Amoris Astutia

Tanto, troppo è stato scritto sulla discussa (e discutibile) Esortazione apostolica Amoris Laetitia in questi mesi. Fiumi di parole, specie dalle due fazioni opposte, i “normalisti” (che insistono a sostenere che niente sia cambiato rispetto a prima, e allora non si capisce a cosa servono oltre 260 pagine di documento) ed i “novatori” (per cui con la scusa della pastorale cambia anche la dottrina, e per sempre), questi ultimi pure assurti (con compiacimento papale) al rango di unici interpreti e situati in posizioni chiave nelle varie Conferenze Episcopali e dicasteri. Tuttavia, non posso esimermi dall’esporre la mia opinione, come cattolico e come uomo.

E’ doverosa una premessa: come ho già scritto in passato, il Papa non ha il potere di cambiare la Dottrina (anzi, qualora lo facesse sarebbe eretico e scismatico, scomunicato de facto e non più degno di essere obbedito), di cui deve essere custode e non “innovatore”; allo stesso tempo, però, per il cattolico non è lecito apostatare dalla Santa Chiesa cattolica, né offendere il ruolo di Pietro o muovere critiche infondate e faziose. Se da una parte il presunto “divieto di critica” alla persona (ma non al ruolo) del Pontefice, di cui ora si ciancia molto in una sorta di nuovo culto della personalità che di cattolico non ha niente, non esiste e non esisterà mai, dall’altra parte azioni e parole del Papa non autorizzano ad alcuno scisma o ad abiurare la fede cattolica (la quale comprende anche la comunione e l’obbedienza al Papa ed al collegio episcopale).

Detto ciò, che cos’è “Amoris Laetitia”? E’ un documento inutilmente lungo e verboso, un testo che può essere vista in un modo o in un altro a seconda di chi lo legge (e lo deve applicare): da una parte conferma la Dottrina di sempre (e Bergoglio, che ben distinguo dalla carica di Pontefice, questo lo sa, e non potrebbe essere altrimenti pena la scomunica), dall’altra si presta a nuove interpretazioni riguardo alla Comunione alle persone in stato di peccato mortale e pubblico scandalo (specificatamente, ma non solo, a divorziati “risposati” e conviventi), che contrastano oggettivamente con quanto asserito nel Nuovo Testamento in materia di disciplina matrimoniale e del rapporto tra l’uomo e la donna. Peraltro, se qualcosa ho sempre ammirato della Chiesa è stata la brevità e la chiarezza dei documenti, anche quelli (fin troppo, ed ingiustamente, vituperati) del Concilio Vaticano II: in al massimo poche decine di pagine viene proclamato e ribadito tutto ciò che c’è da sapere (e da applicare) su un determinato argomento; non così questa Esortazione, lunga allo sfinimento e ricca di giri di parole appositamente per dire e non dire, non disfare (formalmente, il che giova a coloro che in futuro dovranno mettere a posto i pezzi in quell’ermeneutica della continuità tanto cara a Benedetto XVI) e disfare (come già hanno fatto a Bergamo e nelle Filippine).

Quindi, in sostanza, cosa deve fare il cattolico osservante in merito a questo controverso documento? Ignorarlo, dacché non aggiunge nulla di nuovo rispetto a prima (e quindi è sostanzialmente inutile, che forse è persino peggio dello scandalo), o leggerlo alla luce della Dottrina e della Tradizione: le altre opzioni non sono cristianamente percorribili, come non è cristianamente possibile ascoltare le interpretazioni date da certi “teologi” ultraprogressisti come mons. Forte e mons. Kasper.

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Falsi monaci e falsi storici: le origini del pensiero bianchiano

Riprendo finalemente a scrivere, cari lettori, dopo la pausa estiva, e su un tema scottante peraltro. Non posso tacere (e altrove non l’ho fatto, difatti) sui recenti avvenimenti che vedono protagonisti personaggi purtroppo molto noti nel panorama cattolico nazionale, i quali tuttavia propagandano un pensiero in aperto contrasto con ciò che insegna la Chiesa e, in modo sinceramente vergognoso, sfruttano il mecenatismo di personalità potenti (quali alcuni esponenti della CEI, che non rifiuta mai di ospitarli sulle pagine di “Avvenire”) per seminare scandalo e confusione fra i fedeli.

Sto parlando nello specifico del falso monaco e priore della comunità ecumenica di Bose Enzo Bianchi (classe 1943), personaggio ambiguo ed inquietante non solo per le sue opinioni, come mostrerò in aperto contrasto con la Verità e con la Chiesa (che lui reputa alla stregua di un circolo politico e non il Corpo Mistico del Cristo), ma anche per i suoi atteggiamenti e per i suoi supporti con membri siti molto in alto fra l’episcopato. Una premessa: lo definisco falso monaco non per livore o per giudizio alla persona (che non oserei mai; qui ed altrove giudico le idee, non l’intimità di un uomo che, sinceramente, mai ho conosciuto di persona), ma proprio perché costui non lo è, semplicemente: Bianchi si è autoproclamato tale, come pure priore. In realtà, il Nostro è laureato in Economia e Commercio (quindi, non ha mai compiuto nessuno studio accademico né filosofico né teologico, nonostante insista a fare teologia ed esegesi biblica) e non solo non è un prete, ma non è nemmeno un laico consacrato e non risulta da nessuna parte che abbia emesso dei voti privati. In effetti, dovrebbe essere evidente che, se Bianchi può presentarsi come monaco e priore, allora potrei farlo tranquillamente anch’io, dato che ho un titolo di studio universitario non teologico-filosofico (come il suo) e non ho mai emesso alcun voto o avuto alcuna consacrazione in vita mia. Stranezze del cattolicesimo moderno, si dirà, che perseguita santi uomini come padre Manelli (“colpevole” di essere troppo tradizionale e di preferire la Santa Messa in latino al rito ordinario) e favorisce personaggi borderline; ma c’è di più.

C’è che questo personaggio dichiara cose proprio apertamente non cattoliche, e non da dieci giorni (giorno a cui risale una temibile intervista a “Repubblica”, di cui parlerò prossimamente), ergendosi contemporaneamente a giudice delle varie realtà della Chiesa stessa. Questo atteggiamento deriva dai maestri che Bianchi ha avuto, senza dubbio, e a cui tributa molto; nomi che, ne sono sicuro, non hanno bisogno di presentazioni e che, anzi, ben spiegano certi rigurgiti in salsa protestanteggiante e modernista del Nostro: sto parlando di Hans Kung (da lui definito come uno dei padri del Concilio Vaticano II), inquietante personaggio che nega la reale presenza del Cristo nell’Eucarestia nonché il Primato petrino, oltre al famigerato cardinale Walter Kasper, allievo di Rahner (definito, e probabilmente non a torto, l’eresiarca del XX secolo) e propugnatore di tesi, quali l’accesso alla Santa Comunione ai divorziati “risposati”, che non stanno né in cielo né in terra (e, soprattutto, sono espressamente condannate nei Vangeli).

Fatta questa doverosa introduzione, iniziando da tempi più remoti rispetto alle ultime settimane, leggiamo, ad esempio, l’opinione del priore di Bose riguardo al suicidio di alcuni monaci buddhisti tibetani (che non è esattamente una “bella” corrente del buddhismo, ma tant’è agli occidentali piace; magari in futuro parlerò un po’ dell’inquietante figura del Dalai Lama e di che cos’era il Tibet fino agli anni ’50, al netto dei sentimentalismi occidentali) per protesta contro il governo cinese. Ebbene, il Catechismo della Chiesa Cattolica riporta che

2281 Il suicidio contraddice la naturale inclinazione dell’essere umano a conservare e a perpetuare la propria vita. Esso è gravemente contrario al giusto amore di sé. Al tempo stesso è un’offesa all’amore del prossimo, perché spezza ingiustamente i legami di solidarietà con la società familiare, nazionale e umana, nei confronti delle quali abbiamo degli obblighi. Il suicidio è contrario all’amore del Dio vivente.

E continua

2282 Se è commesso con l’intenzione che serva da esempio, soprattutto per i giovani, il suicidio si carica anche della gravità dello scandalo. La cooperazione volontaria al suicidio è contraria alla legge morale. […]

Si capisce bene, quindi, perché fino a qualche anno fa, pur pregando per i suicidi, la Chiesa ne vietasse le esequie religiose: perché il suicidio, anche nel caso dei cristiani, non può essere considerato un motivo di martirio. Anzi, è l’esatto contrario: è il voler disporre, fino alle estreme conseguenze, della propria vita, pur con tutte le eventuali attenuanti (come riconosce il CCC continuando il punto 2282, “gravi disturbi psichici, l’angoscia o il timore della prova, della sofferenza o della tortura possono attenuare la responsabilità del suicida”), non può essere inquadrato come testimonianza al Signore dei viventi. Quindi, il suicidio è uno degli atti più gravi che si possono compiere contro il quinto comandamento.

Questo scoraggerà il nostro dall’elogiarlo? Assolutamente no; il Nostro infatti scrive, il 12 dicembre 2012 su “La Stampa”, queste parole:

Il martire che si nutre e si ricopre di incensi e profumi per poi ardere compie un’offerta libera e totale per la salvezza di tutti: non mira unicamente alla propria rinascita, ma al rinnovamento del mondo.

Avete capito? Per Bianchi colui che si uccide, sia pure per protesta (e, quindi, sicuramente non ricade nelle attenuanti indicate dal Catechismo) è un martire. Posto il fatto che “non la pena, ma la causa rendono martiri”, e che quindi non possono esistere martiri (cioè testimoni del Cristo) non cristiani, per il priore di Bose essere uccisi pur di non rinnegare la propria fede oppure uccidersi per ragioni di contestazione politica (per carità, legittime ma da attuare con altri mezzi) sono più o meno la stessa cosa. Bianchi non è però nuovo a questa ossessione per il suicidio, da lui visto come mezzo per rendere martire il suicida; già nel 1998, infatti, definì con queste parole il suicidio di John Joseph, vescovo cattolico di Faisabad, avvenuto per protesta contro la legge sulla blasfemia in Afganistan:

una modalità rarissima del martirio cristiano

Ovviamente, però, le eterodossie (quando non aperte eresie) del Bianchi non si limitano alla sua fissazione per il suicidio, il quale è soltanto la punta dell’iceberg del pensiero eterodosso bosiano-bianchiano; infatti, il Nostro aderisce in maniera più o meno diretta ad una eresia condannata dal 325 d.C., cioè dal primo Concilio di Nicea, cioè l’arianesimo. Questa eresia afferma che il Cristo non è vero Dio ma solo vero Uomo; pertanto, non partecipa della natura divina del Padre. In definitiva, il Cristo sarebbe una creatura, non essendo increato e non essendo sempre esistito. Questo, peraltro, inficia l’opera di salvezza del Nazareno, in quanto una creatura non può salvare alcun’altra creatura: solo Dio salva. Eppure, proprio questa è l’opinione del nostro blasonato priore:

Gesù non si sottrae ai limiti della propria corporeità e non piega le Scritture all’affermazione di sé; al contrario, egli persevera nella radicale obbedienza a Dio e al proprio essere creatura, custodendo con sobrietà e saldezza la propria umanità (da “Avvenire”, 4 marzo 2012)

Avete capito? Bianchi ammette che, per lui (ma certamente non per la Chiesa, né per Dio stesso ovviamente) il Cristo non è il Figlio di Dio e, quindi, una Persona della Santissima Trinità; no, asserisce direttamente che si tratta proprio di una creatura. Certo, una creatura grandissima, un maestro superiore agli angeli, però una creatura. Quindi, il Nostro aderisce a quella corrente di pensiero, purtroppo tristemente diffusa specialmente tra non cristiani ed atei in generale, che vedono nel Cristo soltanto una grande personalità della storia, al pari del Buddha o di qualche personalità politica, ma non come l’Emmanuele, il “Dio con noi”; questo è, a mio avviso, il punto più grave dell’intero pensiero di Bianchi (che, ricordo, non è certo un filosofo o teologo ma è fin troppo ben considerato dai nostri vescovi e cardinali).

Ovviamente, negando la divinità del Nazareno Bianchi non può che negare tutta un’altra serie di cose, non ultime la storicità dei Vangeli e la realtà dei segni (termine che io preferisco a miracolo, in quanto indicante maggiormente l’azione straordinaria di indicazione, di prodigio operato da Dio per confermare la Sua presenza tra di noi). Il Nostro, essendosi liberamente abbeverato dalle fonti dei vari Rahner e Kasper e, più in generale, di ogni ultraprogressista ai limiti dell’eresia (nella felice eventualità che quel limite non sia stato oltrepassato), così asserisce il 12 giugno 2011 nella trasmissione “Uomini e Profeti):

Certo Gesù svolse in qualche modo una attività di taumaturgo o guaritore … Ma i racconti poi si arricchivano di particolari e sovrastrutture di tipo ‘liturgico’”

In sostanza, i Vangeli non sono, come dice la Costituzione Dogmatica Verbum Dei sulla Divina Rivelazione (documento di quel Concilio Vaticano II a cui il priore di Bose, dichiaratamente, si rifà di continuo e che, anzi, come vedremo in sostanza considera l’unico Concilio in 2000 anni di storia della Chiesa):

Ciò venne fedelmente eseguito, tanto dagli apostoli, i quali nella predicazione orale, con gli esempi e le istituzioni trasmisero sia ciò che avevano ricevuto dalla bocca del Cristo vivendo con lui e guardandolo agire, sia ciò che avevano imparato dai suggerimenti dello spirito Santo, quanto da quegli apostoli e da uomini a loro cerchia, i quali, per ispirazione dello Spirito Santo, misero per scritto il messaggio della salvezza.

Altro che invenzioni degli apostoli, i segni, la Chiesa ci insegna, sono eventi avvenuti realmente ed in contesti storici e geografici ben precisi, non semplici racconti o metafore. Ovviamente, se si nega la divinità del Cristo, ne consegue che queste eventi divengono problematici, in quanto contengono al loro interno una dimensione trascendente ed escatologica (non liturgica, almeno non in senso stretto) che rivela la divinità del Figlio di Dio e che va al di là del singolo atto; in altre parole, i segni del Cristo hanno anche significati ulteriori rispetto a quello di essere semplici guarigioni, significati che rimandano all’essere del Nazareno il Signore, Figlio di Dio e Seconda Persona della Santissima Trinità. Bianchi, negando spesso implicitamente questo (come risulta dal suo concentrarsi sempre sul Cristo come Vero Uomo, e mai come Vero Dio) ed esplicitamente, come abbiamo appena visto, almeno in una occasione, non può concepire questo; pertanto, in sostanza, gli apostoli dovevano essere dei truffatori o dei visionari, che hanno divinizzato a posteriori le imprese (o almeno, quelle che implicano modifiche nell’ordine naturale delle cose, cioè i segni) di un semplice santone o maestro vissuto nella Palestina del I secolo. Un grande uomo, certo, ma appunto non il Figlio di Dio ed alla pari con tutta una serie di profeti, falsi e non, e di predicatori che circolavano in quel tempo a Gerusalemme e dintorni.

Chiaramente Bianchi, in quanto negatore della divinità del Cristo e della Sua azione anche al di fuori del normale corso delle cose, è inarrestabile; nella stessa trasmissione asserisce anche che

“Un Dio che castiga meriterebbe piuttosto di essere negato che non creduto”

In un colpo solo, Bianchi riesuma due eresie al prezzo di una: non solo infatti è implicito che l’Inferno sarebbe vuoto (dal momento che, non esistendo castigo divino, ne consegue che non esistono neppure né dannati né demoni) ma è anche assente la giustizia di Dio. In realtà, è il Cristo stesso, nei Vangeli (la cui storicità, però, Bianchi nega, sebbene asserisca nonostante tutto, sbagliando anche in questo caso, un primato della Parola su tutto il resto all’interno della sua comunità) , a fare affermazioni molto chiare in merito; in questa vita noi siamo nel tempo della misericordia, ma dopo la morte si entra nel tempo della giustizia, giustizia che comprende anche il castigo divino. Tale castigo inoltre può manifestarsi anche in questa vita, quando ad esempio Dio permette agli uomini di fare ciò che vogliono dimentichi di Lui, non sapendo (o volendo ricordare) che senza di Lui non possiamo fare nulla. Nel mistero della Santissima Trinità, infatti, carità, misericordia e giustizia sono intimamente legate; ma Bianchi, negando la divinità del Cristo, finisce anche per negare anche la sua valenza di giudice assoluto in questa vita e nell’altra e l’intima relazione fra queste virtù.

Quindi, ricapitolando, al di là delle approvazioni della gerarchia ecclesiastica a Bose e degli agganci del Nostro siti molto in alto, il pensiero di Bianchi è eterodosso, problematico e, in definitiva, non cattolico nei seguenti punti:

  • Affermazione del suicidio, almeno in alcuni casi, come uno strumento di martirio e non come un grave peccato (rifiutando il Catechismo nei punti  2280-2282).
  • Negazione della divinità del Cristo, aderendo ad un arianesimo de facto (condannato già da Nicea nel IV secolo), che scardina alla base la fede cristiana.
  • Negazione dei Vangeli come resoconti veri e fedeli della vita del Cristo.
  • Negazione dell’esistenza dei segni.
  • Negazione (implicita) dell’Inferno come luogo di dannazione ed affermazione (esplicita) di un concetto distorto di giustizia divina.

A questo, inoltre, come vedremo in futuro, va aggiunto anche il suo livore nei confronti dei pontefici precedenti all’attuale (che pure, sicuramente su consigli interessati, diedero qualche ruolo al Nostro in curia), nonché altre gravi affermazioni uscite di recente su “Repubblica”.

Sondaggi e sepolcri

Sono stati pubblicati, durante gli scorsi mesi, alcuni risultati del sondaggio voluto da Sua Santità per saggiare il terreno sui temi scottanti emersi al Sinodo straordinario lo scorso ottobre e che saranno ridiscussi tra pochi mesi. Ovviamente, è presto a dirsi, il grido che si è innalzato da quei fogli non è quello dei fedeli cattolici, di coloro che, pur sbagliando ed anche gravemente, sono disposti a riconoscere le proprie colpe e ad affidarsi al Cristo ed alla Chiesa in ogni caso. Proprio no, l’urlo che si è levato era quello di un modernismo velenoso ed eretico; e come poteva non essere così, dato che è stato permesso a cani e porci di rispondere alle domande e che i primi risultati provengono, soprattutto, dalle diocesi più progressiste d’Europa? Hanno messo bocca nella questione non soltanto cattolici ma anche membri di altre confessioni cristiane (anche quelli che, un tempo, sarebbero stati chiamati “eretici”), atei, gente che fino al giorno prima dell’elezione di Francesco sarebbe voluta entrare in chiesa solo per bruciarla e così via; e cosa potevano  avere mai da dire costoro? Anche le ricchissime e radicali Conferenze Episcopali tedesche, olandesi, belghe hanno risposto; e cosa potevano mai rispondere, costoro che hanno fatto della “protestantizzazione” delle diocesi loro affidate e dello scisma con Roma, in una chiave nazionalista ed anti-mediterranea sovente, neppure troppo nascosto i loro cavalli di battaglia? Ovviamente, che la Chiesa deve benedire le coppie gay e riconoscere il “matrimonio” omosessuale, che la contraccezione deve essere ammessa, che i divorziati “risposati” (anche usando la balla ed il tranello che “tanto si può già divorziare nella Cattolica, basta passare per la Sacra Rota”, dimenticandosi che essa può solo certificare un matrimonio invalido in partenza) che continuano a persistere nel loro stato devono essere riammessi alla Santa Comunione, magari dopo un fasullo e a posteriori “percorso penitenziale”. Tutto un “deve essere fatto”, insomma, con tutti che devono accettare le loro condizioni senza discutere, altrimenti manderanno tutto in malora. Ma la Chiesa non chiedeva anzitutto filiale obbedienza ai suoi figli? Ma si rendono conto, lorsignori, che stanno letteralmente tentando Dio, in quanto pretendono che le cose siano come vogliono loro, arrivando a lordare la Chiesa pur di non ripulirsi loro stessi?

Senza contare, chiaramente, la vanità di un simile sondaggio: cosa dobbiamo richiedere su questioni che sono già state oggetto di pronunciamenti ex cathedra, e quindi dell’infallibilità pontificia? Al Sinodo di ottobre è possibile che riemergerà l’accesso di schizofrenia modernista e relativista tanto cara ai vescovi capitanati dal card. Kasper che dovrebbe risolvere questo problema, cioè la tesi secondo cui la prassi deve (ancora queste parole!) essere posta al disopra della Dottrina, quando invece la prima dovrebbe scaturire dalla seconda. Anche solo usando la logica, è facile capire che non è possibile pensare di fare del bene se non si sa per quale motivo e che cosa è il Bene; invece, emerge il contrario da certe dichiarazioni e da certi sondaggi, il che insinua il terribile dubbio: cioè che costoro appartengano, né più né meno, alla categoria dei sepolcri imbiancati.

Gente che, abbandonata ogni remora ed ogni residuo di cristianità, ha deciso che il plauso del mondo (mondo che, secondo san Paolo, è appannaggio di Satana) valesse ben più dell’essere cattolici. Dismessi i panni di cattolici, hanno indossato quelli di generici “fedeli”, in che cosa non si sa bene: fregandosene di tutto e tutti, men che meno del Cristo, hanno iniziato a muovere una loro guerra personale contro quella che, è bene ricordarlo, è mater accogliente ma anche magistra severa. O almeno, dovrebbe esserlo.

Perché in un’epoca di lassismo dottrinale e morale (quando non proprio di eresia, termine questo ormai bandito dal nuovo vocabolario clericalmente corretto) quale quella che stiamo vivendo adesso non soltanto ci sono personaggi che fanno i loro porci comodi continuando a proclamarsi cattolici, ma che ormai sostengono prassi e dottrine (o meglio, variazioni dottrinali camuffate da questa benedetta “pastorale”, pastorale che ormai sembra essere una sorta di credo e non, come dicevo sopra, procedente dalla Dottrina essa stessa) non poco ortodosse, ma ormai nemmeno più cattoliche; e, per i propri interessi, accantonano persino il Vangelo. In questo, sono aiutati da una moltitudine di “fedeli” generici, che ormai lo sono solo di nome ma che in realtà preferiscono sé stessi a Dio: tiepidi che fanno finta di essere cattolici, che a parole si dichiarano tali ma che poi, nei fatti, non solo fanno tutto il contrario di ciò che dovrebbero fare ma incitano anche allo scandalo ed allo scisma. Sepolcri imbiancati, insomma.

Termine, questo, usato dal Cristo proprio per indicare quelli che si fanno belli dinanzi al mondo, che apparentemente sono immacolati, misericordiosi, comprensivi (ma in realtà accondiscendenti), che godono del favore della gente e del sostegno sociale; in realtà, sono marci dentro come e più degli altri. Gente che non chiede determinate cose perché vorrebbe farle ma non può: quelle cose già le fanno e, invece di pentirsi delle loro azioni o di fuoriuscire da una Chiesa che sta loro stretta (con tutte le conseguenze per la loro anima), tengono il piede in due scarpe perché non sopportano l’idea che qualcuno possa disapprovare la loro lordura. Costoro hanno abbracciato ciò che non è cattolico, finendo per abbracciare il male, e questo non da ieri bensì da almeno quarat’anni; solo che ora, con la loro preponderanza, se ne apprezzano di più i risultati.

Membri dell’episcopato e semplici “fedeli” tirannici e pseudo-cattolici, che per anni e anni si sono curati più dei loro interessi (sovente economici e sessuali) che del Cristo, anzi usandoLo per i propri scopi, scopi questi spesso in aperta rotta di collisione con la Chiesa. Chiedendo più condivisione, più povertà, più umiltà, scambiando la Chiesa per una filiale dei centri sociali piuttosto che un’istituzione partecipe della regalità del Cristo, hanno svuotato le chiese per riempirsi le tasche e per fare ciò che più volevano quando meglio li conveniva, sovente; e ora pretendono, millantando uno scisma che se non canonicamente de facto è già realtà da anni, che la Sposa di Cristo dovrebbe ratificare i loro peccati, altrimenti le conseguenze per tutta la cristianità saranno terribili.

In realtà, le cose si metterebbero male soprattutto per loro, e non solo dal punto di vista spirituale e storico (basti vedere, ad esempio, la tremenda crisi che stanno subendo in questi anni proprio le confessioni protestanti tradizionali); sto pensando, ad esempio, alla ricchissima Conferenza Episcopale tedesca, dalle cui fila (non a caso) provengono i cardinali Kasper e Marx, punte dell’ala ultraprogressista (e cripto-protestante) cattolica. Se costoro fuoriuscissero dalla Chiesa perderebbero l’entrate della tassa di culto tedesca, rimanendo senza più un centesimo: da nessun’altra parte potrebbero, infatti, raggiungere una simile posizione come quella che detengono adesso, e lo sanno bene. Quindi, per questa gente il trucco non è mutare le proprie posizioni per aderire alla Chiesa di cui farebbero parte (se non per fede almeno per avidità), bensì, peggio ancora, la Chiesa deve mutare per avallare i loro porci comodi, e loro devono poter restare ben saldi dove sono.

Questo è il problema, oggigiorno, messo a nudo da quei questionari: non tanto l’eresia serpeggiante, quando non conclamata, tra il popolo di Dio, la superficialità, il desiderio di adottare una sorta di sistema democratico all’interno della Chiesa (per cui se la maggioranza dice una cosa oggi bene, se ne dice un’altra domani bene lo stesso; e dove va a finire il rapporto con ciò che è Eterno ed immutabile per definizione in un simile marasma?), bensì la mancanza di santità e di serietà. Con l’aggravante della seconda sulla prima: se la santità, difatti, scaturisce dalle virtù teologali e, quindi, a partire dalla fede e dalla carità, la serietà procede dalle virtù cardinali, che tutti gli esseri umani possono coltivare, anche coloro che non credono.

Santità vorrebbe che simili peccati venissero rifuggiti e schifati e che, qualora vengano commessi, si chieda perdono col proposito di non farli più; serietà vorrebbe che, se non ci si vuole scusare ma anzi, si pretende che venga avallato ciò che non può esserlo, si lasci per dignità personale (prima ancora che della gerarchia di cui si fa parte) l’istituzione in cui ci si aggira tronfiamente, accettando in entrambi i casi le conseguenze delle proprie azioni. Invece, adesso è tutto un lanciare il sasso e nascondere la mano.