Ridendo dinanzi al baratro

Non è una novità che dinanzi agli avvenimenti di questi giorni sia facile cadere nello sconforto, e non solo per le solite polemiche sul Presepe (manco si celebrasse la nascita di Adolf Hitler, a questo punto), ma proprio per tutto lo sfacelo di quest’ultimo anno, a partire dal piccolo (cioè da me stesso) per giungere al grande (cioè allo sfacelo generale della Chiesa e, più in generale, della cristianità). Parto in questo viaggio nella lordura dal più piccolo in tutto ciò, cioè io, e rivedo tutto il lerciume che ho fatto, le cose che non ho detto, tutto ciò per cui ho peccato, molto peccato in pensieri, parole, opere ed omissioni. Per gli impegni presi e non mantenuti, per il male fatto e per il bene non fatto. Per questo e molte altre cose.

Poi alzo lo sguardo e guardo ciò che accade per il mondo (maledetto sia il mondo globalizzato, che permette di venire a conoscenza delle sozzure in tempo reale avvenute in ogni angolo del pianeta!) e mi sento schiacciato: tutto il marciume fluisce, bavoso e stomachevole, e si concentra in questi ultimi giorni dell’anno, tra gente che viene ammazzata in quanto cristiana sotto il malcelato contento dei governi occidentali, tra vescovi (successori, quindi, degli apostoli) e preti (quindi consacrati al Cristo per intero) che fanno a gara a chi (s)vende di più Lui, il Signore, in nome dell’ossequio (vero o presunto) al Pontefice, sino alla polemica (cavalcata da una parte e dall’altra, dal clericalismo più becero che lo considera una merce di scambio per la resa al mondo all’anticlericalismo più radicale che odia e non sopporta nulla del cristianesimo, nemmeno il Bambino nella mangiatoia) di cui parlavo prima sul Presepe. Poi c’è tutto quanto avvenuto il resto dell’anno: le polemiche, i testi scritti di fretta e legittimanti pratiche non cattoliche, la presenza di eretici dichiarati che penetrano, con le loro menzogne (come avevano ragione nel “Medioevo” quando ritenevano l’eresia un virus capace di passare da persona a persona, e di contagiare quelle con gli “anticorpi” meno sviluppati!), sin nei sacri palazzi, diffondendo il loro “verbo” (che altro non è se spirito del mondo condensato ed addolcito) tentando di convertire anche il Pontefice al loro fiele. C’è il Sinodo, tentativo mai abbastanza deprecato e mai abbastanza segreto (o alla luce del sole, dipende dalla prospettiva) di rovesciare i Sacramenti (vero segno della Misericordia di Dio più che di mille discorsi) e la Santa Dottrina a partire dalla Eucaristia (frega niente a certi elementi della famiglia, del divorzio e dei divorziati “risposati”, ciò che conta è ridurre i Sacramenti a meri “simboli” di appartenenza, che quindi non servono a niente). Tu vedi tutto questo, e poi ti rendi conto che stai fissando un grande baratro, che stai ormai guardando la tenebra nel burrone finché non realizzi che anche quel buio ti sta osservando, di rimando. Dovresti temerla, quell’oscurità, dato che sai che è terribile e senza fondo e che, inesorabile e paziente, vuole solo divorarti.

E poi ridi.

Ridi non perché sei impazzito, non perché l’amarezza sta mutandosi nell’isteria inframmezzata da lacrime e follia, no, ridi di gioia, ridi di gusto e sinceramente e te ne freghi del fiele, delle tenebre e di tutto il resto: ridi perché tutto era già stato scritto. Ecco la prova irrefutabile, il segno per eccellenza che i Vangeli “c’avevano preso” e con loro tutti i più grandi mistici e mistiche: lo sfacelo in cui viviamo non solo è un “segno dei tempi”, indice dello schifo in cui versiamo, con una parte (consistente) della Chiesa che amoreggia col mondo (che ne vuole la dissoluzione, non certo ascoltarla, men che meno lasciarsi guidare da lei), ma è prova provante di tutto ciò per cui hai sempre combattuto; per la fede, innanzitutto, e poi per la vita, per gli altri. Senza scadere in millenarismi da setta da quattro soldi (Dio me ne scampi e liberi, ché il giorno e l’ora li conosce solo Dio Padre!), senza scadere in sedevacantismi, scismi, eresie e chi più ne ha, più ne metta, ché tanto son tutte cose che uccidono l’anima senza nemmeno rendersene conto, ti accorgi finalmente che stiamo toccando il fondo; e dico “finalmente” perché, una volta toccato il fondo verso cui da 500 anni (anniversario che ci toccherà festeggiare, anzi che festeggeranno dacché io non prenderò parte proprio ad un bel niente, tra 2 anni, alla faccia dell’ortodossia e dei Sacramenti) si stava inesorabilmente precipitando, non potremo fare altro che risalire. E allora ridi, di gioia e di liberazione.

Ridi perché conosci la storia: sai cosa accadde con l’arianesimo, sai che il mondo era come oggi, diviso fra l’eresia e la persecuzione, tra un cesaropapismo paganeggiante ed un Papa indeciso, che non sapeva dove andare perché sembrava che i seguaci di Ario, ormai, avessero trionfato ovunque e schiacciato tutti, anche Cristo stesso, sotto il loro tacco. Sai che bastarono tre persone (San Benedetto, Sant’Atanasio e San Nicola) per riportare il Pontefice sulla giusta rotta, pacificare l’Impero, far cessare le persecuzioni e far morire l’arianesimo nei suoi stessi rifiuti con il più grande Concilio della storia, odiato e temuto da tutti i modernisti proprio per questo motivo. E tutto questo in realtà lo puoi ricondurre, alla fine della fiera, se sai leggere tra le righe della storia e dell’agire umano, all’azione di una sola Persona, nemmeno di tre: Gesù Cristo.

Ridi perché sai che quando Satana pensa di avere vinto è solo questione di tempo perché Dio lo sbugiardi e lo riveli per ciò che è: cioè una scimmia che crede di poter essere Re.

Quindi per tutto questo, in un viaggio che parte dal mio cuore indurito per andare a trovare voi, miei lettori, e continua salendo (o scendendo, che dir si voglia) fino agli incalliti anticristiani ed ai furiosi clericali, passando anche per gli eretici e  dagli scismatici, per i violenti in parole ed atti, da tutti gli uomini insomma, conscio che anche coloro che vogliono il male sono costretti a servire il Bene, non posso che dire ed augurare una sola cosa a tutti quanti, ai giusti ed agli ingiusti, ai buoni, ai mediocri ed ai cattivi, a tutti gli uomini insomma: buon Natale del Signore, che Lui ci benedica e porti presto a termine questo tempo di tribolazione.

“Gioisci, figlia di Sion,/ esulta con tutto il cuore, Israele,/ e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Sion!” (Sofonia 3,14)

 

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Quel che il Papa non è (o è)

Scrivo questo post per chiarire alcune cose che ormai si sentono in giro, e che sembrano voler minare la Santa Dottrina attribuendo al Santo Padre poteri e diritti che, in effetti, non ha. Chiedo a voi, lettori, di perdonarmi se questo articolo potrà sembrare “banalotto” ad alcuni, ma è necessario ribadire sempre la Dottrina della Chiesa di sempre, per essere più consapevoli del ruolo del Vicario del Cristo e combattere facili clericalismi (o anticlericalismi).

Il Papa non è il successore di Cristo. Sempre più spesso si sente dire che il Papa è “il successore di Cristo”, ma questa proposizione, oltre ad essere teologicamente scorretta, è intrinsecamente sbagliata: il Romano Pontefice, infatti, è il vicario di Cristo, non una Persona della Santissima Trinità o una “reincarnazione” del Nazareno. Vocabolario Treccani alla mano, il vicario è “chi esercita un’autorità o una funzione in sostituzione o in rappresentanza di altra persona di grado superiore. Con questo valore è stato, nell’antichità e nel medioevo, titolo di funzionarî e pubblici ufficiali”. Quindi, in altre parole, il Papa fa le veci del Cristo ed esercita la sua autorità temporaneamente ed in assenza (fisica) del Signore, non certo è un Suo successore. Casomai, il Pontefice è successore di Pietro, il che però è ben diverso.

Il Papa non può “inventare” dogmi (e, va da sé, non può cambiare o annullare dogmi). Quella del Papa che può “inventarsi” i dogmi è una palese bugia, dura tuttavia a morire e che, anzi, sta divenendo sempre più radicata: il Papa, infatti, ratifica ed afferma i dogmi di fede, i quali però non sono invenzioni della sua mente, frutto di una elaborazione teologica o dottrinale più o meno dotta, bensì devono essere in armonia con la Dottrina (quindi la Scrittura, la Tradizione ed il Magistero precedenti) e devono basarsi sull’assunto del “ciò che sempre ed in ogni luogo è stato creduto”; in altre parole, il dogma è una constatazione di una realtà spirituale e morale, non un’astrazione frutto di un semplice ragionamento umano bensì una realtà concreta frutto della Verità rivelata, quindi eterna, immutabile e preesistente all’affermazione stessa del dogma (quindi, per fare un esempio, l’Immacolata Concezione non “inizia” nell’Ottocento, ma si tratta semplicemente del prendere atto di una verità di fede creduta fin dall’inizio ma all’epoca soggetta a disputa teologica e, nei fatti, sempre esistita). Allo stesso modo, dato che (come abbiamo visto) il Papa non è successore del Cristo (e quindi un nuovo signore del Sabato, quindi legislatore divino) e non può inventare dogmi, allo stesso modo non può neppure negare le verità in materia di fede e di morale; qualora lo facesse sarebbe eretico e scismatico e, Codice di Diritto Canonico alla mano, scomunicato.

Il Papa non è un semplice “primus inter pares”. Sebbene il Papa sia (anche) il vescovo di Roma, non è semplicemente un vescovo “più potente”, con maggiori ruoli decisionali e di responsabilità: si tratta infatti pur sempre del vicario del Cristo, colui che ha il compito di confermare i fratelli nella Fede (quindi, di ribadire la Santa Dottrina e di proporla, diversa nel linguaggio ma uguale nel contenuto in quanto eterna, nei diversi tempi) e che è infallibile nei pronunciamenti ex cathedra (cioè quando esercita il suo ruolo di Pastore e di Dottore Universale della Chiesa cattolica) in materia di fede e di morale. Quindi non solo il Pontefice ha il compito di dirimere le dispute all’interno dell’episcopato, ma anche di indicare la via della fede e di ribadire ciò che in ogni tempo ed in ogni luogo è stato creduto nella Chiesa cattolica. La tendenza a considerare il Papa come un semplice “super-vescovo” non appartiene, infatti, alla Chiesa, bensì deriva dall’ambiente ortodosso (che, con la sua sinodalità, rifiuta la presenza di un’autorità centrale e riconosce soltanto patriarchi più o meno autorevoli e basta) o protestante (in cui perlopiù proprio non esiste una figura di riferimento, nemmeno all’interno delle singole confessioni).

Il potere del Papa non è assoluto. Come si è visto, il potere del vescovo di Roma (specie in materia di fede e di morale) non è assoluto quindi, bensì sottostà a precise limitazioni di natura teologica e morale. Quindi, se il Pontefice è per definizione un monarca assoluto in quanto sovrano della Città del Vaticano, nella realtà è vincolato a ben precisi obblighi e doveri, specialmente per quanto concerne il suo ministero particolare.

I pronunciamenti del Papa non sono tutti infallibili o magisteriali. Se è vero che il Magistero straordinario (i dogmi in materia di fede e di morale) è infallibile, quindi sempre vero e da tutti deve essere creduto ed obbedito, e che il Magistero ordinario è comunque sia merito di riverenza e di ubbidienza (sebbene non sia necessariamente corretto o infallibile), tutto ciò che esula da questo contesto (specialmente per quanto riguarda interviste, libri ed insegnamenti quale “dottore privato” e non come Dottore Universale della Chiesa) di conseguenza non appartiene al Magistero petrino. Pertanto tutto ciò che esula dal magistero petrino (quindi sostanzialmente ciò che va oltre le encicliche, i pronunciamenti ex cathedra, le lettere pastorali o la predicazione orale), pur con tutta l’obbedienza ed il rispetto che deve essere tributato al vicario del Cristo, può essere legittimamente ed educatamente criticato, senza per questo doversi sentire (o essere) meno cattolici o scomunicati. Questa osservazione è rivolta a coloro che ritengono, specie in ambienti clericali, che l’autorità del Papa sia illimitata e che, quindi, sia necessario obbedire supinamente a qualsiasi dichiarazione (spesso riportata da fonti non ufficiali) del Pontefice, quando in realtà non è vero.

Il Papa non deve piacere al mondo. Quest’ultimo punto vuole essere di critica a coloro che giudicano il “successo” di un papato in base a quanto piace o non piace alla gente: a prescindere dal carisma e dalla personalità di ciascun Pontefice, non è questo il metro di paragone. Il Papa, infatti, è vicario del Cristo, e quindi tanto più sarà riuscito a confermarei fratelli nella fede ed a indicare la retta Dottrina (svolgendo quindi non solo i compiti propri dell’episcopato, a cui ancora appartiene, ma anche quelli propri del ministero petrino) tanto più avrà avuto successo; il mondo, infatti, di suo è dominio di Satana, e non vuole altro che la dissoluzione della Chiesa cattolica. Più importante del l’approvazione del mondo è, per qualunque cattolico, la ricerca di quella di Dio, e questo vale ancor di più per il Pontefice; pertanto, non ci si può basare su criteri mondani per definire il “successo” o il “fallimento” di un papato, ma quanto questo è stato attinente al suo ministero. In sostanza, il compito del vicario del Cristo non è quello di piacere al mondo, ma quello di confermare i fratelli nella Fede e di fare le veci del Signore in attesa del Suo ritorno, Signore che fu crocifisso proprio dal mondo e che il mondo vuole vedere annientato.