Conversazione con un giovane comunista

Cronaca di un evento appena accaduto.

Ero a lavare i piatti in cucina, quando sento suonare il campanello. Purtroppo, la finestra di cucina si affaccia sulla porta, quindi nello sporgermi per vedere chi suona non posso fare a meno di essere notato: si tratta di un ragazzo, con un enorme fascio di giornali, che mi vede e mi saluta. Sale rapidamente il giramento di scatole: si tratta del commesso di “Lotta Comunista”, giornale che mio padre si ostina a comprare, senza però nemmeno leggerlo e senza partecipare ai loro incontri (e non incappando nella scomunica quindi). Credo che lo faccia più per una sorta di imprinting, dovuto al tradizionale colore rosso della mia terra natia, o forse per un senso di tenerezza nei confronti di questi avanzi del XIX secolo, che nonostante la loro avversione al cristianesimo si sono ormai ridotti a prenderne spunto per cercare di sostituirsi ad esso (senza riuscirci, dacché il comunismo classicamente inteso è crollato col Muro nell’89, e quel poco che è rimasto si è inculturato in radicalismo di massa, trasfigurandosi), mandando in giro volontari casa per casa con pacchi di giornali per autofinanziarsi. Autofinanziamenti, anche questi, che sostanzialmente vengono divorati nella stampa del loro giornale, in un circolo vizioso che per fortuna ne limita dimensioni ed impatto sulla società.

Comunque sia, stancamente (e tristemente) vado a prendere il portafogli, per dare 10 euro in cambio di un fondo di lusso per la gabbia dei miei pappagalli, apro e saluto. Ovviamente, per prima cosa vengo invitato ad un incontro coi “lavoratori” (quali, e di quale età? Oggigiorno a nessuno di quelli che conosco frega niente dei comunisti, men che meno quelli “rivoluzionari”) in un circolo che nemmeno ricordo.

-No grazie- rispondo – è mio padre che compra questo giornale, io anzi sono di idee politiche notevolmente diverse dalla vostre, non mi interessa.-

Pazienza, dice il ragazzo; comunque sia, mi illustra il contenuto della nuova pubblicazione. Tema centrale: i “migranti” (una volta, cioè fino a due-tre anni fa, si chiamavano clandestini, ma pazienza: potenza del politicamente corretto).

– Gi Stati europei importano forza lavoro dall’Africa e dall’Asia – mi spiega – per sostituire la popolazione di un’Europa sempre più vecchia ed avere un proletariato [che belli questi termini, da lessico comunista vecchio stampo!] che si accontenta di paghe più basse. Questi poveretti si ritrovano proiettati in un sistema capitalista che non conoscono e che li tratta come un mero capitale umano, in cui non hanno i mezzi per essere competitivi: per forza che alla fine emigrano da noi! Allo stesso modo, fa comodo per rafforzare le politiche interne europee: la questione dei confini, per esempio. In effetti, tutte le forze politiche vogliono usarli per proprio tornaconto.-

– Mah- replico io -che questa immigrazione clandestina sia voluta, anzi favorita da certe forze politiche e da certi mercati europei è fuori discussione, come pure che i clandestini siano merce di scambio per la politica: chi vuole accattivarseli perché saranno elettori un domani, e chi vuole accattivarsi gli elettori di oggi. Resta però il fatto che questa crisi demografica è stata voluta, ed incoraggiata, dall’Europa stessa: e lo è stato fatto mediante politiche di controllo famigliare e presunti “nuovi diritti”, che hanno portato alla demolizione della famiglia e della società. In altre parole, chi è causa del proprio del male pianga sé stesso: e tentare di importare nuova forza lavoro, sperando di avere una massa umana da poter controllare quando saranno infine costoro a controllarci, è solo l’ultimo spasmo suicida di un’Europa che ha dimenticato le proprie radici. E poi, questo discorso dell’immigrazione di massa come risposta di popoli “poveri” per cercare condizioni di vita migliori può essere vero fino ad un certo punto per l’Africa subsahariana: in quella settentrionale ed in Medio Oriente, tra il Daesh e i vari governi che opprimono le minoranze, si tratta di profughi che fuggono per ben altre motivazioni.-

-Già, il Nord Africa- risponde – dove in realtà ci sono dietro anche gli interessi di grandi potenze emergenti: Arabia Saudita, Turchia, Emirati. E la religione è solo un pretesto per spararsi addosso gli un gli altri, istigati dalle potenze straniere. Prenda per esempio l’Arabia: fino a cinquant’anni fa non erano niente, ora pagano certi gruppi rivoluzionari [non parla di terrorismo, e non mi sfugge: per il comunista rivoluzionario non esiste terrorismo, esistono rivoluzioni] per fare il lavoro sporco al posto loro coi petrodollari che hanno in abbondanza. E’ come quando- ride- gli Stati Uniti iniziarono la guerra in Iraq per “portare la democrazia”: in realtà è l’Occidente responsabile di avere creato certe situazioni di instabilità.-

-Certo- confermo -ma ritenere che la religione sia solo un pretesto è sottovalutare il problema: l’Islam, nelle sue varie interpretazioni, non è solo una religione, ma un totalitarismo [come quello comunista, mi vien da dirgli, ma mi mordo la lingua]. Ed in certi Paesi sono sempre stati prontissimi a massacrarsi a vicenda e, sempre, anche le minoranze, cristiani in primis. Che l’Occidente abbia la sua fetta di responsabilità su quanto avvenuto in Nord Africa è un fatto: ma allo stesso modo non è che i locali fossero pacifici e tolleranti. Anzi, l’Islam ha sempre fatto della conquista e della lotta al “diverso” il proprio marchio di fabbrica: illudersi che tutto ciò nasca dagli interessi degli americani, o dei governi europei, è sottostimare il problema. Prova ne è il fatto che queste guerre sono fomentate proprio da ricchi, e di nuova fondazione, Paesi islamici, che si lanciano l’uno alla gola dell’altro. Ed è inutile illudersi: quei Paesi non sono democratici e non lo saranno mai, anzitutto perché a loro per primi non importa niente della democrazia: vogliono emiri, re ed imperatori, forme di governo che possono capire.-

Taglia corto: mi lascia il giornale, io gli lascio (a malincuore) dieci euro, mi saluta, ci scambiamo un paio di ultimi convenevoli e poi, borbottando, metto la costosa lettiera dei pappagalli sullo scaffale mentre torno a  lavare i piatti, mentre il ragazzo torna in giro a diffondere il verbo comunista. Verbo che, grazie a Dio, è morto e sepolto e sopravvive solo nella testa di nostalgici e di rivoluzionari da salotto.

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Islam e Occidente: le vanità del politicamente corretto

Dopo i recenti attentati di Parigi, si è levato immediatamente un coro di voci pronto a condannare tali violenze, usando come corollario il fatto che “i terroristi non erano veri islamici”. Questo, detto da un mondo che non si è mai fatto scrupolo di accusare la Chiesa cattolica di ogni balla gli venisse in mente ma che, per paura e per convenienza economica, non si fa scrupolo di essere servile nei confronti dei musulmani, fa solo ridere.

Fa solo ridere per diverse ragioni: anzitutto, perché nello stesso Corano ci sono incitamenti alla violenza ed alla conquista, se non con le armi perlomeno culturale (e non solo religiosa), del proprio vicino per espandere le terre dell’Islam. Se consideriamo che tale religione è stata fondata proprio da un conquistatore bramoso di impadronirsi delle proprietà altrui, ciò non stupisce affatto. Certo, molti hanno detto che anche nel Vecchio Testamento ci sono molteplici incitamenti alla violenza in nome di Dio (ed è vero), ma nessuno si è soffermato sul fatto che, a parte i cristiani che leggono il Vecchio Testamento alla luce del Nuovo (e che, quindi, condannano le guerre di conquista e di rapina, anche in senso culturale), nemmeno i moderni ebrei giustificano i conflitti usando la Torah. Poca roba, si dirà; eppure, perché gli ebrei moderni non sono dei guerrafondai come gli islamici? Perché non reputano lo sterminio dei popoli vicini un modo per affermare la loro religione e la loro identità culturale? La risposta è semplice: perché per quanto (per esempio) lo Stato d’Israele non si sottragga certo dai conflitti armati, in cui anzi è talvolta fin troppo felice di gettarcisi a capofitto, l’esegesi e la storiografia ebraica hanno fatto passi da gigante negli ultimi duemila anni, specie in seguito alla diaspora che ha costretto un numero elevato di giudei a confrontarsi con un cristianesimo forte e dominante, confronto facilitato dalle modalità stesse con cui gli ebrei (e i cristiani) si approcciano ai testi sacri. E’ tutta lì la differenza: la Bibbia è sì parola di Dio ma scritta dagli uomini, col linguaggio e la pedagogia propria del tempo in cui è stata composta, non è un dettato (contraddittorio, peraltro, ma questo non causa alcun problema alla razionalità dei maomettani evidentemente) proveniente da Allah ma bensì l’esplicitazione di verità morali, teologiche e religiose lungo una pedagogia della salvezza durata circa dieci secoli (e anche di più, se consideriamo la tradizione pre-biblica che nessuno nega). Questo l’Islam, semplicemente, non può ammetterlo, dato che il Corano è un dettato (secondo loro) a Maometto da parte di Allah per mezzo dell’arcangelo Gabriele, quindi esprimente non solo verità (peraltro contraddittorie, lo ribadisco, dato che esistono sure successive che si oppongono a quelle scritte in precedenza) indiscutibili ma anche precetti  e leggi da applicare pedissequamente e senza spazio (o quasi) di manovra; leggi che comprendono anche la conquista del prossimo ed il passare a fil di spada (in senso letterale o metaforico) gli infedeli, naturalmente. Può essere messa in discussione la loro applicazione dunque, ma in sostanza nessun islamico potrà mai dire che un terrorista applica “in maniera falsa” il Corano o che è un “eretico”, dal momento che 1) non esiste nessuna autorità centrale nell’Islam, quindi tutti hanno diritto a dire quello che vogliono basandosi su una lettura più o meno fondamentalista del libro di Maometto senza tema di smentita e 2) che essendo il Corano non “parola di Dio” ma “dettato di Allah”, ciò che è scritto è irrefutabile e chi lo applica fino in fondo applica semplicemente la volontà di Allah.

Quindi, posto il fatto che non esiste l'”Islam moderato” (cioè lo pseudo-Islam che vorrebbero gli occidentali), ma soltanto singoli musulmani di buona volontà (che scelgono di accantonare parti della legge coranica per seguire il loro cuore, che magari dice loro che reputare tutti gli infedeli dei porci per cui è prevista solo l’uccisione, la sottomissione o la conversione è sbagliato), ne consegue che anche le reazioni dei maomettani stessi in seguito alle operazioni paramilitari (dato che chiamare attentati, come pure quelli avvenuti a gennaio, dei blitz con uso di armi da guerra e ben coordinati da una rete d’intelligence estremista che conta diverse decine se non alcune centinaia di fanatici distribuiti tra vari Paesi europei e con contatti direttamente in Siria ed in Libia, è sminuire e negare gravemente il problema) avvenute in Francia sono state nel migliore dei casi tiepide, in certi casi addirittura esistono filmati che provano dei tentativi raffazzonati di giustificazione da parte di certuni: per i carnefici naturalmente, non certo per le vittime (anche se alcune di queste ad onor del vero stavano partecipando ad uno spettacolo a sfondo satanista, cosa che però non ne giustifica il massacro). Questo perché a fronte di due minoranze, quella più consistente degli islamici radicalizzati (milioni in tutto il mondo e che occupano le posizioni che contano) e quella degli islamici di buona volontà (molti meno senza dubbio), c’è una forte maggioranza, istituzionalizzata in Occidente, di “moderati” che non appoggiano direttamente la sharia e la jihad, bensì che aspettano solo di vedere da che parte tira il vento per schierarsi dalla parte del vincitore. In altre parole, non frega loro niente se coloro che reputano infedeli vivono o muoiono, frega solo che le terre dell’Islam si diffondano; se poi agli infedeli è permesso di vivere, magari senza tasse oppure no, a loro non importa niente, ciò che conta è solo il quieto vivere.

Che cosa fare, quindi? Le soluzioni, se si volesse attuare, come ho già detto mesi fa in merito ai primi attacchi a Parigi, sarebbero semplici ma sicuramente comprometterebbero i rapporti con certi Paesi e, soprattutto, con le loro mai abbastanza maledette riserve petrolifere: introduzione del reato d’odio per coloro che se la prendono con apostati dell’Islam, con le donne e che anche solo propagandano l’affermazione (per via democratica o meno) della sharia in Europa, con pene fino a dieci anni di carcere e/o l’espulsione immediata (per gli islamici non cittadini europei) oltre a quelle previste per il reato in questione; divieto di predicare, leggere ed acquistare il Corano in lingue diverse da quella nazionale, e divieto assoluto di fondare scuole coraniche in cui si predica e s’insegna in arabo; divieto per le moschee di ricevere finanziamenti e di investire fondi nei Paesi arabi, in special modo in stati integralisti ed assolutamente intolleranti nei confronti dei cristiani quali Arabia Saudita, Qatar, Eritrea, Iran ed Afganistan; rimpatrio forzato dei clandestini non aventi diritto d’asilo e blocco dei nuovi arrivi non autorizzati dalle coste africane; estirpazione armata manu (prevista, peraltro, anche nel Catechismo in quanta fatta in difesa dei fratelli nella fede e dei luoghi santi, rispettivamente massacrati e distrutti dai fanatici) di ogni gruppo, istituzionalizzato o meno, che predica e diffonde l’odio e la guerra in nome di Allah. Purtroppo, queste misure sono di difficile attuazione, dato che andrebbero ad irritare proprio in nuovi partner economici dell’Occidente, partner che mai hanno nascosto le loro simpatie e le loro smanie di conquista; dato che mala tempora currunt e non esiste una politica estera ed interna realmente mirante a rendere la vita difficile all’Islam, specie a quello più fondamentalista ed integralista, non è possibile allo stato attuale mettere in atto certe contromisure.

Purtroppo, la verità alla fine è una ed è molto semplice: chi vorrà vedere nel Corano una giustificazione alla violenza potrà sempre farlo, e nessuno potrà mai dire che la sua interpretazione, viste le premesse ermeneutiche dell’interpretazione dei musulmani, potrà mai negarlo. Al contempo, l’Occidente, stritolato tra relativismo culturale (che porta alla negazione delle sue radici, cristiane in primis) e politicamente corretto velenoso ed oppressivo, non è certamente in grado di opporsi a quelle che, senza tema di smentita, si possono definire le nuove guerre di conquista islamiche.