La Gay-TV: come riuscire a rendersi insopportabili

Qualche settimana fa, mentre stavo seduto sul divano, mi sono messo a cambiare canale sul televisore, alla ricerca di qualche sit-com o di qualche film, magari anche trash, che potesse aiutarmi a passare il pomeriggio. Mentre scorrevo i canali di una nota azienda di TV satellitare alla ricerca di qualcosa che potesse soddisfarmi, mi si sono parati davanti agli occhi non uno ma ben due spettacoli televisivi che definire di cattivo gusto credo sia riduttivo: dei veri e propri crogioli di tutto ciò che il politicamente corretto americano può riuscire a produrre, riuscendo persino a risultare odiosi nella loro esagerazione e pesantezza. Programmi di cui non riesco a spiegarmi il successo, ed il cui successo anzi fa molto riflettere. Ma andiamo con ordine.

Nella prima serie televisiva una coppia di maschi gay decide di avere un figlio (desiderio, ho scoperto poi, derivato dalla voglia di “giocare al papà” di uno dei due, che ha visto un pupo in carrozzina e ha da lì desiderato averne uno, nemmeno fosse un cane); ovviamente, la natura si oppone al loro desiderio, quindi come aggirare la cosa? Semplice: mettendo incinta (con una bella miscela dello sperma dei due, ovviamente) una mamma single e più che pronta ad accettare la cosa. Come se non bastasse, la nonna di lei (l’unica, evidentemente, con ancora un po’ di buonsenso) si oppone alla cosa, finendo con l’essere tratteggiata come una macchietta: ovviamente è repubblicana, ovviamente è “omofoba” (qualsiasi cosa voglia dire), ovviamente è cristiana, ovviamente è un’impicciona, ovviamente è un po’ strana.

Nella seconda, invece, assistiamo ad uno squallido quadro familiare allargato, in cui tutti sono reduci di almeno un matrimonio (a parte i minorenni e la coppietta omosessuale, ovviamente) per cui il fratello di qualcuno è gay e si è “sposato” (diciamo così) con un altro gay, ed ovviamente hanno adottato una piccola. Grazie a Dio, almeno stavolta sembra che non siano venute certe pulsioni osservando qualche bimbo in carrozzina.

Tralasciando il dubbio gusto di entrambe le trasmissioni, che trattano con superficialità e come fonti di comicità, da sbattere in prima serata per il ludibrio degli spettatori, cose come gli uteri in affitto e le adozioni omosessuali, ciò che stupisce sono proprio i gay per come vengono caratterizzati e presentati.

Ora, l’intento di queste serie televisive, provenienti tra l’altro dalla patria del politicamente corretto, è chiaramente elogiativo: si mira a presentare le coppie gay “sposate” come normali, magari anche moralmente superiori a quelle etero (prova ne è l’ultima serie televisiva, dove l’unica coppia stabile, guarda caso, è quella omosessuale) e vessate dagli “omofobi” bianchi, cristiani e cattivi; tuttavia, ho trovato stranamente disturbante come si arrivi all’esatto opposto, cioè che dopo la visione di un solo episodio si arrivi a detestare, più di tutti, proprio i personaggi appartenenti all’altra sponda.

Sono, infatti, sempre coppie dove un effeminato si unisce con uno più mascolino; e non effeminato per modo di dire, proprio effeminato con movenze pseudo-femminili, vocetta zuccherosa, passione per i travestimenti e le feste, ovviamente queste ultime effettuate con tutto il lusso possibile. Questo, forse, potrebbe intenerire lo spettatore americano medio, almeno nella mente dei registi ideologi che hanno progettato il tutto; in realtà disgusta, rende insopportabili e falsi proprio coloro che, in queste serie, sono i più tutelati e perfetti sotto ogni aspetto. Personaggi untuosi e poco maschili, che fanno moine per ogni minima cosa e che pensano che tutto sia un loro diritto, ricchi sfondati e che non si fanno scrupolo di cercare di “convertire” chi sta loro appresso, se osa anche solo disapprovare ciò che fanno, alla loro gaiezza. Degli elementi, insomma, a cui non farei avvicinare mio figlio, figuriamoci permettere loro di adottare un bambino!

Se io fossi gay, disapproverei proprio questi spettacoli e mi arrabbierei tremendamente contro chi li produce: tralasciando il fatto che, proprio in nome del politicamente corretto di cui sopra, ormai in ogni telefilm proveniente dalle Americhe deve essere presente almeno un omosessuale, cosa ormai stancante e ripetitiva che ha portato al proliferare di personaggi di basso spessore e, spesso, promiscui, mi arrabbierei a morte con chi cercherebbe di presentarmi come un effeminato, un debole, un ricco viziato che vuole solo avere il bambolotto con cui giocare, non un figlio (che intrinsecamente d’altro canto non può proprio avere) bensì un pupazzo da esibire con orgoglio. Io, se dovessi essere accostato a simili personaggi, a “zietti” untuosi di quella risma, ed a simili contesti familiari non dico semplicemente eterodossi, ma proprio terribili (divorzi multipli, madri single abbandonate da tutti meno che dalla propria nonna) mi offenderei in maniera tremenda; e mi arrabbierei proprio perché questo spaccato di gaiezza, che poi sarebbe quello sbandierato orgogliosamente da certe associazioni “di bandiera” (vedasi i Gay-pride, ad esempio, per farsi un’idea), mi lederebbe nel mio essere uomo o donna a prescindere dall’essere omosessuale e mi dipingerebbe come un essere voluttuoso, che vuole a tutti i costi il giocattolo nuovo, infischiandosene di chi rimarrà danneggiato dai suoi desideri (il bambino) e con il compiacimento di (quasi) tutti gli etero che lo circondano.

I quali sono ancora peggiori rispetto alle coppie gay stesse: in nome di un buonismo insopportabile e di un politicamente corretto intollerabile, nessuno osa dire niente ai nuovi intoccabili, anzi tutti fanno a gara per dimostrarsi più “tolleranti” ed “accoglienti” nei loro confronti, soprassedendo su come si sono procurati i loro figli (utero in affitto nel primo caso, adozione illecita nel secondo), beandosi di come i loro parenti, o amici, si sono fatti anche loro una famiglia, chiaramente senza “l’altra metà del cielo”; famiglia che però non risulta un simulacro di quella vera più delle altre, perché anche quelle degli stessi eterosessuali che li circondano sono fasulle e fintamente felici, con divorzi e tradimenti perpetrati da parte di tutti ai danni di tutti gli altri. Chi osa opporsi (e, magari, ha una sola famiglia normale alle spalle, senza divorzi e senza compagni/e dello stesso sesso) è velocemente ridicolizzato, ridotto a macchietta e bollato dell’infamia di essere “omofobo”; o meglio, queste sarebbero le intenzioni di registi, sceneggiatori e produttori.

In realtà, spesso queste figure, per quanto siano delle macchiette, per quanto siano fasulle e per quanto ci si sforzi di renderle assolutamente minoritarie ed antagonistiche, risultano ben più simpatiche e bene accette rispetto sia agli omosessuali che agli etero gay friendly stessi, almeno ai miei occhi. Gente che almeno ha il pregio di non cedere all’ipocrita buonismo e di inchinarsi supinamente dinanzi alle voglie dei propri conoscenti, ma che  invece esprime le proprie perplessità ed i propri dubbi, quando non proprio la sua riprovazione. In tutta quella melassa politicamente corretta alla fine proprio l’untore del XXI secolo, l’ “omofobo”, risulta essere quasi eroico nella sua normalità, in maniera esattamente contraria a quella desiderata da chi, con queste produzioni, ci campa.

Pertanto, cari gay, permettete che un maschio etero e cattolico vi dia un piccolo consiglio: non fatevi rappresentare da questa gente. Almeno, se avete un po’ di amor proprio, protestate, reagite, pretendete dei distinguo; e non per rendere queste serie ancora più viscide e mielose, ma proprio per eliminarle, perché non vi fanno affatto onore.

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