Conversazione con un giovane comunista

Cronaca di un evento appena accaduto.

Ero a lavare i piatti in cucina, quando sento suonare il campanello. Purtroppo, la finestra di cucina si affaccia sulla porta, quindi nello sporgermi per vedere chi suona non posso fare a meno di essere notato: si tratta di un ragazzo, con un enorme fascio di giornali, che mi vede e mi saluta. Sale rapidamente il giramento di scatole: si tratta del commesso di “Lotta Comunista”, giornale che mio padre si ostina a comprare, senza però nemmeno leggerlo e senza partecipare ai loro incontri (e non incappando nella scomunica quindi). Credo che lo faccia più per una sorta di imprinting, dovuto al tradizionale colore rosso della mia terra natia, o forse per un senso di tenerezza nei confronti di questi avanzi del XIX secolo, che nonostante la loro avversione al cristianesimo si sono ormai ridotti a prenderne spunto per cercare di sostituirsi ad esso (senza riuscirci, dacché il comunismo classicamente inteso è crollato col Muro nell’89, e quel poco che è rimasto si è inculturato in radicalismo di massa, trasfigurandosi), mandando in giro volontari casa per casa con pacchi di giornali per autofinanziarsi. Autofinanziamenti, anche questi, che sostanzialmente vengono divorati nella stampa del loro giornale, in un circolo vizioso che per fortuna ne limita dimensioni ed impatto sulla società.

Comunque sia, stancamente (e tristemente) vado a prendere il portafogli, per dare 10 euro in cambio di un fondo di lusso per la gabbia dei miei pappagalli, apro e saluto. Ovviamente, per prima cosa vengo invitato ad un incontro coi “lavoratori” (quali, e di quale età? Oggigiorno a nessuno di quelli che conosco frega niente dei comunisti, men che meno quelli “rivoluzionari”) in un circolo che nemmeno ricordo.

-No grazie- rispondo – è mio padre che compra questo giornale, io anzi sono di idee politiche notevolmente diverse dalla vostre, non mi interessa.-

Pazienza, dice il ragazzo; comunque sia, mi illustra il contenuto della nuova pubblicazione. Tema centrale: i “migranti” (una volta, cioè fino a due-tre anni fa, si chiamavano clandestini, ma pazienza: potenza del politicamente corretto).

– Gi Stati europei importano forza lavoro dall’Africa e dall’Asia – mi spiega – per sostituire la popolazione di un’Europa sempre più vecchia ed avere un proletariato [che belli questi termini, da lessico comunista vecchio stampo!] che si accontenta di paghe più basse. Questi poveretti si ritrovano proiettati in un sistema capitalista che non conoscono e che li tratta come un mero capitale umano, in cui non hanno i mezzi per essere competitivi: per forza che alla fine emigrano da noi! Allo stesso modo, fa comodo per rafforzare le politiche interne europee: la questione dei confini, per esempio. In effetti, tutte le forze politiche vogliono usarli per proprio tornaconto.-

– Mah- replico io -che questa immigrazione clandestina sia voluta, anzi favorita da certe forze politiche e da certi mercati europei è fuori discussione, come pure che i clandestini siano merce di scambio per la politica: chi vuole accattivarseli perché saranno elettori un domani, e chi vuole accattivarsi gli elettori di oggi. Resta però il fatto che questa crisi demografica è stata voluta, ed incoraggiata, dall’Europa stessa: e lo è stato fatto mediante politiche di controllo famigliare e presunti “nuovi diritti”, che hanno portato alla demolizione della famiglia e della società. In altre parole, chi è causa del proprio del male pianga sé stesso: e tentare di importare nuova forza lavoro, sperando di avere una massa umana da poter controllare quando saranno infine costoro a controllarci, è solo l’ultimo spasmo suicida di un’Europa che ha dimenticato le proprie radici. E poi, questo discorso dell’immigrazione di massa come risposta di popoli “poveri” per cercare condizioni di vita migliori può essere vero fino ad un certo punto per l’Africa subsahariana: in quella settentrionale ed in Medio Oriente, tra il Daesh e i vari governi che opprimono le minoranze, si tratta di profughi che fuggono per ben altre motivazioni.-

-Già, il Nord Africa- risponde – dove in realtà ci sono dietro anche gli interessi di grandi potenze emergenti: Arabia Saudita, Turchia, Emirati. E la religione è solo un pretesto per spararsi addosso gli un gli altri, istigati dalle potenze straniere. Prenda per esempio l’Arabia: fino a cinquant’anni fa non erano niente, ora pagano certi gruppi rivoluzionari [non parla di terrorismo, e non mi sfugge: per il comunista rivoluzionario non esiste terrorismo, esistono rivoluzioni] per fare il lavoro sporco al posto loro coi petrodollari che hanno in abbondanza. E’ come quando- ride- gli Stati Uniti iniziarono la guerra in Iraq per “portare la democrazia”: in realtà è l’Occidente responsabile di avere creato certe situazioni di instabilità.-

-Certo- confermo -ma ritenere che la religione sia solo un pretesto è sottovalutare il problema: l’Islam, nelle sue varie interpretazioni, non è solo una religione, ma un totalitarismo [come quello comunista, mi vien da dirgli, ma mi mordo la lingua]. Ed in certi Paesi sono sempre stati prontissimi a massacrarsi a vicenda e, sempre, anche le minoranze, cristiani in primis. Che l’Occidente abbia la sua fetta di responsabilità su quanto avvenuto in Nord Africa è un fatto: ma allo stesso modo non è che i locali fossero pacifici e tolleranti. Anzi, l’Islam ha sempre fatto della conquista e della lotta al “diverso” il proprio marchio di fabbrica: illudersi che tutto ciò nasca dagli interessi degli americani, o dei governi europei, è sottostimare il problema. Prova ne è il fatto che queste guerre sono fomentate proprio da ricchi, e di nuova fondazione, Paesi islamici, che si lanciano l’uno alla gola dell’altro. Ed è inutile illudersi: quei Paesi non sono democratici e non lo saranno mai, anzitutto perché a loro per primi non importa niente della democrazia: vogliono emiri, re ed imperatori, forme di governo che possono capire.-

Taglia corto: mi lascia il giornale, io gli lascio (a malincuore) dieci euro, mi saluta, ci scambiamo un paio di ultimi convenevoli e poi, borbottando, metto la costosa lettiera dei pappagalli sullo scaffale mentre torno a  lavare i piatti, mentre il ragazzo torna in giro a diffondere il verbo comunista. Verbo che, grazie a Dio, è morto e sepolto e sopravvive solo nella testa di nostalgici e di rivoluzionari da salotto.

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Islam e Occidente: le vanità del politicamente corretto

Dopo i recenti attentati di Parigi, si è levato immediatamente un coro di voci pronto a condannare tali violenze, usando come corollario il fatto che “i terroristi non erano veri islamici”. Questo, detto da un mondo che non si è mai fatto scrupolo di accusare la Chiesa cattolica di ogni balla gli venisse in mente ma che, per paura e per convenienza economica, non si fa scrupolo di essere servile nei confronti dei musulmani, fa solo ridere.

Fa solo ridere per diverse ragioni: anzitutto, perché nello stesso Corano ci sono incitamenti alla violenza ed alla conquista, se non con le armi perlomeno culturale (e non solo religiosa), del proprio vicino per espandere le terre dell’Islam. Se consideriamo che tale religione è stata fondata proprio da un conquistatore bramoso di impadronirsi delle proprietà altrui, ciò non stupisce affatto. Certo, molti hanno detto che anche nel Vecchio Testamento ci sono molteplici incitamenti alla violenza in nome di Dio (ed è vero), ma nessuno si è soffermato sul fatto che, a parte i cristiani che leggono il Vecchio Testamento alla luce del Nuovo (e che, quindi, condannano le guerre di conquista e di rapina, anche in senso culturale), nemmeno i moderni ebrei giustificano i conflitti usando la Torah. Poca roba, si dirà; eppure, perché gli ebrei moderni non sono dei guerrafondai come gli islamici? Perché non reputano lo sterminio dei popoli vicini un modo per affermare la loro religione e la loro identità culturale? La risposta è semplice: perché per quanto (per esempio) lo Stato d’Israele non si sottragga certo dai conflitti armati, in cui anzi è talvolta fin troppo felice di gettarcisi a capofitto, l’esegesi e la storiografia ebraica hanno fatto passi da gigante negli ultimi duemila anni, specie in seguito alla diaspora che ha costretto un numero elevato di giudei a confrontarsi con un cristianesimo forte e dominante, confronto facilitato dalle modalità stesse con cui gli ebrei (e i cristiani) si approcciano ai testi sacri. E’ tutta lì la differenza: la Bibbia è sì parola di Dio ma scritta dagli uomini, col linguaggio e la pedagogia propria del tempo in cui è stata composta, non è un dettato (contraddittorio, peraltro, ma questo non causa alcun problema alla razionalità dei maomettani evidentemente) proveniente da Allah ma bensì l’esplicitazione di verità morali, teologiche e religiose lungo una pedagogia della salvezza durata circa dieci secoli (e anche di più, se consideriamo la tradizione pre-biblica che nessuno nega). Questo l’Islam, semplicemente, non può ammetterlo, dato che il Corano è un dettato (secondo loro) a Maometto da parte di Allah per mezzo dell’arcangelo Gabriele, quindi esprimente non solo verità (peraltro contraddittorie, lo ribadisco, dato che esistono sure successive che si oppongono a quelle scritte in precedenza) indiscutibili ma anche precetti  e leggi da applicare pedissequamente e senza spazio (o quasi) di manovra; leggi che comprendono anche la conquista del prossimo ed il passare a fil di spada (in senso letterale o metaforico) gli infedeli, naturalmente. Può essere messa in discussione la loro applicazione dunque, ma in sostanza nessun islamico potrà mai dire che un terrorista applica “in maniera falsa” il Corano o che è un “eretico”, dal momento che 1) non esiste nessuna autorità centrale nell’Islam, quindi tutti hanno diritto a dire quello che vogliono basandosi su una lettura più o meno fondamentalista del libro di Maometto senza tema di smentita e 2) che essendo il Corano non “parola di Dio” ma “dettato di Allah”, ciò che è scritto è irrefutabile e chi lo applica fino in fondo applica semplicemente la volontà di Allah.

Quindi, posto il fatto che non esiste l'”Islam moderato” (cioè lo pseudo-Islam che vorrebbero gli occidentali), ma soltanto singoli musulmani di buona volontà (che scelgono di accantonare parti della legge coranica per seguire il loro cuore, che magari dice loro che reputare tutti gli infedeli dei porci per cui è prevista solo l’uccisione, la sottomissione o la conversione è sbagliato), ne consegue che anche le reazioni dei maomettani stessi in seguito alle operazioni paramilitari (dato che chiamare attentati, come pure quelli avvenuti a gennaio, dei blitz con uso di armi da guerra e ben coordinati da una rete d’intelligence estremista che conta diverse decine se non alcune centinaia di fanatici distribuiti tra vari Paesi europei e con contatti direttamente in Siria ed in Libia, è sminuire e negare gravemente il problema) avvenute in Francia sono state nel migliore dei casi tiepide, in certi casi addirittura esistono filmati che provano dei tentativi raffazzonati di giustificazione da parte di certuni: per i carnefici naturalmente, non certo per le vittime (anche se alcune di queste ad onor del vero stavano partecipando ad uno spettacolo a sfondo satanista, cosa che però non ne giustifica il massacro). Questo perché a fronte di due minoranze, quella più consistente degli islamici radicalizzati (milioni in tutto il mondo e che occupano le posizioni che contano) e quella degli islamici di buona volontà (molti meno senza dubbio), c’è una forte maggioranza, istituzionalizzata in Occidente, di “moderati” che non appoggiano direttamente la sharia e la jihad, bensì che aspettano solo di vedere da che parte tira il vento per schierarsi dalla parte del vincitore. In altre parole, non frega loro niente se coloro che reputano infedeli vivono o muoiono, frega solo che le terre dell’Islam si diffondano; se poi agli infedeli è permesso di vivere, magari senza tasse oppure no, a loro non importa niente, ciò che conta è solo il quieto vivere.

Che cosa fare, quindi? Le soluzioni, se si volesse attuare, come ho già detto mesi fa in merito ai primi attacchi a Parigi, sarebbero semplici ma sicuramente comprometterebbero i rapporti con certi Paesi e, soprattutto, con le loro mai abbastanza maledette riserve petrolifere: introduzione del reato d’odio per coloro che se la prendono con apostati dell’Islam, con le donne e che anche solo propagandano l’affermazione (per via democratica o meno) della sharia in Europa, con pene fino a dieci anni di carcere e/o l’espulsione immediata (per gli islamici non cittadini europei) oltre a quelle previste per il reato in questione; divieto di predicare, leggere ed acquistare il Corano in lingue diverse da quella nazionale, e divieto assoluto di fondare scuole coraniche in cui si predica e s’insegna in arabo; divieto per le moschee di ricevere finanziamenti e di investire fondi nei Paesi arabi, in special modo in stati integralisti ed assolutamente intolleranti nei confronti dei cristiani quali Arabia Saudita, Qatar, Eritrea, Iran ed Afganistan; rimpatrio forzato dei clandestini non aventi diritto d’asilo e blocco dei nuovi arrivi non autorizzati dalle coste africane; estirpazione armata manu (prevista, peraltro, anche nel Catechismo in quanta fatta in difesa dei fratelli nella fede e dei luoghi santi, rispettivamente massacrati e distrutti dai fanatici) di ogni gruppo, istituzionalizzato o meno, che predica e diffonde l’odio e la guerra in nome di Allah. Purtroppo, queste misure sono di difficile attuazione, dato che andrebbero ad irritare proprio in nuovi partner economici dell’Occidente, partner che mai hanno nascosto le loro simpatie e le loro smanie di conquista; dato che mala tempora currunt e non esiste una politica estera ed interna realmente mirante a rendere la vita difficile all’Islam, specie a quello più fondamentalista ed integralista, non è possibile allo stato attuale mettere in atto certe contromisure.

Purtroppo, la verità alla fine è una ed è molto semplice: chi vorrà vedere nel Corano una giustificazione alla violenza potrà sempre farlo, e nessuno potrà mai dire che la sua interpretazione, viste le premesse ermeneutiche dell’interpretazione dei musulmani, potrà mai negarlo. Al contempo, l’Occidente, stritolato tra relativismo culturale (che porta alla negazione delle sue radici, cristiane in primis) e politicamente corretto velenoso ed oppressivo, non è certamente in grado di opporsi a quelle che, senza tema di smentita, si possono definire le nuove guerre di conquista islamiche.

Francia anticristica

Ormai è chiaro come la Francia si stia dirigendo verso un punto di non-ritorno laicista, che spaventa anche gli elettori del governo Hollande oltre ai conservatori e, più in generale, tutti coloro che seguano Cristo in Gallia: sto parlando della guerra iniziata contro i simboli religiosi cattolici, guerra che non si limita ormai soltanto alla rimozione dei crocifissi in pubblico (avvenimento già grave di suo, perché indice di un odio anticristico e di un rifiuto delle proprie radici cristiane mostruoso)  ma anche, e soprattutto, a qualsivoglia rimasuglio di cattolicesimo a livello di cultura popolare.

Prima di analizzare i recenti, e tremendi, avvenimenti, quasi escatologici se vogliamo ed ancora più tremendi perché effettuati da un governo agli sgoccioli, che invece che tentare di recuperare consensi non teme di perderne (consapevolmente) ancora pur di finire la sua oscura agenda (manovrata da interessi che, di laico e democratico, non hanno niente), bisogna invece andare a vedere le origini, cioè perché la Francia si è trasformata lentamente nella patria di un ultra-laicismo che non tollera, nella maniera più assoluta, l’esistenza del cattolicesimo sul suolo della République. Sarebbe facile far risalire questa tendenza ai giacobini ed alla (mai abbastanza maledetta) Rivoluzione del 1789, ma questo significa però glissare sui veri motivi che hanno portato a quell’evento, motivi che lo precedono di almeno un secolo e che ormai si sono incancreniti almeno in un certo tipo di cultura francese, diffusa nei territori in lingua d’Oil.

Anzitutto, non deve sorprendere quanto è accaduto e sta accadendo, se la vediamo in questa prospettiva storica, dato che si tratta del naturale culmine della decadenza di un popolo. Una parabola discendente, che non accenna a fermarsi, iniziata già più di un secolo prima della Rivoluzione: infatti, non deve sorprendere che tra le prime Logge massoniche ad emergere nel panorama mondiale, proprio nella prima metà del XVIII secolo, figurassero quelle francesi, né che queste si innervassero in una tradizione ferocemente radicale ed anticattolica come quella dei libertini, i quali invece possono essere tracciati indietro fino alla fine del XVII secolo e che conobbero, in quella che fu la Gallia transalpina, proprio la massima espansione. Espansione segnata, e non a caso, proprio da un feroce odio anti-romano, persistente ormai da secoli e mai sopito. Pertanto, il retaggio culturale nel settentrione e nel centro della Francia dei cosiddetti intellettuali, a differenza di quello delle regioni di lingua d’Oc (più mediterraneo e cattolico), è sempre stato di forte polemica anti-romana e, per estensione, anticattolica, nonché desiderante di schiacciare tutti i cattolici presenti sul suolo francese, come i fatti del massacro di Vandea dimostrano; e questo non da oggi, non da ieri, bensì da ieri altro, da oltre tre secoli.

E’ da notare, in ogni caso, come queste forze si siano da sempre rispecchiate negli ideali radicali di estrema sinistra, e di come con la nascita della moderna politica non abbiano esitato a schierarsi con questi: non deve, pertanto, né sorprendere l’ampia diffusione della massoneria nella Francia odierna, né tantomeno l’annidarsi di queste lobby (non necessariamente appartenenti alla massoneria) prevalentemente all’interno di un’area politica ben precisa. Area politica che, oggigiorno, si dedica a battaglie per dei fasulli “diritti” fin troppo noti, ma che in realtà è estremamente funzionale allo scopo, cioè eradicare ogni forma di religiosità cattolica (dunque papale, dunque romana, dunque odiata) non solo dalla scena pubblica ma anche dalla cultura di un popolo; operazione, questa, che però non si esaurisce con l’appartenenza al socialismo degli eredi di libertini e massoni (e poi giacobini, sanculotti e così via), bensì proietta la sua ombra anche su esponenti di destra e di centro, quali l’ex presidente Chirac (il quale, guarda caso, viene però da ambienti politici di estrema sinistra). Pertanto, non deve stupire quello che sta avvenendo oggigiorno: è la naturale accelerazione di un programma di eradicazione del cattolicesimo indice di una cultura violentemente illuminista e libertina, con la sostituzione della Sposa del Cristo con una laicità né democratica né realmente laica, in quanto assomigliante piuttosto ad un cesaropapismo in salsa atea, che va avanti ormai da centinaia di anni. Solo che inizialmente, complice anche il potere di una monarchia assoluta (anche se affatto esente da difetti), i libertini ed i massoni contavano ben poco nella scena politica francese; oggigiorno, dopo una Rivoluzione (nata in ambito popolare ma rapidamente monopolizzata da certi “salotti”) e due Guerre Mondiali, dopo Napoleone (che inaugura un nuovo fiorire dell’anticattolicesimo e della miscredenza francese, e non a caso) e quant’altro sono i pronipoti di questi figuri ad essere in posizioni chiave e ad usare tutto il loro potere politico per schiacciare le religioni (in primis, e non potrebbe che essere così per i motivi storico-culturali che ho accennato, il cattolicesimo).

Quindi, non deve stupire se un partito al potere in caduta libera di consenso (e non da oggi ma ormai da un paio d’anni, più o meno da quando cominciarono a chiacchierare di “matrimoni” gay contro il volere del popolo), con una fiducia tra gli elettori ormai oscillante tra il 18 e il 30% (quando va bene) e con questi ormai innamorati della Le Pen (la quale, infatti, si prende ogni genere d’insulto da questi socialisti pseudo-democratici, non ultimo l’accusa infamante di essere fascista), non cerchi in alcun modo di risollevarsi e, se non fare marcia indietro sulle proprie riforme, perlomeno sospenderle in attesa di tempi migliori: al contrario, proprio perché il loro tempo è agli sgoccioli, cercano di pestare il piede sull’acceleratore, consci delle difficoltà che avrebbero i loro successori ad eliminare, o anche solo a mitigare ed a marginalizzare, certi “progressi” in salsa radical chic; nonostante questo significhi, appunto, il suicidio politico. E questo avviene proprio per via del pesante, ed ipocrita, lobbismo francese, il quale proprio si ricollega a quel sistema anticristiano di cui ho parlato: quest’ultimo non si fa scrupolo di sostenere e finanziare massicciamente gli uomini politici al governo, in cambio dell’eliminazione e della riduzione all’impotenza dei cattolici. Insomma, un serpente che si mangia la coda, un satanico uroboro mai sazio che non cessa di divorare sé stesso: da una parte l’anticattolicesimo alimenta la politica, la quale a sua volta alimenta l’anticattolicesimo stesso.

Adesso, quindi, risulta chiaro il perché di alcune recenti “manifestazioni d’affetto” nei confronti dei cattolici, e per di più in un periodo dell’anno, cioè la Settimana Santa, di particolare importanza per i membri della Chiesa: per esempio, l’idea di rimuovere dai nomi di luoghi pubblici ogni riferimento a santi e figure religiose, in uno slancio di, presunta, laicità ma che in realtà rivela soltanto un vero e proprio odio satanico contro la Cattolica. Oppure la pensata, ancora più ridicola ed avvenuta in una raccolta fondi destinata ai martiri cristiani uccisi dai fondamentalisti islamici in Medio Oriente, di imporre la rimozione dai manifesti da parte delle autorità pubbliche francesi di ogni riferimento ai cristiani perseguitati, perché secondo loro “turbante l’ordine pubblico”. Mica il pensiero che ci siano ancora oggi uomini uccisi in odium fidei e musulmani pronti a far scoppiare un Quarantotto soltanto per parlarne pubblicamente in uno Stato che si professa laico, macché. Questi “regalini pasquali” sono soltanto le manifestazioni, più idiote peraltro, di una spinta secolarizzante che mira proprio ad estirpare il cattolicesimo dalla scena pubblica e sociale di un Paese, in nome (ed è bene ripeterlo) di una fasulla laicità che in realtà è laicismo. Cioè, in buona sostanza, una dittatura atea (come quelle sovietiche di triste e recente memoria) se non neo-pagana mascherata da democrazia, che bercia come un’ossessa (e, probabilmente, lo è, se non i suoi singoli esponenti nello spirito) se anche solo i cittadini provano a far valere i loro diritti, questi sì, veri.

Diritto di aiutare i propri fratelli perseguitati; diritto di veder votati rappresentanti politici che rispecchino le loro credenze sociali e religiose; diritto a veder riconosciuta l’importanza della loro religione nella storia del proprio Paese di appartenenza; diritto di chiedere e, possibilmente, di ottenere leggi che si conformino alla regalità sociale di Cristo. Cose di cui, invece, la Francia si dimentica in preda ad un delirio anticattolico (e, in definitiva, anticristico), e che portano soltanto all’aumentare  il divario tra le élite al governo e gli elettori. Se è vero che questo atteggiamento è, in parte, dettato dalla paura seguita agli attentati terroristici di gennaio, è anche vero che questi stessi attentati affondano le loro radici non soltanto in un atteggiamento religioso estremista, i cui germi purtroppo sono ben radicati nell’Islam, ma anche e soprattutto all’interno di uno Stato che ha fatto dei presunti “nuovi” diritti e dell’idolatria della Repubblica in salsa nazionalista la propria raison d’être, cercando di sostituire la naturale ricerca di senso di ogni uomo con un “senso civico” assunto a nuova religione. Religione, guarda caso, che ben poco da invidiare e che anzi condivide diversi assunti, specialmente quelli razionalisti e positivisti, con il culto della Dea Ragione di illuminista memoria; culto che, anche in quel caso, coincise con alcuni dei più grandi massacri di cattolici che l’Occidente ricordi dai tempi dell’Impero romano.

Kobane libera!

La liberazione di Kobane, piccola città al confine tra Siria e Turchia, avvenuta pochi giorno fa ad opera delle milizie curde contro i tiranni dell’ISIS, sicuramente ha segnato il morale delle truppe islamiste. La città di frontiera è stata presa da assedio dalle milizie islamiche alla fine di settembre; da allora sono passati ben quattro mesi, ma infine i curdi, che sono giunti in massa in soccorso dei loro fratelli siriani attraversando il confine turco, sono riusciti ad avere ragione degli assalitori, al prezzo però di un vero e proprio bagno di sangue: 1600 persone sono morte negli scontri, inclusi 459 combattenti curdi e 32 civili. Nonostante tutto, grazie anche ai 17 bombardamenti avvenuti da parte statunitensi nella regione nelle 24 ore prima della fine dell’assedio (i quali, ovviamente, per continuare a tenere il piede in due scarpe, stanno tuttora continuando ad addestrare 1500 potenziali jihadisti), il tricolore ha sventolato sulla città rimpiazzando gli stendardi neri degli aggressori del fantomatico, fasullo e brutale, “Stato islamico”.

Nonostante ciò, la sconfitta dell’ISIS in questa piccola città, certamente non fondamentale per la riconquista ed il controllo dell’Iraq e della Siria, ormai in parte controllati dai macellai che hanno fatto della tortura e del brutale omicidio i loro biglietti da visita, lascerà un segno indelebile nelle menti e nei cuori dei miliziani islamici. Questi erano convinti, infatti, di poter estendere il loro presunto califfato incontrando poca o nessuna resistenza (anche per colpa degli eserciti regolari locali, spesso inadatti ad affrontare fanatici motivati e che fanno ampio uso delle tattiche di guerriglia) sino al confine con la Turchia; invece hanno dimostrato, agli occhi del mondo, oltre alla loro barbarie ed alla loro sete di sangue anche la loro fallibilità e l’essere tutt’altro che invincibili: infatti, gli aggressori hanno perso oltre il doppio degli uomini rispetto ai difensori cristiani. Kobane era stata al centro di una forte propaganda islamista, che ne vedeva una tappa obbligata per schiacciare “i crociati” (così costoro chiamano i cristiani, secondo una vulgata fondamentalista nata agli inizi del XX secolo ma che non ha alcuna base nell’Islam storico) prima dell’espansione verso Gerusalemme e Roma. Pertanto, la riconquista della città avrà certamente effetti duraturi ed importanti sul morale dei tagliagole che per troppo tempo, e con la colpevole complicità di un Occidente mediatico ed opulento, che ha atteso mesi prima di intervenire in quello che, era chiaro, si stava rapidamente trasformando in un genocidio delle minoranze cristiane, hanno potuto fare ciò che desideravano in quella parte del mondo al grida di “Allahu akbar”.

Sebbene certamente non sia possibile esultare per il prezzo di sangue pagato, sia da una parte che dall’altra, è chiaro che questa legittima difesa ha contribuito a ridare una speranza agli oppressi sotto il nuovo regime, regime più volte sostenuto proprio da parte di coloro che, almeno formalmente, si oppongono ad Assad, immemori (spesso neppure innocentemente, come nel caso ad esempio alla Turchia sunnita di Erdogan ed alle sue mire espansionistiche a spese della Siria sciita) di cosa abbia voluto dire il crollo delle dittature nel Golfo per le minoranze che vivevano in quei Paesi islamici. Soprattutto, bisogna avere il coraggio di affrontare la realtà: l’ISIS non è composto da poche centinaia di esaltati, bensì si tratta di una forza para-militare con migliaia di adepti che è arrivata a controllare circa un terzo della Siria e che mira a replicare l’espansionismo islamico del VII secolo, che ha arruolato tra le sue fila un numero non trascurabile di miliziani provenienti da famiglie islamiche che vivono in Occidente anche da un paio di generazioni.

Dall’Ordine di Santa Maria della Mercede alle italiane liberate in Siria: storia di una caduta

L’epilogo della dolorosa vicenda riguardante le due giovani italiane, Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, rispettivamente di 21 e 20 anni, sequestrate dai ribelli islamisti siriani e poi liberate, non può non suscitare alcuni riflessioni: per quanto questa avvenimenti siano stati certamente tristi e terribili per le famiglie oltre che per le ragazze coinvolte, è innegabile che vi siano dei punti oscuri e quasi surreali che portano ad interrogarsi.

Appurato che un qualche genere di riscatto deve essere stato pagato, anche se non se ne conosce l’entità o la quantità (inizialmente, tuttavia, erano trapelate voci riguardo a 12 milioni di euro per entrambe), resta il fatto che costoro sono state liberate; ora, i loro carcerieri sicuramente non le avranno rilasciate in cambio di niente, sia perché sono state tenute in ostaggio per svariati mesi (ed avere ostaggi espone questi gruppi ad elevati rischi, in primis proprio quello dei tentativi di liberazione armata da parte di forze speciali, sicuramente meglio addestrate di loro), sia perché sono state catturate e non uccise proprio per avere un tornaconto nella loro guerra jihadista. Quindi, resta da appurare cosa sia stato dato loro in cambio: se non soldi, cosa? Armi? Prigionieri? In ogni caso, non essendoci stata alcuna operazione militare (almeno che si sappia), è segno che gli aguzzini islamisti devono avere ottenuto qualcosa in cambio. Il dubbio che attraversa l’Italia adesso, ad ogni modo, si può riassumere come: è stato lecito questo genere di scambio, qualunque cosa abbia riguardato, se denaro contante, armi o prigionieri, in ogni caso risorse che sicuramente hanno fatto gioco alla causa dei guerriglieri, personaggi che stanno rendendo la vita dei cristiani siriani ed iracheni un inferno?

A questo punto, viene spontaneo fare il paragone con l’Ordine di Santa Maria della Mercede, fondato da san Pietro Nolasco a Barcellona il 10 agosto del 1218: l’ordine nacque anch’esso in risposta alle incursioni islamiche nell’area mediterranea. Si occupava, infatti, di pagare il riscatto (la “mercede”) ai mercanti d’uomini mediorientali, riscattando così i prigionieri cristiani catturati durante le razzie dei predoni lungo le coste. Quindi, in buona sostanza, si può dire che indirettamente finanziassero quei commerci? Apparentemente sì, in realtà no: no perché agli schiavi liberati era chiesto in cambio di testimoniare a coloro che avevano versato la somma richiesta (spesso appartenenti a ricche ed influenti famiglie) le condizioni di vita e le circostanze della loro cattura. In altre parole, anzitutto era chiesto loro di certificare, per così dire, che il denaro speso per il loro riscatto fosse stato speso bene e, soprattutto, facendo prendere coscienza alle famiglie agiate ed al popolo dell’esistenza di un problema nel Mare Nostrum, problema che molti semplicemente ignoravano e che doveva essere risolto con le armi e con la preghiera, come alla fine in effetti accadde. In definitiva, tutto l’opposto rispetto al nostro mettere la testa sotto la sabbia dinanzi a certe responsabilità.

Poi, soprattutto, gli schiavi non erano stati resi tali per loro colpa: non erano andati a fare volontariato nei Paesi islamici mentre questi erano in guerra, né tantomeno avevano cercato di appoggiare cause rivoluzionarie contro governi più tolleranti fomentati da mass media; la loro unica colpa, se così vogliamo chiamarla, era quella di essere cristiani lungo le coste di un mare dominato dalla pirateria saracena. Questo non si può dire per le ragazze: intendiamoci, l’essere rapite da macellai che non si fanno scrupolo di massacrare cristiani e yezidi indifesi è già di suo motivo sufficiente per rendere necessaria la liberazione. Tuttavia, ciò non toglie che anzitutto non si tratta di due eroine, dal momento che desideravano spontaneamente andare ad aiutare la causa rivoluzionaria (anche se bisogna dire in loro difesa che ciò avveniva quando ancora i mass media, bugiardi ed asserviti, la presentavano come la lotta del popolo oppresso contro un tiranno sanguinario, fintamente dimentichi di cosa abbia voluto dire il crollo dei regimi per le minoranze etniche e religiose nei paesi del Magreb); inoltre, a loro non sarà chiesto di testimoniare niente, o ben poco, certamente facendo tutte le attenuanti ed i distinguo del mondo per placare l’opinione pubblica e, magari, fare un po’ di propaganda terzomondista da due soldi: tutto alla fine cadrà nel dimenticatoio e sarà diluito nella melassa del politicamente corretto.

Già, perché questo è quello che sta accadendo: ora che le ragazze hanno potuto riabbracciare la propria famiglia (a cui sorge spontaneo porre la fatidica domanda: perché hanno permesso a delle parenti poco più che maggiorenni di andare in un Paese in stato di guerra attiva?), i terroristi hanno avuto ciò che volevano (che si trattasse di denaro o di altro, forse più congeniale alla loro causa) ed il governo italiano ha rimediato l’ennesima figuraccia, essendosi guadagnato (e non a torto) l’epiteto infamante di collaborazionismo nei confronti del terrorismo islamico, queste stanno velocemente sparendo dai media, impegnati in altre campagne, dopo che sono stati fatti mille distinguo riguardo ai fondamentalisti ed all’ISIS, al divario tra “moderati” e “radicali” e così via. Le solite chiacchiere, insomma. Alla fine della fiera la testimonianza, nuda e cruda, è proibita proprio perché non devono riferire tutto ciò che hanno passato e, soprattutto, qual è stato il prezzo della loro liberazione; o meglio, magari sarà loro concesso (ed è già stato fatto) ma alle regole del politicamente corretto: sbattute in prima pagina per un paio di giorni per poi essere velocemente dimenticate e stritolate fra gli ingranaggi dell’opinione pubblica. Divenendo, quindi, irrilevanti e funzionali ad una politica estera che affonda le sue radici in un voltarsi dall’altra parte ed in un buonismo peloso sinceramente vergognosi.

In buona sostanza, quindi, tutti hanno avuto ciò che volevano, tranne coloro che sono realmente perseguitati, quelli per cui i mercedari avrebbero davvero, e volentieri, pagato: i cristiani che vivono sotto il giogo e la tirannia di questi squadroni della morte islamici, rei di professare una religione diversa da quella, fanatica ed estremizzata, dei loro carnefici. Cristiani, spesso, che hanno un bisogno disperato di uomini, armi, vettovaglie e sostegno, anche e soprattutto spirituale oltre che tattico e popolare; tutte cose che invece gli aggressori di fasulli califfati hanno in abbondanza, grazie al controllo dei pozzi petroliferi nella regione, da cui scaturisce il greggio di cui l’Occidente ha una sempre più disperata dipendenza. Purtroppo, finché i media taceranno e sembreranno quasi accusare cristiani e yezidi di essere causa del proprio male, privandoli proprio di quel supporto di cui hanno assolutamente bisogno, e gli alti prelati occidentali non manderanno un forte invito all’autodifesa ed alla protezione dei luoghi santi e dei fratelli nella fede orientali (come avvenne ai tempi delle Crociate, per inciso), l’ISIS, al-Qaeda e loro epitomi avranno già vinto, lasciandosi alle spalle un mare di sangue che, alla fine,inghiottirà anche noi.