né filosofico né teologico, nonostante insista a fare teologia ed esegesi biblica) e non solo non è un prete, ma non è nemmeno un laico consacrato e non risulta da nessuna parte che abbia emesso dei voti privati. In effetti, dovrebbe essere evidente che, se Bianchi può presentarsi come monaco e priore, allora potrei farlo tranquillamente anch’io, dato che ho un titolo di studio universitario non teologico-filosofico (come il suo) e non ho mai emesso alcun voto o avuto alcuna consacrazione in vita mia. Stranezze del cattolicesimo moderno, si dirà, che perseguita santi uomini come padre Manelli (“colpevole” di essere troppo tradizionale e di preferire la Santa Messa in latino al rito ordinario) e favorisce personaggi borderline; ma c’è di più.

C’è che questo personaggio dichiara cose proprio apertamente non cattoliche, e non da dieci giorni (giorno a cui risale una temibile intervista a “Repubblica”, di cui parlerò prossimamente), ergendosi contemporaneamente a giudice delle varie realtà della Chiesa stessa. Questo atteggiamento deriva dai maestri che Bianchi ha avuto, senza dubbio, e a cui tributa molto; nomi che, ne sono sicuro, non hanno bisogno di presentazioni e che, anzi, ben spiegano certi rigurgiti in salsa protestanteggiante e modernista del Nostro: sto parlando di Hans Kung (da lui definito come uno dei padri del Concilio Vaticano II), inquietante personaggio che nega la reale presenza del Cristo nell’Eucarestia nonché il Primato petrino, oltre al famigerato cardinale Walter Kasper, allievo di Rahner (definito, e probabilmente non a torto, l’eresiarca del XX secolo) e propugnatore di tesi, quali l’accesso alla Santa Comunione ai divorziati “risposati”, che non stanno né in cielo né in terra (e, soprattutto, sono espressamente condannate nei Vangeli).

Fatta questa doverosa introduzione, iniziando da tempi più remoti rispetto alle ultime settimane, leggiamo, ad esempio, l’opinione del priore di Bose riguardo al suicidio di alcuni monaci buddhisti tibetani (che non è esattamente una “bella” corrente del buddhismo, ma tant’è agli occidentali piace; magari in futuro parlerò un po’ dell’inquietante figura del Dalai Lama e di che cos’era il Tibet fino agli anni ’50, al netto dei sentimentalismi occidentali) per protesta contro il governo cinese. Ebbene, il Catechismo della Chiesa Cattolica riporta che

2281 Il suicidio contraddice la naturale inclinazione dell’essere umano a conservare e a perpetuare la propria vita. Esso è gravemente contrario al giusto amore di sé. Al tempo stesso è un’offesa all’amore del prossimo, perché spezza ingiustamente i legami di solidarietà con la società familiare, nazionale e umana, nei confronti delle quali abbiamo degli obblighi. Il suicidio è contrario all’amore del Dio vivente.

E continua

2282 Se è commesso con l’intenzione che serva da esempio, soprattutto per i giovani, il suicidio si carica anche della gravità dello scandalo. La cooperazione volontaria al suicidio è contraria alla legge morale. […]

Si capisce bene, quindi, perché fino a qualche anno fa, pur pregando per i suicidi, la Chiesa ne vietasse le esequie religiose: perché il suicidio, anche nel caso dei cristiani, non può essere considerato un motivo di martirio. Anzi, è l’esatto contrario: è il voler disporre, fino alle estreme conseguenze, della propria vita, pur con tutte le eventuali attenuanti (come riconosce il CCC continuando il punto 2282, “gravi disturbi psichici, l’angoscia o il timore della prova, della sofferenza o della tortura possono attenuare la responsabilità del suicida”), non può essere inquadrato come testimonianza al Signore dei viventi. Quindi, il suicidio è uno degli atti più gravi che si possono compiere contro il quinto comandamento.

Questo scoraggerà il nostro dall’elogiarlo? Assolutamente no; il Nostro infatti scrive, il 12 dicembre 2012 su “La Stampa”, queste parole:

Il martire che si nutre e si ricopre di incensi e profumi per poi ardere compie un’offerta libera e totale per la salvezza di tutti: non mira unicamente alla propria rinascita, ma al rinnovamento del mondo.

Avete capito? Per Bianchi colui che si uccide, sia pure per protesta (e, quindi, sicuramente non ricade nelle attenuanti indicate dal Catechismo) è un martire. Posto il fatto che “non la pena, ma la causa rendono martiri”, e che quindi non possono esistere martiri (cioè testimoni del Cristo) non cristiani, per il priore di Bose essere uccisi pur di non rinnegare la propria fede oppure uccidersi per ragioni di contestazione politica (per carità, legittime ma da attuare con altri mezzi) sono più o meno la stessa cosa. Bianchi non è però nuovo a questa ossessione per il suicidio, da lui visto come mezzo per rendere martire il suicida; già nel 1998, infatti, definì con queste parole il suicidio di John Joseph, vescovo cattolico di Faisabad, avvenuto per protesta contro la legge sulla blasfemia in Afganistan:

una modalità rarissima del martirio cristiano

Ovviamente, però, le eterodossie (quando non aperte eresie) del Bianchi non si limitano alla sua fissazione per il suicidio, il quale è soltanto la punta dell’iceberg del pensiero eterodosso bosiano-bianchiano; infatti, il Nostro aderisce in maniera più o meno diretta ad una eresia condannata dal 325 d.C., cioè dal primo Concilio di Nicea, cioè l’arianesimo. Questa eresia afferma che il Cristo non è vero Dio ma solo vero Uomo; pertanto, non partecipa della natura divina del Padre. In definitiva, il Cristo sarebbe una creatura, non essendo increato e non essendo sempre esistito. Questo, peraltro, inficia l’opera di salvezza del Nazareno, in quanto una creatura non può salvare alcun’altra creatura: solo Dio salva. Eppure, proprio questa è l’opinione del nostro blasonato priore:

Gesù non si sottrae ai limiti della propria corporeità e non piega le Scritture all’affermazione di sé; al contrario, egli persevera nella radicale obbedienza a Dio e al proprio essere creatura, custodendo con sobrietà e saldezza la propria umanità (da “Avvenire”, 4 marzo 2012)

Avete capito? Bianchi ammette che, per lui (ma certamente non per la Chiesa, né per Dio stesso ovviamente) il Cristo non è il Figlio di Dio e, quindi, una Persona della Santissima Trinità; no, asserisce direttamente che si tratta proprio di una creatura. Certo, una creatura grandissima, un maestro superiore agli angeli, però una creatura. Quindi, il Nostro aderisce a quella corrente di pensiero, purtroppo tristemente diffusa specialmente tra non cristiani ed atei in generale, che vedono nel Cristo soltanto una grande personalità della storia, al pari del Buddha o di qualche personalità politica, ma non come l’Emmanuele, il “Dio con noi”; questo è, a mio avviso, il punto più grave dell’intero pensiero di Bianchi (che, ricordo, non è certo un filosofo o teologo ma è fin troppo ben considerato dai nostri vescovi e cardinali).

Ovviamente, negando la divinità del Nazareno Bianchi non può che negare tutta un’altra serie di cose, non ultime la storicità dei Vangeli e la realtà dei segni (termine che io preferisco a miracolo, in quanto indicante maggiormente l’azione straordinaria di indicazione, di prodigio operato da Dio per confermare la Sua presenza tra di noi). Il Nostro, essendosi liberamente abbeverato dalle fonti dei vari Rahner e Kasper e, più in generale, di ogni ultraprogressista ai limiti dell’eresia (nella felice eventualità che quel limite non sia stato oltrepassato), così asserisce il 12 giugno 2011 nella trasmissione “Uomini e Profeti):

Certo Gesù svolse in qualche modo una attività di taumaturgo o guaritore … Ma i racconti poi si arricchivano di particolari e sovrastrutture di tipo ‘liturgico’”

In sostanza, i Vangeli non sono, come dice la Costituzione Dogmatica Verbum Dei sulla Divina Rivelazione (documento di quel Concilio Vaticano II a cui il priore di Bose, dichiaratamente, si rifà di continuo e che, anzi, come vedremo in sostanza considera l’unico Concilio in 2000 anni di storia della Chiesa):

Ciò venne fedelmente eseguito, tanto dagli apostoli, i quali nella predicazione orale, con gli esempi e le istituzioni trasmisero sia ciò che avevano ricevuto dalla bocca del Cristo vivendo con lui e guardandolo agire, sia ciò che avevano imparato dai suggerimenti dello spirito Santo, quanto da quegli apostoli e da uomini a loro cerchia, i quali, per ispirazione dello Spirito Santo, misero per scritto il messaggio della salvezza.

Altro che invenzioni degli apostoli, i segni, la Chiesa ci insegna, sono eventi avvenuti realmente ed in contesti storici e geografici ben precisi, non semplici racconti o metafore. Ovviamente, se si nega la divinità del Cristo, ne consegue che queste eventi divengono problematici, in quanto contengono al loro interno una dimensione trascendente ed escatologica (non liturgica, almeno non in senso stretto) che rivela la divinità del Figlio di Dio e che va al di là del singolo atto; in altre parole, i segni del Cristo hanno anche significati ulteriori rispetto a quello di essere semplici guarigioni, significati che rimandano all’essere del Nazareno il Signore, Figlio di Dio e Seconda Persona della Santissima Trinità. Bianchi, negando spesso implicitamente questo (come risulta dal suo concentrarsi sempre sul Cristo come Vero Uomo, e mai come Vero Dio) ed esplicitamente, come abbiamo appena visto, almeno in una occasione, non può concepire questo; pertanto, in sostanza, gli apostoli dovevano essere dei truffatori o dei visionari, che hanno divinizzato a posteriori le imprese (o almeno, quelle che implicano modifiche nell’ordine naturale delle cose, cioè i segni) di un semplice santone o maestro vissuto nella Palestina del I secolo. Un grande uomo, certo, ma appunto non il Figlio di Dio ed alla pari con tutta una serie di profeti, falsi e non, e di predicatori che circolavano in quel tempo a Gerusalemme e dintorni.

Chiaramente Bianchi, in quanto negatore della divinità del Cristo e della Sua azione anche al di fuori del normale corso delle cose, è inarrestabile; nella stessa trasmissione asserisce anche che

“Un Dio che castiga meriterebbe piuttosto di essere negato che non creduto”

In un colpo solo, Bianchi riesuma due eresie al prezzo di una: non solo infatti è implicito che l’Inferno sarebbe vuoto (dal momento che, non esistendo castigo divino, ne consegue che non esistono neppure né dannati né demoni) ma è anche assente la giustizia di Dio. In realtà, è il Cristo stesso, nei Vangeli (la cui storicità, però, Bianchi nega, sebbene asserisca nonostante tutto, sbagliando anche in questo caso, un primato della Parola su tutto il resto all’interno della sua comunità) , a fare affermazioni molto chiare in merito; in questa vita noi siamo nel tempo della misericordia, ma dopo la morte si entra nel tempo della giustizia, giustizia che comprende anche il castigo divino. Tale castigo inoltre può manifestarsi anche in questa vita, quando ad esempio Dio permette agli uomini di fare ciò che vogliono dimentichi di Lui, non sapendo (o volendo ricordare) che senza di Lui non possiamo fare nulla. Nel mistero della Santissima Trinità, infatti, carità, misericordia e giustizia sono intimamente legate; ma Bianchi, negando la divinità del Cristo, finisce anche per negare anche la sua valenza di giudice assoluto in questa vita e nell’altra e l’intima relazione fra queste virtù.

Quindi, ricapitolando, al di là delle approvazioni della gerarchia ecclesiastica a Bose e degli agganci del Nostro siti molto in alto, il pensiero di Bianchi è eterodosso, problematico e, in definitiva, non cattolico nei seguenti punti:

  • Affermazione del suicidio, almeno in alcuni casi, come uno strumento di martirio e non come un grave peccato (rifiutando il Catechismo nei punti  2280-2282).
  • Negazione della divinità del Cristo, aderendo ad un arianesimo de facto (condannato già da Nicea nel IV secolo), che scardina alla base la fede cristiana.
  • Negazione dei Vangeli come resoconti veri e fedeli della vita del Cristo.
  • Negazione dell’esistenza dei segni.
  • Negazione (implicita) dell’Inferno come luogo di dannazione ed affermazione (esplicita) di un concetto distorto di giustizia divina.

A questo, inoltre, come vedremo in futuro, va aggiunto anche il suo livore nei confronti dei pontefici precedenti all’attuale (che pure, sicuramente su consigli interessati, diedero qualche ruolo al Nostro in curia), nonché altre gravi affermazioni uscite di recente su “Repubblica”.

Se questo è giornalismo

Oggi volevo continuare con la “trilogia del martirio”, ma nuovi ed importanti fatti meritano di essere esaminati e criticati nel dettaglio. Sto parlando del vergognoso, oltreché illegale ed immorale, tentativo di un famoso giornale nazionale (di cui non riporto il nome per non fargli pubblicità che non merita) di screditare la Chiesa gettando fango sui cattolici con l’ausilio di “false” Confessioni e con il supporto di pretenziosi (e venefici) interventi, tutti volti a mostrare la Sposa del Cristo come un’istituzione arcaica e confusa che deve aggiornarsi come vogliono loro. Spero però di essere perdonato se, prima di affrontare questo discorso, farò un paio di premesse.

Anzitutto, purtroppo è vero che una percentuale consistente (non dico la maggior parte, ma un numero affatto irrilevante sì) dei sacerdoti, dei vescovi e, più in generale, del clero cattolico ha delle proprie idee riguardo quali parti, se e quando seguire la Santa Dottrina, idee che spesso sfociano nell’aperta eresia e nello scisma (come dimostrano i fatti e le richieste delle purulente Conferenze Episcopali d’Oltralpe). Quindi non mi scandalizzo affatto se certi sacerdoti danno nel confessionale consigli ambigui o, nel migliore dei casi, risibili: sono figli dei seminari post sessantottini, in cui il protestantesimo viene presentato come il culmine della perfezione cristiana a cui aspirare, in cui i sacramenti e la Santa Dottrina sono dei meri accessori della salvezza (se non delle mere scocciature da abolire il prima possibile) e, magari, che sia anche una sciocchezza da poco credere o meno nella reale esistenza del Cristo. Non è colpa loro, è colpa di chi doveva vigilare e tirarli su nel modo migliore, e diciamocelo francamente non è neanche colpa del Concilio Vaticano II: la diffusione di pensieri e concetti eterodossi (se non per niente cattolici, o persino dichiaratamente anticristici) tra i ministri ordinati non è iniziata nel 1963, bensì proviene da eresie ed eretici mai sopiti e che covavano sotto le ceneri, talvolta nemmeno troppo ben mimetizzati all’interno della stessa Sposa del Cristo, aspettando il momento propizio non solo per mostrarsi a viso aperto ma anche per poter finalmente, dopo anni se non decenni di sotterfugi, prendere il potere nella Chiesa, anche contro l’espressa volontà dei Papi. E se i ministri ordinati in quanto ad amor di Dio e zelo apostolico non se la passano (nel complesso) bene, figuriamoci i laici: peggio che andar di notte.

In secundis, è chiaro che non si può chiedere a chi nasce tondo di morire quadrato: sto parlando di buona parte dei giornalisti italiani. Gente che, con poche lodevolissime eccezioni, ha passato gli ultimi anni non a condurre inchieste e a riportare i fatti, insomma a svolgere il servizio d’informazione che dovrebbero effettuare per lavoro, bensì a spargere veleno ed interpretazioni dei fatti, non solo contro la Chiesa ma anche contro politici di schieramenti “non graditi”, quando non apertamente odiati. Gente che non lasciava le opinioni agli editoriali ed ai commenti di (a volte presunti, nel migliore dei casi di parte) esperti, o che perlomeno aveva la buona creanza di celarle nell’esposizione degli articoli, macché: partigiani che si trastullavano nel mettere in ridicolo gli oppositori politici, religiosi e sociali, obbedendo alle direttive di questo e quel partito, con l’appoggio neppure troppo nascosto di esponenti e personaggi pubblici appartenenti a determinati schieramenti politici. E se pensate che io stia pensando anche a quotidiani come “Il Fatto Quotidiano” e a quelli del gruppo “L’Espresso” non vi sbagliate, perché è esattamente così.

Fatte queste premesse, però, ora si è realmente toccato il fondo: chiariamoci, non è una novità il dileggio della Chiesa e, soprattutto, dei Suoi ministri e dei Suoi sacramenti, “false” Confessioni sono state riportate anche altrove ed in altri Paesi e l’uso della macchina del fango mediatico per i propri scopi è ormai uno schifoso vizio incancrenito un po’ ovunque; ma ciò non toglie che si tratti di una vigliacca e fasulla operazione commerciale, utile da una parte a vendere più copie dei propri “quotidiani” (dato che non riportano notizie bensì opinioni, non vedo perché non virgolettare questo termine) e dall’altra a propagandare le false e bugiarde idee dei propri protettori politici, religiosi (o irreligiosi che dir si voglia) e sociali. Sto parlando, ovviamente, delle oscene “false” Confessioni pubblicate su quel famoso giornale nazionale che accennavo prima. Lo “schieramento” delle pagine contenenti questa “inchiesta”, che di inchiesta giornalistica non ha nulla ma soltanto della più becera propaganda anticattolica, si presentava così: prima una pagina con le solite sviolinate al Pontefice ed alle sue (vere o presunte) riforme, con commento velenoso e fintamente pietistico (quando non apertamente aggressivo) al fianco, poi “falsa” Confessione nella pagina dopo con, ovviamente, altro commento velenoso, quale quello di un divorziato “risposato” ad esempio. Tralasciando il fatto che io, anche cercandole col lanternino, queste file di gay, di divorziati “risposati” e di conviventi che, poveri piccini, vorrebbero ma non possono accedere alla Santa Comunione, e che pertanto sono costretti ad attendere fuori gementi in attesa che la Chiesa cattiva cattiva apra, oltre alle braccia, pure le gambe, non le ho mai viste, tanto da farmi credere fortemente che non si trattino di un “problema” reale (e non lo sono, dato che la Santa Dottrina è chiarissima in merito) ma soltanto di un escamotage politico di una certa parte, progressista quando non apertamente protestante ed eretica, che martella sia all’interno che all’esterno della Sposa del Cristo, ma in ogni caso come si fa non solo a dare credito a costoro, che non vogliono adeguare sé stessi alla Chiesa ma adeguare la Chiesa a sé stessi nel timore che questa abbia ragione sul loro conto, ma anche a cadere così in basso da pubblicare delle “false” Confessioni per cercare di denigrare i cattolici? A parte il fatto che potrebbe tutto essere tranquillamente falso per quanto ne sappiamo, dato che il sacerdote non può (per ovvi motivi) violare a sua volta il segreto confessionale, ma quanto bisogna essere squallidi per usare questi mezzucci per cercare di dare contro alla Chiesa? Quanto bisogna essere vili per scendere così in basso?

Ormai svanita la possibilità di argomentare le proprie posizioni anticristiche (argomentazioni per loro stessa natura irrazionali, dato che rifiutando Dio si finisce col rifiutare la logica; ma non è questa la sede per discuterne), i soliti laicisti della domenica si riducono sulle solite posizioni: il sacrilegio e la blasfemia. Non voglio affatto, ora, mettermi a fare paragoni con l’Islam (e, soprattutto, esponendo perché tali “giornalisti” non avrebbero mai osato trattare questi ultimi come fanno coi cattolici): sono sempre forme di populismo e di vittimismo che non mi appartengono. Però, è un fatto che quando si tratta di dare addosso alla Cattolica nessuno si senta mai in dovere di chiedere scusa, di ammetter i propri errori: dalla giornalista cattolica (“adulta”, è chiaro) che ha condotto le “finte” (che finte non sono, bensì sacrileghe) Confessioni al suo capo che l’ha spinta a compiere questo schifo, tutti si sono sentiti in dovere di difendersi, ma nessuno ha voluto scusarsi, nemmeno ipocritamente come solo i laicisti sanno fare.

E questo mi spinge a chiedere: fino a quando dovremo tollerare tutto ciò? Soprattutto, fino a quando i vertici della Chiesa taceranno riguardo a questi avvenimenti? E’ avvenuto un sacrilegio in piena regola, con l’aggravante dell’impugnare la Verità rivelata contro la Sposa del Cristo, però nessuno ha osato parlare, ad eccezione dell’encomiabile card. Caffarra; è questa la concezione di misericordia oggi imperante, un buonismo senza se e senza ma che non osa opporsi neppure alle offese più dirette e palesi a Nostro Signore?

Dobbiamo smetterla di comportarci da agnellini: dobbiamo prendere e cominciare a protestare, anche e sopratutto in sede legale. Deve essere, certamente, comunicato a tutti i coinvolti (anche e soprattutto alla giornalista responsabile , che si vanta di essere “cattolica adulta”) che sono scomunicati latae sententiae, però questo da solo non basta: devono essere denunciati per un procedimento penale per diffamazione, oltraggio al pubblico pudore e vilipendio alla religione, nonché all’Ordine dei Giornalisti per violazione del codice deontologico. A questa gente, mettendo da parte coloro che scambiano l’assenza di testicoli per mitezza e per misericordia l’assenza di fede, non deve essere permesso di offendere Nostro Signore impunemente: perché, se noi cattolici dobbiamo perdonare le offese dirette a noi, non dobbiamo per questo scusare quelle rivolte al Cristo