Ridendo dinanzi al baratro

Non è una novità che dinanzi agli avvenimenti di questi giorni sia facile cadere nello sconforto, e non solo per le solite polemiche sul Presepe (manco si celebrasse la nascita di Adolf Hitler, a questo punto), ma proprio per tutto lo sfacelo di quest’ultimo anno, a partire dal piccolo (cioè da me stesso) per giungere al grande (cioè allo sfacelo generale della Chiesa e, più in generale, della cristianità). Parto in questo viaggio nella lordura dal più piccolo in tutto ciò, cioè io, e rivedo tutto il lerciume che ho fatto, le cose che non ho detto, tutto ciò per cui ho peccato, molto peccato in pensieri, parole, opere ed omissioni. Per gli impegni presi e non mantenuti, per il male fatto e per il bene non fatto. Per questo e molte altre cose.

Poi alzo lo sguardo e guardo ciò che accade per il mondo (maledetto sia il mondo globalizzato, che permette di venire a conoscenza delle sozzure in tempo reale avvenute in ogni angolo del pianeta!) e mi sento schiacciato: tutto il marciume fluisce, bavoso e stomachevole, e si concentra in questi ultimi giorni dell’anno, tra gente che viene ammazzata in quanto cristiana sotto il malcelato contento dei governi occidentali, tra vescovi (successori, quindi, degli apostoli) e preti (quindi consacrati al Cristo per intero) che fanno a gara a chi (s)vende di più Lui, il Signore, in nome dell’ossequio (vero o presunto) al Pontefice, sino alla polemica (cavalcata da una parte e dall’altra, dal clericalismo più becero che lo considera una merce di scambio per la resa al mondo all’anticlericalismo più radicale che odia e non sopporta nulla del cristianesimo, nemmeno il Bambino nella mangiatoia) di cui parlavo prima sul Presepe. Poi c’è tutto quanto avvenuto il resto dell’anno: le polemiche, i testi scritti di fretta e legittimanti pratiche non cattoliche, la presenza di eretici dichiarati che penetrano, con le loro menzogne (come avevano ragione nel “Medioevo” quando ritenevano l’eresia un virus capace di passare da persona a persona, e di contagiare quelle con gli “anticorpi” meno sviluppati!), sin nei sacri palazzi, diffondendo il loro “verbo” (che altro non è se spirito del mondo condensato ed addolcito) tentando di convertire anche il Pontefice al loro fiele. C’è il Sinodo, tentativo mai abbastanza deprecato e mai abbastanza segreto (o alla luce del sole, dipende dalla prospettiva) di rovesciare i Sacramenti (vero segno della Misericordia di Dio più che di mille discorsi) e la Santa Dottrina a partire dalla Eucaristia (frega niente a certi elementi della famiglia, del divorzio e dei divorziati “risposati”, ciò che conta è ridurre i Sacramenti a meri “simboli” di appartenenza, che quindi non servono a niente). Tu vedi tutto questo, e poi ti rendi conto che stai fissando un grande baratro, che stai ormai guardando la tenebra nel burrone finché non realizzi che anche quel buio ti sta osservando, di rimando. Dovresti temerla, quell’oscurità, dato che sai che è terribile e senza fondo e che, inesorabile e paziente, vuole solo divorarti.

E poi ridi.

Ridi non perché sei impazzito, non perché l’amarezza sta mutandosi nell’isteria inframmezzata da lacrime e follia, no, ridi di gioia, ridi di gusto e sinceramente e te ne freghi del fiele, delle tenebre e di tutto il resto: ridi perché tutto era già stato scritto. Ecco la prova irrefutabile, il segno per eccellenza che i Vangeli “c’avevano preso” e con loro tutti i più grandi mistici e mistiche: lo sfacelo in cui viviamo non solo è un “segno dei tempi”, indice dello schifo in cui versiamo, con una parte (consistente) della Chiesa che amoreggia col mondo (che ne vuole la dissoluzione, non certo ascoltarla, men che meno lasciarsi guidare da lei), ma è prova provante di tutto ciò per cui hai sempre combattuto; per la fede, innanzitutto, e poi per la vita, per gli altri. Senza scadere in millenarismi da setta da quattro soldi (Dio me ne scampi e liberi, ché il giorno e l’ora li conosce solo Dio Padre!), senza scadere in sedevacantismi, scismi, eresie e chi più ne ha, più ne metta, ché tanto son tutte cose che uccidono l’anima senza nemmeno rendersene conto, ti accorgi finalmente che stiamo toccando il fondo; e dico “finalmente” perché, una volta toccato il fondo verso cui da 500 anni (anniversario che ci toccherà festeggiare, anzi che festeggeranno dacché io non prenderò parte proprio ad un bel niente, tra 2 anni, alla faccia dell’ortodossia e dei Sacramenti) si stava inesorabilmente precipitando, non potremo fare altro che risalire. E allora ridi, di gioia e di liberazione.

Ridi perché conosci la storia: sai cosa accadde con l’arianesimo, sai che il mondo era come oggi, diviso fra l’eresia e la persecuzione, tra un cesaropapismo paganeggiante ed un Papa indeciso, che non sapeva dove andare perché sembrava che i seguaci di Ario, ormai, avessero trionfato ovunque e schiacciato tutti, anche Cristo stesso, sotto il loro tacco. Sai che bastarono tre persone (San Benedetto, Sant’Atanasio e San Nicola) per riportare il Pontefice sulla giusta rotta, pacificare l’Impero, far cessare le persecuzioni e far morire l’arianesimo nei suoi stessi rifiuti con il più grande Concilio della storia, odiato e temuto da tutti i modernisti proprio per questo motivo. E tutto questo in realtà lo puoi ricondurre, alla fine della fiera, se sai leggere tra le righe della storia e dell’agire umano, all’azione di una sola Persona, nemmeno di tre: Gesù Cristo.

Ridi perché sai che quando Satana pensa di avere vinto è solo questione di tempo perché Dio lo sbugiardi e lo riveli per ciò che è: cioè una scimmia che crede di poter essere Re.

Quindi per tutto questo, in un viaggio che parte dal mio cuore indurito per andare a trovare voi, miei lettori, e continua salendo (o scendendo, che dir si voglia) fino agli incalliti anticristiani ed ai furiosi clericali, passando anche per gli eretici e  dagli scismatici, per i violenti in parole ed atti, da tutti gli uomini insomma, conscio che anche coloro che vogliono il male sono costretti a servire il Bene, non posso che dire ed augurare una sola cosa a tutti quanti, ai giusti ed agli ingiusti, ai buoni, ai mediocri ed ai cattivi, a tutti gli uomini insomma: buon Natale del Signore, che Lui ci benedica e porti presto a termine questo tempo di tribolazione.

“Gioisci, figlia di Sion,/ esulta con tutto il cuore, Israele,/ e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Sion!” (Sofonia 3,14)

 

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Islam e Occidente: le vanità del politicamente corretto

Dopo i recenti attentati di Parigi, si è levato immediatamente un coro di voci pronto a condannare tali violenze, usando come corollario il fatto che “i terroristi non erano veri islamici”. Questo, detto da un mondo che non si è mai fatto scrupolo di accusare la Chiesa cattolica di ogni balla gli venisse in mente ma che, per paura e per convenienza economica, non si fa scrupolo di essere servile nei confronti dei musulmani, fa solo ridere.

Fa solo ridere per diverse ragioni: anzitutto, perché nello stesso Corano ci sono incitamenti alla violenza ed alla conquista, se non con le armi perlomeno culturale (e non solo religiosa), del proprio vicino per espandere le terre dell’Islam. Se consideriamo che tale religione è stata fondata proprio da un conquistatore bramoso di impadronirsi delle proprietà altrui, ciò non stupisce affatto. Certo, molti hanno detto che anche nel Vecchio Testamento ci sono molteplici incitamenti alla violenza in nome di Dio (ed è vero), ma nessuno si è soffermato sul fatto che, a parte i cristiani che leggono il Vecchio Testamento alla luce del Nuovo (e che, quindi, condannano le guerre di conquista e di rapina, anche in senso culturale), nemmeno i moderni ebrei giustificano i conflitti usando la Torah. Poca roba, si dirà; eppure, perché gli ebrei moderni non sono dei guerrafondai come gli islamici? Perché non reputano lo sterminio dei popoli vicini un modo per affermare la loro religione e la loro identità culturale? La risposta è semplice: perché per quanto (per esempio) lo Stato d’Israele non si sottragga certo dai conflitti armati, in cui anzi è talvolta fin troppo felice di gettarcisi a capofitto, l’esegesi e la storiografia ebraica hanno fatto passi da gigante negli ultimi duemila anni, specie in seguito alla diaspora che ha costretto un numero elevato di giudei a confrontarsi con un cristianesimo forte e dominante, confronto facilitato dalle modalità stesse con cui gli ebrei (e i cristiani) si approcciano ai testi sacri. E’ tutta lì la differenza: la Bibbia è sì parola di Dio ma scritta dagli uomini, col linguaggio e la pedagogia propria del tempo in cui è stata composta, non è un dettato (contraddittorio, peraltro, ma questo non causa alcun problema alla razionalità dei maomettani evidentemente) proveniente da Allah ma bensì l’esplicitazione di verità morali, teologiche e religiose lungo una pedagogia della salvezza durata circa dieci secoli (e anche di più, se consideriamo la tradizione pre-biblica che nessuno nega). Questo l’Islam, semplicemente, non può ammetterlo, dato che il Corano è un dettato (secondo loro) a Maometto da parte di Allah per mezzo dell’arcangelo Gabriele, quindi esprimente non solo verità (peraltro contraddittorie, lo ribadisco, dato che esistono sure successive che si oppongono a quelle scritte in precedenza) indiscutibili ma anche precetti  e leggi da applicare pedissequamente e senza spazio (o quasi) di manovra; leggi che comprendono anche la conquista del prossimo ed il passare a fil di spada (in senso letterale o metaforico) gli infedeli, naturalmente. Può essere messa in discussione la loro applicazione dunque, ma in sostanza nessun islamico potrà mai dire che un terrorista applica “in maniera falsa” il Corano o che è un “eretico”, dal momento che 1) non esiste nessuna autorità centrale nell’Islam, quindi tutti hanno diritto a dire quello che vogliono basandosi su una lettura più o meno fondamentalista del libro di Maometto senza tema di smentita e 2) che essendo il Corano non “parola di Dio” ma “dettato di Allah”, ciò che è scritto è irrefutabile e chi lo applica fino in fondo applica semplicemente la volontà di Allah.

Quindi, posto il fatto che non esiste l'”Islam moderato” (cioè lo pseudo-Islam che vorrebbero gli occidentali), ma soltanto singoli musulmani di buona volontà (che scelgono di accantonare parti della legge coranica per seguire il loro cuore, che magari dice loro che reputare tutti gli infedeli dei porci per cui è prevista solo l’uccisione, la sottomissione o la conversione è sbagliato), ne consegue che anche le reazioni dei maomettani stessi in seguito alle operazioni paramilitari (dato che chiamare attentati, come pure quelli avvenuti a gennaio, dei blitz con uso di armi da guerra e ben coordinati da una rete d’intelligence estremista che conta diverse decine se non alcune centinaia di fanatici distribuiti tra vari Paesi europei e con contatti direttamente in Siria ed in Libia, è sminuire e negare gravemente il problema) avvenute in Francia sono state nel migliore dei casi tiepide, in certi casi addirittura esistono filmati che provano dei tentativi raffazzonati di giustificazione da parte di certuni: per i carnefici naturalmente, non certo per le vittime (anche se alcune di queste ad onor del vero stavano partecipando ad uno spettacolo a sfondo satanista, cosa che però non ne giustifica il massacro). Questo perché a fronte di due minoranze, quella più consistente degli islamici radicalizzati (milioni in tutto il mondo e che occupano le posizioni che contano) e quella degli islamici di buona volontà (molti meno senza dubbio), c’è una forte maggioranza, istituzionalizzata in Occidente, di “moderati” che non appoggiano direttamente la sharia e la jihad, bensì che aspettano solo di vedere da che parte tira il vento per schierarsi dalla parte del vincitore. In altre parole, non frega loro niente se coloro che reputano infedeli vivono o muoiono, frega solo che le terre dell’Islam si diffondano; se poi agli infedeli è permesso di vivere, magari senza tasse oppure no, a loro non importa niente, ciò che conta è solo il quieto vivere.

Che cosa fare, quindi? Le soluzioni, se si volesse attuare, come ho già detto mesi fa in merito ai primi attacchi a Parigi, sarebbero semplici ma sicuramente comprometterebbero i rapporti con certi Paesi e, soprattutto, con le loro mai abbastanza maledette riserve petrolifere: introduzione del reato d’odio per coloro che se la prendono con apostati dell’Islam, con le donne e che anche solo propagandano l’affermazione (per via democratica o meno) della sharia in Europa, con pene fino a dieci anni di carcere e/o l’espulsione immediata (per gli islamici non cittadini europei) oltre a quelle previste per il reato in questione; divieto di predicare, leggere ed acquistare il Corano in lingue diverse da quella nazionale, e divieto assoluto di fondare scuole coraniche in cui si predica e s’insegna in arabo; divieto per le moschee di ricevere finanziamenti e di investire fondi nei Paesi arabi, in special modo in stati integralisti ed assolutamente intolleranti nei confronti dei cristiani quali Arabia Saudita, Qatar, Eritrea, Iran ed Afganistan; rimpatrio forzato dei clandestini non aventi diritto d’asilo e blocco dei nuovi arrivi non autorizzati dalle coste africane; estirpazione armata manu (prevista, peraltro, anche nel Catechismo in quanta fatta in difesa dei fratelli nella fede e dei luoghi santi, rispettivamente massacrati e distrutti dai fanatici) di ogni gruppo, istituzionalizzato o meno, che predica e diffonde l’odio e la guerra in nome di Allah. Purtroppo, queste misure sono di difficile attuazione, dato che andrebbero ad irritare proprio in nuovi partner economici dell’Occidente, partner che mai hanno nascosto le loro simpatie e le loro smanie di conquista; dato che mala tempora currunt e non esiste una politica estera ed interna realmente mirante a rendere la vita difficile all’Islam, specie a quello più fondamentalista ed integralista, non è possibile allo stato attuale mettere in atto certe contromisure.

Purtroppo, la verità alla fine è una ed è molto semplice: chi vorrà vedere nel Corano una giustificazione alla violenza potrà sempre farlo, e nessuno potrà mai dire che la sua interpretazione, viste le premesse ermeneutiche dell’interpretazione dei musulmani, potrà mai negarlo. Al contempo, l’Occidente, stritolato tra relativismo culturale (che porta alla negazione delle sue radici, cristiane in primis) e politicamente corretto velenoso ed oppressivo, non è certamente in grado di opporsi a quelle che, senza tema di smentita, si possono definire le nuove guerre di conquista islamiche.

Quel che il Papa non è (o è)

Scrivo questo post per chiarire alcune cose che ormai si sentono in giro, e che sembrano voler minare la Santa Dottrina attribuendo al Santo Padre poteri e diritti che, in effetti, non ha. Chiedo a voi, lettori, di perdonarmi se questo articolo potrà sembrare “banalotto” ad alcuni, ma è necessario ribadire sempre la Dottrina della Chiesa di sempre, per essere più consapevoli del ruolo del Vicario del Cristo e combattere facili clericalismi (o anticlericalismi).

Il Papa non è il successore di Cristo. Sempre più spesso si sente dire che il Papa è “il successore di Cristo”, ma questa proposizione, oltre ad essere teologicamente scorretta, è intrinsecamente sbagliata: il Romano Pontefice, infatti, è il vicario di Cristo, non una Persona della Santissima Trinità o una “reincarnazione” del Nazareno. Vocabolario Treccani alla mano, il vicario è “chi esercita un’autorità o una funzione in sostituzione o in rappresentanza di altra persona di grado superiore. Con questo valore è stato, nell’antichità e nel medioevo, titolo di funzionarî e pubblici ufficiali”. Quindi, in altre parole, il Papa fa le veci del Cristo ed esercita la sua autorità temporaneamente ed in assenza (fisica) del Signore, non certo è un Suo successore. Casomai, il Pontefice è successore di Pietro, il che però è ben diverso.

Il Papa non può “inventare” dogmi (e, va da sé, non può cambiare o annullare dogmi). Quella del Papa che può “inventarsi” i dogmi è una palese bugia, dura tuttavia a morire e che, anzi, sta divenendo sempre più radicata: il Papa, infatti, ratifica ed afferma i dogmi di fede, i quali però non sono invenzioni della sua mente, frutto di una elaborazione teologica o dottrinale più o meno dotta, bensì devono essere in armonia con la Dottrina (quindi la Scrittura, la Tradizione ed il Magistero precedenti) e devono basarsi sull’assunto del “ciò che sempre ed in ogni luogo è stato creduto”; in altre parole, il dogma è una constatazione di una realtà spirituale e morale, non un’astrazione frutto di un semplice ragionamento umano bensì una realtà concreta frutto della Verità rivelata, quindi eterna, immutabile e preesistente all’affermazione stessa del dogma (quindi, per fare un esempio, l’Immacolata Concezione non “inizia” nell’Ottocento, ma si tratta semplicemente del prendere atto di una verità di fede creduta fin dall’inizio ma all’epoca soggetta a disputa teologica e, nei fatti, sempre esistita). Allo stesso modo, dato che (come abbiamo visto) il Papa non è successore del Cristo (e quindi un nuovo signore del Sabato, quindi legislatore divino) e non può inventare dogmi, allo stesso modo non può neppure negare le verità in materia di fede e di morale; qualora lo facesse sarebbe eretico e scismatico e, Codice di Diritto Canonico alla mano, scomunicato.

Il Papa non è un semplice “primus inter pares”. Sebbene il Papa sia (anche) il vescovo di Roma, non è semplicemente un vescovo “più potente”, con maggiori ruoli decisionali e di responsabilità: si tratta infatti pur sempre del vicario del Cristo, colui che ha il compito di confermare i fratelli nella Fede (quindi, di ribadire la Santa Dottrina e di proporla, diversa nel linguaggio ma uguale nel contenuto in quanto eterna, nei diversi tempi) e che è infallibile nei pronunciamenti ex cathedra (cioè quando esercita il suo ruolo di Pastore e di Dottore Universale della Chiesa cattolica) in materia di fede e di morale. Quindi non solo il Pontefice ha il compito di dirimere le dispute all’interno dell’episcopato, ma anche di indicare la via della fede e di ribadire ciò che in ogni tempo ed in ogni luogo è stato creduto nella Chiesa cattolica. La tendenza a considerare il Papa come un semplice “super-vescovo” non appartiene, infatti, alla Chiesa, bensì deriva dall’ambiente ortodosso (che, con la sua sinodalità, rifiuta la presenza di un’autorità centrale e riconosce soltanto patriarchi più o meno autorevoli e basta) o protestante (in cui perlopiù proprio non esiste una figura di riferimento, nemmeno all’interno delle singole confessioni).

Il potere del Papa non è assoluto. Come si è visto, il potere del vescovo di Roma (specie in materia di fede e di morale) non è assoluto quindi, bensì sottostà a precise limitazioni di natura teologica e morale. Quindi, se il Pontefice è per definizione un monarca assoluto in quanto sovrano della Città del Vaticano, nella realtà è vincolato a ben precisi obblighi e doveri, specialmente per quanto concerne il suo ministero particolare.

I pronunciamenti del Papa non sono tutti infallibili o magisteriali. Se è vero che il Magistero straordinario (i dogmi in materia di fede e di morale) è infallibile, quindi sempre vero e da tutti deve essere creduto ed obbedito, e che il Magistero ordinario è comunque sia merito di riverenza e di ubbidienza (sebbene non sia necessariamente corretto o infallibile), tutto ciò che esula da questo contesto (specialmente per quanto riguarda interviste, libri ed insegnamenti quale “dottore privato” e non come Dottore Universale della Chiesa) di conseguenza non appartiene al Magistero petrino. Pertanto tutto ciò che esula dal magistero petrino (quindi sostanzialmente ciò che va oltre le encicliche, i pronunciamenti ex cathedra, le lettere pastorali o la predicazione orale), pur con tutta l’obbedienza ed il rispetto che deve essere tributato al vicario del Cristo, può essere legittimamente ed educatamente criticato, senza per questo doversi sentire (o essere) meno cattolici o scomunicati. Questa osservazione è rivolta a coloro che ritengono, specie in ambienti clericali, che l’autorità del Papa sia illimitata e che, quindi, sia necessario obbedire supinamente a qualsiasi dichiarazione (spesso riportata da fonti non ufficiali) del Pontefice, quando in realtà non è vero.

Il Papa non deve piacere al mondo. Quest’ultimo punto vuole essere di critica a coloro che giudicano il “successo” di un papato in base a quanto piace o non piace alla gente: a prescindere dal carisma e dalla personalità di ciascun Pontefice, non è questo il metro di paragone. Il Papa, infatti, è vicario del Cristo, e quindi tanto più sarà riuscito a confermarei fratelli nella fede ed a indicare la retta Dottrina (svolgendo quindi non solo i compiti propri dell’episcopato, a cui ancora appartiene, ma anche quelli propri del ministero petrino) tanto più avrà avuto successo; il mondo, infatti, di suo è dominio di Satana, e non vuole altro che la dissoluzione della Chiesa cattolica. Più importante del l’approvazione del mondo è, per qualunque cattolico, la ricerca di quella di Dio, e questo vale ancor di più per il Pontefice; pertanto, non ci si può basare su criteri mondani per definire il “successo” o il “fallimento” di un papato, ma quanto questo è stato attinente al suo ministero. In sostanza, il compito del vicario del Cristo non è quello di piacere al mondo, ma quello di confermare i fratelli nella Fede e di fare le veci del Signore in attesa del Suo ritorno, Signore che fu crocifisso proprio dal mondo e che il mondo vuole vedere annientato.

L’acquario di San Pietro

Buongiorno a tutti, e buona festa dell’Immacolata ed inizio del Giubileo! Oggi scriverò solo un breve post, tanto per fare il punto in poche frasi di quello che sta avvenendo in questo momento nella Città del Vaticano.

Apprendo ora che stasera, sulla cupola di san Pietro, saranno proiettate immagini per celebrare l’inizio del Giubileo “della Misericordia” (come se ogni Giubileo non fosse, per sua stessa natura, una celebrazione della Misericordia divina). Tali immagini riguarderanno l’uomo, la misericordia, l’ambiente naturale ed il clima.

Ora, non per essere polemico a tutti i costi, ma vorrei fare qualche domanda “scomoda”, diciamo così: anzitutto, perché saranno proiettate immagini su tutto (a quanto pare) meno che sul Cristo, specie sull’Eucaristia che, in quanto vero Corpo e Sangue del Signore, è chiaramente l’inizio e la fine, l’Alfa e l’Omega appunto, su qualsiasi discorso teologico e morale, quale tra gli altri quello sulla misericordia e sulla custodia del Creato? Perché nessuno ha obiettato sui costi di questa kermesse, in tempi in cui nella Chiesa ci si vergogna anche per due statue, qualche dipinto e qualche vaso sacro in materiali preziosi? Ancora, perché tutta questa grande operazione è stata appaltata perlopiù a supporters dell’aborto, a gruppi non cristiani o che, in generale, omaggiano divinità pagane nel loro nome; cos’è, non c’era nessun cattolico in grado di fare questo? Infine, qualcuno mi spiega cosa c’entra tutto questo con l’Immacolata che oggi festeggiamo?

Detto ciò, ancora auguri; possa Maria assisterci in questo momento delicato e pregare per noi tutti i giorni della nostra vita!

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Falsi monaci e falsi storici: Bose

Dopo il primo articolo, ecco il secondo inerente alla personalissima (e, come visto, molto discutibile) visione che Bianchi ha della Chiesa. Chiesa che assomiglia, come vedremo nei tratti generali, forse più ad una sorta di partito politico, con una Dottrina da vagliare alla luce dei tempi anziché il contrario, che non al Corpo Mistico del Cristo, come d’altra parte l’esperienza Bose insegna.

Già, Bose: non si può parlare di Bianchi senza parlare di questo ridente monastero (che, mi si perdonerà, anche in questo caso stento a definire tale, proprio perché non risulta da nessuna parte, a parte delle autoproclamazioni, che coloro che vi si trovano siano effettivamente monaci) a San Gimignano, nella mia Toscana, a poche decine di chilometri da Firenze. Non si può non parlare di Bose perché si tratta sicuramente di uno dei frutti più discutibili del pensiero bianchiano, nato a ridosso del Concilio Vaticano II e, soprattutto, di quel (mai abbastanza maledetto) “spirito del Concilio” che tanti danni ha fatto e continua a fare.

Prima di affrontare il discorso Bose, quindi, bisogna inquadrare il contesto in cui è stato fondato, cioè a ridosso del Concilio Vaticano II e della riforma del Messale. Senza voler fare qui il tradizionalista con il dente avvelenato “perché c’hanno tolto il latino” (cosa di cui onestamente m’importa poco), è un fatto che soprattutto in quegli anni (anche se gli strascichi virulenti e perniciosi si trascinano fino ad oggi) si impose una visione della Chiesa che vedeva nel Concilio una sorta di “libera tutti”, di metodo per proporre (ed imporre) le più bizzarre teorie teologiche, pastorali e liturgiche invocando che lo stesso Concilio aveva dato il via a tutto ciò. In realtà, non solo nei documenti del CV II non si accenna a questo, ma si ribadiscono elementi (per citare l’esegesi biblica e non soltanto la liturgia, ad esempio, il considerare i Vangeli come resoconti veri e fedeli della vita del Cristo) che sono sempre stati creduti e sostenuti dalla Chiesa. Non c’è alcuna rivoluzione in quei documenti, ed il lettore che colà la cercasse rimarrebbe certamente deluso; anzi, molti aspetti liturgici ed esegetici rimangono (giustamente) inalterati. Proprio nell’ottica di quella “ermeneutica della continuità”, più volte ribadita da Benedetto XVI, non c’è alcuna rottura con quanto asserito precedentemente dalla Sposa del Cristo.

Come fare, allora, ad imporre una visione di pensiero ai limiti dell’eterodossia (quando non la oltrepassa scadendo proprio nell’aperta eresia, penso ad esempio al cosiddetto “Catechismo olandese”)? Semplice: si ignora il Concilio Vaticano II e, invece di applicarlo, si impongono le proprie visioni su quanto sostenuto dai padri conciliari. Si inizia a sostenere che sì, nel documento tal dei tali si dice così, ma in realtà si voleva dire che… E giù ad imporre le proprie visioni distorte e ad applicare le proprie teorie, teorie che all’atto pratico hanno non solo creato una spaccatura profonda nel popolo di Dio, rendendo insopportabile ingiustamente il Concilio stesso ai cosiddetti “tradizionalisti”, ma hanno portato anche a degli effetti maligni (quali crollo delle vocazioni e delle devozioni popolari) che oggigiorno vediamo incontrovertibilmente. Chiariamoci: non è che prima del 1963 nella Chiesa fosse tutto rose e fiori, tanto che proprio per questo venne convocato il Concilio; tuttavia, è un fatto che invece che risolversi certi problemi si sono acuiti, e non tanto per delle cattive disposizioni del Concilio stesso bensì per colpa di coloro che, invece di applicare le norme conciliari in armonia con ciò che sempre ed in ogni dove si è creduto ed insegnato, hanno preferito sostituirsi ad esse in nome di uno “spirito del Concilio” che, in realtà, era semplicemente disobbedienza e prendere i moti del proprio cervello per moti del Cielo.

Ora, perché questa prefazione? Perché l’esperimento più riuscito di Bianchi, la comunità di Bose, nasce proprio da questo “spirito del Concilio” ed in un momento storico, il 1965, proprio a ridosso dal termine dei lavori per la riforma liturgica. Questo non è affatto un caso; siamo in un periodo (che continua, ripeto, ancora oggi, seppure attenuatosi almeno temporaneamente col pontificato di Benedetto XVI) di smarrimento liturgico e dottrinale. Smarrimento ben concretizzatosi, tra parentesi, dalla pubblicazione dell’eretico “Nuovo Catechismo Olandese” proprio nella seconda metà degli anni ’60, pubblicazione trovata eretica in 14 punti ed ambigua in una quarantina di altri. Il Nostro, tuttavia, non esime dal difendere tale pubblicazione a spada tratta proprio in occasione di un suo commento alla piaga della pedofilia olandese il 23 dicembre 2012 su “La Stampa”, con queste parole:

Come si possono collegare tali misfatti al “catechismo olandese”, opera a suo tempo criticata dalle autorità ecclesiastiche per alcune posizioni teologiche, ma non certo morali?

dimenticando di dire, però, che di quelle ambiguità segnalate dalla Curia una buona parte era proprio di origine morale; ma senza voler approfondire questo discorso, che pure meriterebbe un approfondimento in altra sede, bisogna quindi ricordarsi che si tratta di un’opera composta in un’epoca di smarrimento dottrinale e liturgico (e, quindi, infine morale ed etico), ma che Bianchi difende asserendo che

Ancora più improprio mi appare l’accostamento delle cifre spaventose di abusi all’immagine della Chiesa olandese così aperta e all’avanguardia nella ricezione del Concilio Vaticano II, quasi a lasciar intendere che il clima di rinnovamento di quella stagione e l’episcopato più conciliare abbiano influito al terribile degrado.

quando in realtà fu proprio la Chiesa olandese all’avanguardia nella non applicazione della norme conciliari nella continuità e, anzi, arrivò ad avallare la pubblicazione del “Catechismo” di cui sopra, vero manifesto programmatico dei desideri di distruzione e d’immoralità del clero nordeuropeo.

Tornando a Bose dopo questa necessaria premessa per capire da dove provenga e dove vuole andare, si tratta formalmente una sorta di monastero ecumenico; tuttavia, sempre almeno formalmente, è sotto giurisdizione della locale diocesi, e quindi dipendente dalla Chiesa cattolica. Eppure, se questo luogo ha una peculiarità, è proprio il rifiuto di ciò che appartiene propriamente alla tradizione cattolica: prova ne è, ad esempio, il Santissimo spostato in una cappella laterale, per “non offendere” i non cattolici (gesto, questo, che sa d’ipocrita rifiuto come nel caso di coloro che, dato che siamo sotto Natale, tolgono il Presepe per “non offendere” gli islamici, ma tant’è). Questi atti, in realtà, sono ricalcati pari pari sulle smanie olandesi e belghe, progressiste ed ultra-progressiste oltreché fallimentari ed ultra-fallimentari in una prospettiva storica, che da ormai cinquant’anni ammorbano ed hanno devastato certe chiese locali: in realtà la ricerca di un’approvazione da parte dell’autorità costituita non deve essere vista, a Bose ed in questi casi, come un sottomettersi con filiale obbedienza alle regole della Chiesa, bensì come un paravento ideologico per poi poter fare i propri porci comodi alla luce del giorno, senza temere reprimenda ufficiali (anzi, come già ho fatto notare Bose ha fin troppi legami con la CEI e fin troppo spesso Bianchi è portato sul palmo di mano da elementi che invece dovrebbero ammonirlo se non condannarlo) e tacciando di “disobbedienza” e “scisma” proprio coloro che fanno notare simili realtà. Esistono, infatti, fin troppe “libertà” che tale “monastero” ha assunto nei confronti non solo della Dottrina cattolica, ma anche della Chiesa stessa: per esempio, nota è la celebrazione di una sola Messa a settimana (sempre con la solita scusa del “rispetto per chi non ci crede”, ma allora che monastero è?), e pure è nota la presenza di un singolare “martirologio” all’interno della comunità, dove a fianco di (alcuni) santi cattolici sono affiancati elementi dell’immaginario politicamente corretto, a-cattolico o progressista come Buddha e Gandhi. E’ chiara l’assurdità di tale operazione, non fosse altro che l’ecumenismo può essere considerato solo una forma per ricondurre le “pecorelle cristiane” nell'”ovile” di Roma e non il contrario, mentre con le “pecorelle” di altre religioni è necessario il Battesimo e la predicazione, ma a parte questo, è da notare come si tratti di una realtà perfettamente politicamente corretta (Buddha e Gandhi, al netto di ciò che hanno realmente detto, scritto e creduto, sono figure stereotipate nell’immaginario occidentale radical-chic), quindi sostanzialmente inutile e priva di quel coraggio che gli si vorrebbe attribuire.

D’altra parte, il punto per Bose (e per Bianchi) è proprio questo: come abbiamo visto l’articolo precedente e come vedremo in futuro, la Chiesa non dovrebbe essere il Corpo Mistico del Cristo, deputato ad una missione ben precisa (la salvezza delle anime), bensì una sorta di grande partito politico, in cui possa confluire tutto ed il contrario di tutto. Il “martirologio ecumenico” di Bose mostra ben questo: l’importante per salvarsi non è credere ed essere battezzati (come dice il Cristo), bensì una sorta di vago (e vano) sentimentalismo: basta essere giusti agli occhi del mondo (il quale però è dominio di Satana, quindi la giustizia del mondo non è quella di Dio) per essere cristiani (ma come è possibile essere cristiani se non si crede, anzi proprio si nega il Nazareno?) e salvarsi, e chi se ne importa di Dio! E’, infine, sostituire il proprio giudizio a quello del Signore il grande peccato dietro tutta questa visione, piuttosto mondana (appunto) alla fine della fiera.

Pausa di riflessione: “usi a obbedir tacendo e tacendo morir”

Scrivo questo breve post per spiegare le ragioni per cui ormai da più di due mesi non ho più scritto nulla in questo blog: anzitutto, perché nella Chiesa ormai sovrabbondano le chiacchiere più che la Grazia, e non era necessaria un’altra voce (la mia) che si aggiungesse all’inutile chiacchiericcio che, dai palazzi pontifici sino alle parrocchie ed alle case, ammorba la vita nella fede. Vita che ormai non si basa più sulla preghiera, sul nascondimento e sui Sacramenti, ma sul nascondere Dio a favore del “sociale” (in senso politico, ovviamente), approvazione pubblica e sull’asfissiante “dialogo” che ormai sono solo chiacchiere pronunciate per il puro gusto di ascoltare la propria voce, invece che per guidare gli altri al Cristo ed all’unica, vera Chiesa. Ho fatto mio quindi l’imperativo di Messori, e per di più ormai vivo come un militare dell’Arma, in senso spirituale ovviamente: uso ad obbedir tacendo e tacendo morir. Quindi, prima di tutto l’obbedienza (al Cristo ed alla Chiesa, nel senso anche e soprattutto della Santa Dottrina incorruttibile ed eterna), poi tacere se non si ha niente di intelligente da dire e quindi, se c’è bisogno, “morire” dentro anche quando la prima reazione sarebbe vomitare una fiumana di imprecazioni dinanzi a certe uscite.

Mi sono però già dilungato troppo, quindi prometto che nei prossimi giorni parlerò nuovamente del falso monaco Enzo Bianchi (concludendo così gli articoli), quindi a freddo (troppo è stato detto a caldo) del rapporto tra l’Islam e l’Occidente e sulle sconcezze dette al Sinodo. Per essere onesti, mi piacerebbe anche parlare del Battesimo e del concetto di figliolanza divina, se non sul post sull’Islam su uno dedicato appositamente. Stay tuned, quindi, direbbero gli anglofoni!

Falsi monaci e falsi storici: le origini del pensiero bianchiano

Riprendo finalemente a scrivere, cari lettori, dopo la pausa estiva, e su un tema scottante peraltro. Non posso tacere (e altrove non l’ho fatto, difatti) sui recenti avvenimenti che vedono protagonisti personaggi purtroppo molto noti nel panorama cattolico nazionale, i quali tuttavia propagandano un pensiero in aperto contrasto con ciò che insegna la Chiesa e, in modo sinceramente vergognoso, sfruttano il mecenatismo di personalità potenti (quali alcuni esponenti della CEI, che non rifiuta mai di ospitarli sulle pagine di “Avvenire”) per seminare scandalo e confusione fra i fedeli.

Sto parlando nello specifico del falso monaco e priore della comunità ecumenica di Bose Enzo Bianchi (classe 1943), personaggio ambiguo ed inquietante non solo per le sue opinioni, come mostrerò in aperto contrasto con la Verità e con la Chiesa (che lui reputa alla stregua di un circolo politico e non il Corpo Mistico del Cristo), ma anche per i suoi atteggiamenti e per i suoi supporti con membri siti molto in alto fra l’episcopato. Una premessa: lo definisco falso monaco non per livore o per giudizio alla persona (che non oserei mai; qui ed altrove giudico le idee, non l’intimità di un uomo che, sinceramente, mai ho conosciuto di persona), ma proprio perché costui non lo è, semplicemente: Bianchi si è autoproclamato tale, come pure priore. In realtà, il Nostro è laureato in Economia e Commercio (quindi, non ha mai compiuto nessuno studio accademico né filosofico né teologico, nonostante insista a fare teologia ed esegesi biblica) e non solo non è un prete, ma non è nemmeno un laico consacrato e non risulta da nessuna parte che abbia emesso dei voti privati. In effetti, dovrebbe essere evidente che, se Bianchi può presentarsi come monaco e priore, allora potrei farlo tranquillamente anch’io, dato che ho un titolo di studio universitario non teologico-filosofico (come il suo) e non ho mai emesso alcun voto o avuto alcuna consacrazione in vita mia. Stranezze del cattolicesimo moderno, si dirà, che perseguita santi uomini come padre Manelli (“colpevole” di essere troppo tradizionale e di preferire la Santa Messa in latino al rito ordinario) e favorisce personaggi borderline; ma c’è di più.

C’è che questo personaggio dichiara cose proprio apertamente non cattoliche, e non da dieci giorni (giorno a cui risale una temibile intervista a “Repubblica”, di cui parlerò prossimamente), ergendosi contemporaneamente a giudice delle varie realtà della Chiesa stessa. Questo atteggiamento deriva dai maestri che Bianchi ha avuto, senza dubbio, e a cui tributa molto; nomi che, ne sono sicuro, non hanno bisogno di presentazioni e che, anzi, ben spiegano certi rigurgiti in salsa protestanteggiante e modernista del Nostro: sto parlando di Hans Kung (da lui definito come uno dei padri del Concilio Vaticano II), inquietante personaggio che nega la reale presenza del Cristo nell’Eucarestia nonché il Primato petrino, oltre al famigerato cardinale Walter Kasper, allievo di Rahner (definito, e probabilmente non a torto, l’eresiarca del XX secolo) e propugnatore di tesi, quali l’accesso alla Santa Comunione ai divorziati “risposati”, che non stanno né in cielo né in terra (e, soprattutto, sono espressamente condannate nei Vangeli).

Fatta questa doverosa introduzione, iniziando da tempi più remoti rispetto alle ultime settimane, leggiamo, ad esempio, l’opinione del priore di Bose riguardo al suicidio di alcuni monaci buddhisti tibetani (che non è esattamente una “bella” corrente del buddhismo, ma tant’è agli occidentali piace; magari in futuro parlerò un po’ dell’inquietante figura del Dalai Lama e di che cos’era il Tibet fino agli anni ’50, al netto dei sentimentalismi occidentali) per protesta contro il governo cinese. Ebbene, il Catechismo della Chiesa Cattolica riporta che

2281 Il suicidio contraddice la naturale inclinazione dell’essere umano a conservare e a perpetuare la propria vita. Esso è gravemente contrario al giusto amore di sé. Al tempo stesso è un’offesa all’amore del prossimo, perché spezza ingiustamente i legami di solidarietà con la società familiare, nazionale e umana, nei confronti delle quali abbiamo degli obblighi. Il suicidio è contrario all’amore del Dio vivente.

E continua

2282 Se è commesso con l’intenzione che serva da esempio, soprattutto per i giovani, il suicidio si carica anche della gravità dello scandalo. La cooperazione volontaria al suicidio è contraria alla legge morale. […]

Si capisce bene, quindi, perché fino a qualche anno fa, pur pregando per i suicidi, la Chiesa ne vietasse le esequie religiose: perché il suicidio, anche nel caso dei cristiani, non può essere considerato un motivo di martirio. Anzi, è l’esatto contrario: è il voler disporre, fino alle estreme conseguenze, della propria vita, pur con tutte le eventuali attenuanti (come riconosce il CCC continuando il punto 2282, “gravi disturbi psichici, l’angoscia o il timore della prova, della sofferenza o della tortura possono attenuare la responsabilità del suicida”), non può essere inquadrato come testimonianza al Signore dei viventi. Quindi, il suicidio è uno degli atti più gravi che si possono compiere contro il quinto comandamento.

Questo scoraggerà il nostro dall’elogiarlo? Assolutamente no; il Nostro infatti scrive, il 12 dicembre 2012 su “La Stampa”, queste parole:

Il martire che si nutre e si ricopre di incensi e profumi per poi ardere compie un’offerta libera e totale per la salvezza di tutti: non mira unicamente alla propria rinascita, ma al rinnovamento del mondo.

Avete capito? Per Bianchi colui che si uccide, sia pure per protesta (e, quindi, sicuramente non ricade nelle attenuanti indicate dal Catechismo) è un martire. Posto il fatto che “non la pena, ma la causa rendono martiri”, e che quindi non possono esistere martiri (cioè testimoni del Cristo) non cristiani, per il priore di Bose essere uccisi pur di non rinnegare la propria fede oppure uccidersi per ragioni di contestazione politica (per carità, legittime ma da attuare con altri mezzi) sono più o meno la stessa cosa. Bianchi non è però nuovo a questa ossessione per il suicidio, da lui visto come mezzo per rendere martire il suicida; già nel 1998, infatti, definì con queste parole il suicidio di John Joseph, vescovo cattolico di Faisabad, avvenuto per protesta contro la legge sulla blasfemia in Afganistan:

una modalità rarissima del martirio cristiano

Ovviamente, però, le eterodossie (quando non aperte eresie) del Bianchi non si limitano alla sua fissazione per il suicidio, il quale è soltanto la punta dell’iceberg del pensiero eterodosso bosiano-bianchiano; infatti, il Nostro aderisce in maniera più o meno diretta ad una eresia condannata dal 325 d.C., cioè dal primo Concilio di Nicea, cioè l’arianesimo. Questa eresia afferma che il Cristo non è vero Dio ma solo vero Uomo; pertanto, non partecipa della natura divina del Padre. In definitiva, il Cristo sarebbe una creatura, non essendo increato e non essendo sempre esistito. Questo, peraltro, inficia l’opera di salvezza del Nazareno, in quanto una creatura non può salvare alcun’altra creatura: solo Dio salva. Eppure, proprio questa è l’opinione del nostro blasonato priore:

Gesù non si sottrae ai limiti della propria corporeità e non piega le Scritture all’affermazione di sé; al contrario, egli persevera nella radicale obbedienza a Dio e al proprio essere creatura, custodendo con sobrietà e saldezza la propria umanità (da “Avvenire”, 4 marzo 2012)

Avete capito? Bianchi ammette che, per lui (ma certamente non per la Chiesa, né per Dio stesso ovviamente) il Cristo non è il Figlio di Dio e, quindi, una Persona della Santissima Trinità; no, asserisce direttamente che si tratta proprio di una creatura. Certo, una creatura grandissima, un maestro superiore agli angeli, però una creatura. Quindi, il Nostro aderisce a quella corrente di pensiero, purtroppo tristemente diffusa specialmente tra non cristiani ed atei in generale, che vedono nel Cristo soltanto una grande personalità della storia, al pari del Buddha o di qualche personalità politica, ma non come l’Emmanuele, il “Dio con noi”; questo è, a mio avviso, il punto più grave dell’intero pensiero di Bianchi (che, ricordo, non è certo un filosofo o teologo ma è fin troppo ben considerato dai nostri vescovi e cardinali).

Ovviamente, negando la divinità del Nazareno Bianchi non può che negare tutta un’altra serie di cose, non ultime la storicità dei Vangeli e la realtà dei segni (termine che io preferisco a miracolo, in quanto indicante maggiormente l’azione straordinaria di indicazione, di prodigio operato da Dio per confermare la Sua presenza tra di noi). Il Nostro, essendosi liberamente abbeverato dalle fonti dei vari Rahner e Kasper e, più in generale, di ogni ultraprogressista ai limiti dell’eresia (nella felice eventualità che quel limite non sia stato oltrepassato), così asserisce il 12 giugno 2011 nella trasmissione “Uomini e Profeti):

Certo Gesù svolse in qualche modo una attività di taumaturgo o guaritore … Ma i racconti poi si arricchivano di particolari e sovrastrutture di tipo ‘liturgico’”

In sostanza, i Vangeli non sono, come dice la Costituzione Dogmatica Verbum Dei sulla Divina Rivelazione (documento di quel Concilio Vaticano II a cui il priore di Bose, dichiaratamente, si rifà di continuo e che, anzi, come vedremo in sostanza considera l’unico Concilio in 2000 anni di storia della Chiesa):

Ciò venne fedelmente eseguito, tanto dagli apostoli, i quali nella predicazione orale, con gli esempi e le istituzioni trasmisero sia ciò che avevano ricevuto dalla bocca del Cristo vivendo con lui e guardandolo agire, sia ciò che avevano imparato dai suggerimenti dello spirito Santo, quanto da quegli apostoli e da uomini a loro cerchia, i quali, per ispirazione dello Spirito Santo, misero per scritto il messaggio della salvezza.

Altro che invenzioni degli apostoli, i segni, la Chiesa ci insegna, sono eventi avvenuti realmente ed in contesti storici e geografici ben precisi, non semplici racconti o metafore. Ovviamente, se si nega la divinità del Cristo, ne consegue che queste eventi divengono problematici, in quanto contengono al loro interno una dimensione trascendente ed escatologica (non liturgica, almeno non in senso stretto) che rivela la divinità del Figlio di Dio e che va al di là del singolo atto; in altre parole, i segni del Cristo hanno anche significati ulteriori rispetto a quello di essere semplici guarigioni, significati che rimandano all’essere del Nazareno il Signore, Figlio di Dio e Seconda Persona della Santissima Trinità. Bianchi, negando spesso implicitamente questo (come risulta dal suo concentrarsi sempre sul Cristo come Vero Uomo, e mai come Vero Dio) ed esplicitamente, come abbiamo appena visto, almeno in una occasione, non può concepire questo; pertanto, in sostanza, gli apostoli dovevano essere dei truffatori o dei visionari, che hanno divinizzato a posteriori le imprese (o almeno, quelle che implicano modifiche nell’ordine naturale delle cose, cioè i segni) di un semplice santone o maestro vissuto nella Palestina del I secolo. Un grande uomo, certo, ma appunto non il Figlio di Dio ed alla pari con tutta una serie di profeti, falsi e non, e di predicatori che circolavano in quel tempo a Gerusalemme e dintorni.

Chiaramente Bianchi, in quanto negatore della divinità del Cristo e della Sua azione anche al di fuori del normale corso delle cose, è inarrestabile; nella stessa trasmissione asserisce anche che

“Un Dio che castiga meriterebbe piuttosto di essere negato che non creduto”

In un colpo solo, Bianchi riesuma due eresie al prezzo di una: non solo infatti è implicito che l’Inferno sarebbe vuoto (dal momento che, non esistendo castigo divino, ne consegue che non esistono neppure né dannati né demoni) ma è anche assente la giustizia di Dio. In realtà, è il Cristo stesso, nei Vangeli (la cui storicità, però, Bianchi nega, sebbene asserisca nonostante tutto, sbagliando anche in questo caso, un primato della Parola su tutto il resto all’interno della sua comunità) , a fare affermazioni molto chiare in merito; in questa vita noi siamo nel tempo della misericordia, ma dopo la morte si entra nel tempo della giustizia, giustizia che comprende anche il castigo divino. Tale castigo inoltre può manifestarsi anche in questa vita, quando ad esempio Dio permette agli uomini di fare ciò che vogliono dimentichi di Lui, non sapendo (o volendo ricordare) che senza di Lui non possiamo fare nulla. Nel mistero della Santissima Trinità, infatti, carità, misericordia e giustizia sono intimamente legate; ma Bianchi, negando la divinità del Cristo, finisce anche per negare anche la sua valenza di giudice assoluto in questa vita e nell’altra e l’intima relazione fra queste virtù.

Quindi, ricapitolando, al di là delle approvazioni della gerarchia ecclesiastica a Bose e degli agganci del Nostro siti molto in alto, il pensiero di Bianchi è eterodosso, problematico e, in definitiva, non cattolico nei seguenti punti:

  • Affermazione del suicidio, almeno in alcuni casi, come uno strumento di martirio e non come un grave peccato (rifiutando il Catechismo nei punti  2280-2282).
  • Negazione della divinità del Cristo, aderendo ad un arianesimo de facto (condannato già da Nicea nel IV secolo), che scardina alla base la fede cristiana.
  • Negazione dei Vangeli come resoconti veri e fedeli della vita del Cristo.
  • Negazione dell’esistenza dei segni.
  • Negazione (implicita) dell’Inferno come luogo di dannazione ed affermazione (esplicita) di un concetto distorto di giustizia divina.

A questo, inoltre, come vedremo in futuro, va aggiunto anche il suo livore nei confronti dei pontefici precedenti all’attuale (che pure, sicuramente su consigli interessati, diedero qualche ruolo al Nostro in curia), nonché altre gravi affermazioni uscite di recente su “Repubblica”.