Le bestemmie per san Patrizio ed il politicamente corretto clericale

EDIT: in seguito a nuove informazioni, ho deciso di riscrivere da capo l’articolo postato ieri, così da fornire una analisi più precisa di quello che sta accadendo nella diocesi di New York e che, in un certo senso, è specchio della situazione europea. 

Sebbene sia passato un mese dalla festa di san Patrizio, patrono d’Irlanda e non solo, anzi forse proprio perché è passato così tanto tempo, è opportuno parlare di ciò che è accaduto oltreoceano, serenamente e cercando di non arrabbiarsi. Posso promettervi, miei lettori, che ci proverò.

Partiamo dal piccolo per arrivare al grande: la grande parata per il Saint Patrick’s Day (come lo chiamano gli anglofoni) di New York, parata quest’anno particolarmente scandalosa e che bene ha evidenziato un problema a livello gerarchico, già messo in evidenza dal Sinodo straordinario; cioè il piegarsi, con scarsità di coraggio e forse per ambizione, al politicamente corretto di certi esponenti della Chiesa americana. Prima, però, una premessa doverosa: la Cattolica, in quanto Corpo Mistico del Cristo, non solo è una, santa, cattolica ed apostolica, sempre e comunque, ma rappresenta anche la società perfetta, immagine in terra della gerarchia celeste. Ciò detto, i suoi membri possono eccome sbagliare, tutti noi pecchiamo, anche il Santo Padre: non credo però ci sia niente di scandaloso in questo, dato che si tratta della natura umana, conseguenza del Peccato Originale. La perfezione della Chiesa non deriva del resto dalla santità dei suoi singoli membri, bensì dalla promessa del Cristo, cioè che le porte degli Inferi non prevarranno su di Essa, fondata su Pietro e, di conseguenza, sui suoi successori. Detto questo, quindi, i suoi membri non solo possono sbagliare, ma anche peccare; anzi, tutti gli uomini peccano, tanto che solo il Nazareno e Sua Madre sono gli unici esseri a non aver commesso peccato nella storia dell’uomo. Tutti gli altri, anche i santi (i quali, proprio perché santi, insistono anzi tantissimo sul valore del sacramento della Confessione) sì. Quindi, cercare da una parte di essere puritani più che pudici, di negare il giusto diritto alla critica quando chi sta più in alto di noi (i cui errori ed i cui peccati, quindi, in ultima analisi hanno maggiore impatto tanto più in alto questi si trova nella gerarchia della Chiesa) devia dal seminato, non solo è sbagliato ma è molto poco cattolico: essere buoni cattolici non vuol dire essere ideologi, cercare di seguire le mode o, peggio, ignorare o piegare la Santa Dottrina al proprio volere; vuol dire osservarla ed esigere che coloro che ci guidano facciano lo stesso. Insomma, che coloro aventi il compito di guidarci verso il Regno dei Cieli riescano nel difficile compito di essere buone guide. Nascondere la critica legittima e la preghiera di riparazione per gli errori di chi è più in alto di noi per un pudore che, in realtà, è clericalismo, con la giustificazione del “non dare scandalo”, è sbagliato, non fosse perché i primi a dare scandalo sono proprio quei laici, diaconi, presbiteri e vescovi che fanno determinate cose. Come fare, in questi casi, quindi? Bisogna dire le cose in modo chiaro, pane al pane e vino al vino; bisogna pregare tanto, per noi e per chi sbaglia; bisogna, in ogni caso, non perdere la pazienza e lanciarsi in attacchi gratuiti e rabbiosi che, alla fine, trasformano chi li compie proprio in ciò che combatte.

E’ proprio in questa ottica che mi permetto di criticare le azioni (o meglio, l’assenza di azioni) compiute dal cardinale Timothy Dolan, il quale ha dato più volte prova di essere un autentico mastino della Chiesa cattolica in America. Talvolta il prelato ha dimostrato di fregarsene altamente anche di attirare le ire di progressisti e conservatori, andando persino contro il presidente degli Stati Uniti, nonché promotore di ogni schifezza (im)morale negli U.S.A., Barack Obama. Dicendo pane al pane e vino al vino, cioè che l’aborto è un assassinio e che i “matrimoni” gay sono scimmiottamenti della vera famiglia, quella eterosessuale. Verrebbe da dire: grande personaggio, lui si che non ha peli sulla lingua! E invece, purtroppo, non è del tutto vero.

Giorno di San Patrizio di quest’anno: la parata diviene una succursale del Gay Pride. Infatti le associazioni gay, che si contraddistinguono non solo in zozzoneria (vedasi i vari tentativi di sessualizzare bimbi di 4-5 anni e di propagandare empietà come uteri in affitto come assolutamente normali, non solo in America ma anche in Italia) ma anche in blasfemia, ottengono, finalmente e con loro grande soddisfazione, il piacere di insudiciare anche questo evento. Possono, con questo stratagemma, avere anche l’opportunità di offendere ripetutamente il santo, grande evangelizzatore degli irlandesi, dicendo che era gay. Sì, avete letto bene: i gay non solo hanno ottenuto, grazie al malefico potere del politicamente corretto e di una chiesa, quella americana, indebolita da molteplici scandali (spesso assolutamente falsi), di poter sfilare nella parata, ma hanno anche dichiarato che san Patrizio era gay come loro (sottinteso: altro che castità, questa è una leggenda della Chiesa medievale, bigotta ed oscurantista, ogni tanto lo dava e lo prendeva, ad altri membri dello stesso sesso per giunta). E cosa ha fatto il cardinale Dolan, dinanzi ad una simile blasfemia, che offende la memoria non solo di un grande santo ma anche della stessa Chiesa, in quanto va a calunniare un uomo che ha fatto tutto ciò che poteva per portare un’intera nazione al Cristo? Semplice: niente. Non ha detto una parola. Questi elementi, ringhiando parole ispirate loro direttamente dal Demonio (non c’è altra spiegazione per tutta la vicenda), non solo hanno letteralmente usato una parata durante una festa cattolica come trampolino di lancio per le loro rivendicazioni politiche, che non solo non appartengono alla Fede cattolica a cui aderiva il santo irlandese ma apertamente la osteggiano e la combattono, bensì hanno anche osato dire che il festeggiato era gay come loro, in tutto e per tutto. Politicamente corretto un paio di scatole: quando c’è da dire qualcosa su musulmani, gay e simili “categorie protette” sei automaticamente un porco conservatore, se questi offendono deliberatamente la Sposa del Cristo nessuno trova niente da ridire; ad ogni modo abbiamo avuto quindi, oltre allo sfruttamento sacrilego della festa cattolica come trampolino di lancio (e già questo è abbastanza grave di suo) per rivendicazioni di presunti “diritti” totalmente contrari al Magistero della Chiesa, anche offese al festeggiato, nel mutismo totale del card. Dolan e dei suoi. I quali hanno forse detto qualcosa quando le associazioni gay hanno, con prepotenza e per fini che tutto sono meno che la venerazione di san Patrizio ed ancor meno la loro conversione alla Santa Chiesa, chiesto di unirsi alla parata? No. Hanno protestato quando, temerari ed osceni, questi individui hanno anche offeso il santo dandogli del gay? No, il che è persino peggio. Soprattutto, è indice di quel mutamento di personalità (ammesso che lo sia realmente), oltre che di idee, di cui si parlava.

Si tratta di cambiamenti comportamentali dovuti al cambiamento di pontificato (e, quindi, a presunti cambiamenti dottrinali in seno alla Chiesa) oppure erano già cose che bollivano in pentola da tempo; soprattutto, cui prodest? In realtà, probabilmente, un misto tra le due cose, cioè poco coraggio nell’affrontare un tema così scottante per la società occidentale unito al vivere in un’epoca apparentemente segnata dai vari cardinali Kasper e Marx, impegnati a pontificare in ogni dove su problemi inesistenti, come le (mai esistite e che mai esisteranno, proprio in virtù del loro stato conclamato di pubblico scandalo che è ostacolo spirituale naturale) coppie di divorziati “risposati” o conviventi che vogliono tornare a ricevere la Santa Comunione, dove il Pontefice romano è (solo apparentemente) schierato con questa ala progressista, quando non ultra-progressista quando non apertamente eretica, della Chiesa, quando c’è un inquietante disinteresse verso la Santa Dottrina da parte anche di alcuni consacrati (figuriamoci, quindi, dei fedeli laici!)? E’ sempre il solito, classico, problema del clientelismo cattolico e del carrierismo, per cui esistono vere e proprie sacche di potere clericale che non solo fanno pressioni, cercando di trascinare la Chiesa sul proprio carrozzone per i propri interessi che non sono, spesso, neppure vagamente cattolici, ma anche che decidono loro chi diviene vescovo e chi no, chi diviene cardinale e chi no. Chiariamoci, non è che il Pontefice viene tagliato fuori da queste decisioni e che non abbia alcun potere in merito; solo, i candidati, da ratificare o meno, li propongono loro (anche perché il Papa non può, certamente, conoscere tutti i sacerdoti del mondo). E questo non da adesso, ma da sempre. Quindi, in realtà quella del card. Dolan non è nemmeno cattiveria: è scarsità di coraggio unita a simili spinte, perfettamente mondane. D’altra parte, già in passato, nonostante tutto, il porporato aveva dato prova di non spendere una parola contro coloro che pretendono di rimanere gay (quindi, omosessuali che continuano ad avere rapporti omoerotici e premono perché la Chiesa e la società accreditino loro fantomatici “diritti” che tali non sono) e di continuare ad accostarsi ai sacramenti; quindi, ciò che è accaduto non è altro che la fase finale di quella sindrome, cioè il politicamente corretto in salsa ecclesiale, che purtroppo ammorba diversi prelati (situati anche molto in alto) e che, in diversi casi, porta alla confusione ed alla discordia su argomenti che, invece, di suo sono chiarissimi. Questi moti “rivoluzionari”, che di rivoluzionario non hanno niente, questo manifesto mutismo che porta a non prendere posizione ed a favorire, in questo modo, i nemici di Dio e della Sua Sposa, porta soltanto a domandarsi : ma una pastorale rettamente intesa, cioè il guidare gli uomini al Signore tramite la Sua Chiesa, in tutto questo dov’è? Soprattutto, dov’è la custodia, la difesa e la propaganda della Santa Dottrina?

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Kobane libera!

La liberazione di Kobane, piccola città al confine tra Siria e Turchia, avvenuta pochi giorno fa ad opera delle milizie curde contro i tiranni dell’ISIS, sicuramente ha segnato il morale delle truppe islamiste. La città di frontiera è stata presa da assedio dalle milizie islamiche alla fine di settembre; da allora sono passati ben quattro mesi, ma infine i curdi, che sono giunti in massa in soccorso dei loro fratelli siriani attraversando il confine turco, sono riusciti ad avere ragione degli assalitori, al prezzo però di un vero e proprio bagno di sangue: 1600 persone sono morte negli scontri, inclusi 459 combattenti curdi e 32 civili. Nonostante tutto, grazie anche ai 17 bombardamenti avvenuti da parte statunitensi nella regione nelle 24 ore prima della fine dell’assedio (i quali, ovviamente, per continuare a tenere il piede in due scarpe, stanno tuttora continuando ad addestrare 1500 potenziali jihadisti), il tricolore ha sventolato sulla città rimpiazzando gli stendardi neri degli aggressori del fantomatico, fasullo e brutale, “Stato islamico”.

Nonostante ciò, la sconfitta dell’ISIS in questa piccola città, certamente non fondamentale per la riconquista ed il controllo dell’Iraq e della Siria, ormai in parte controllati dai macellai che hanno fatto della tortura e del brutale omicidio i loro biglietti da visita, lascerà un segno indelebile nelle menti e nei cuori dei miliziani islamici. Questi erano convinti, infatti, di poter estendere il loro presunto califfato incontrando poca o nessuna resistenza (anche per colpa degli eserciti regolari locali, spesso inadatti ad affrontare fanatici motivati e che fanno ampio uso delle tattiche di guerriglia) sino al confine con la Turchia; invece hanno dimostrato, agli occhi del mondo, oltre alla loro barbarie ed alla loro sete di sangue anche la loro fallibilità e l’essere tutt’altro che invincibili: infatti, gli aggressori hanno perso oltre il doppio degli uomini rispetto ai difensori cristiani. Kobane era stata al centro di una forte propaganda islamista, che ne vedeva una tappa obbligata per schiacciare “i crociati” (così costoro chiamano i cristiani, secondo una vulgata fondamentalista nata agli inizi del XX secolo ma che non ha alcuna base nell’Islam storico) prima dell’espansione verso Gerusalemme e Roma. Pertanto, la riconquista della città avrà certamente effetti duraturi ed importanti sul morale dei tagliagole che per troppo tempo, e con la colpevole complicità di un Occidente mediatico ed opulento, che ha atteso mesi prima di intervenire in quello che, era chiaro, si stava rapidamente trasformando in un genocidio delle minoranze cristiane, hanno potuto fare ciò che desideravano in quella parte del mondo al grida di “Allahu akbar”.

Sebbene certamente non sia possibile esultare per il prezzo di sangue pagato, sia da una parte che dall’altra, è chiaro che questa legittima difesa ha contribuito a ridare una speranza agli oppressi sotto il nuovo regime, regime più volte sostenuto proprio da parte di coloro che, almeno formalmente, si oppongono ad Assad, immemori (spesso neppure innocentemente, come nel caso ad esempio alla Turchia sunnita di Erdogan ed alle sue mire espansionistiche a spese della Siria sciita) di cosa abbia voluto dire il crollo delle dittature nel Golfo per le minoranze che vivevano in quei Paesi islamici. Soprattutto, bisogna avere il coraggio di affrontare la realtà: l’ISIS non è composto da poche centinaia di esaltati, bensì si tratta di una forza para-militare con migliaia di adepti che è arrivata a controllare circa un terzo della Siria e che mira a replicare l’espansionismo islamico del VII secolo, che ha arruolato tra le sue fila un numero non trascurabile di miliziani provenienti da famiglie islamiche che vivono in Occidente anche da un paio di generazioni.

La Gay-TV: come riuscire a rendersi insopportabili

Qualche settimana fa, mentre stavo seduto sul divano, mi sono messo a cambiare canale sul televisore, alla ricerca di qualche sit-com o di qualche film, magari anche trash, che potesse aiutarmi a passare il pomeriggio. Mentre scorrevo i canali di una nota azienda di TV satellitare alla ricerca di qualcosa che potesse soddisfarmi, mi si sono parati davanti agli occhi non uno ma ben due spettacoli televisivi che definire di cattivo gusto credo sia riduttivo: dei veri e propri crogioli di tutto ciò che il politicamente corretto americano può riuscire a produrre, riuscendo persino a risultare odiosi nella loro esagerazione e pesantezza. Programmi di cui non riesco a spiegarmi il successo, ed il cui successo anzi fa molto riflettere. Ma andiamo con ordine.

Nella prima serie televisiva una coppia di maschi gay decide di avere un figlio (desiderio, ho scoperto poi, derivato dalla voglia di “giocare al papà” di uno dei due, che ha visto un pupo in carrozzina e ha da lì desiderato averne uno, nemmeno fosse un cane); ovviamente, la natura si oppone al loro desiderio, quindi come aggirare la cosa? Semplice: mettendo incinta (con una bella miscela dello sperma dei due, ovviamente) una mamma single e più che pronta ad accettare la cosa. Come se non bastasse, la nonna di lei (l’unica, evidentemente, con ancora un po’ di buonsenso) si oppone alla cosa, finendo con l’essere tratteggiata come una macchietta: ovviamente è repubblicana, ovviamente è “omofoba” (qualsiasi cosa voglia dire), ovviamente è cristiana, ovviamente è un’impicciona, ovviamente è un po’ strana.

Nella seconda, invece, assistiamo ad uno squallido quadro familiare allargato, in cui tutti sono reduci di almeno un matrimonio (a parte i minorenni e la coppietta omosessuale, ovviamente) per cui il fratello di qualcuno è gay e si è “sposato” (diciamo così) con un altro gay, ed ovviamente hanno adottato una piccola. Grazie a Dio, almeno stavolta sembra che non siano venute certe pulsioni osservando qualche bimbo in carrozzina.

Tralasciando il dubbio gusto di entrambe le trasmissioni, che trattano con superficialità e come fonti di comicità, da sbattere in prima serata per il ludibrio degli spettatori, cose come gli uteri in affitto e le adozioni omosessuali, ciò che stupisce sono proprio i gay per come vengono caratterizzati e presentati.

Ora, l’intento di queste serie televisive, provenienti tra l’altro dalla patria del politicamente corretto, è chiaramente elogiativo: si mira a presentare le coppie gay “sposate” come normali, magari anche moralmente superiori a quelle etero (prova ne è l’ultima serie televisiva, dove l’unica coppia stabile, guarda caso, è quella omosessuale) e vessate dagli “omofobi” bianchi, cristiani e cattivi; tuttavia, ho trovato stranamente disturbante come si arrivi all’esatto opposto, cioè che dopo la visione di un solo episodio si arrivi a detestare, più di tutti, proprio i personaggi appartenenti all’altra sponda.

Sono, infatti, sempre coppie dove un effeminato si unisce con uno più mascolino; e non effeminato per modo di dire, proprio effeminato con movenze pseudo-femminili, vocetta zuccherosa, passione per i travestimenti e le feste, ovviamente queste ultime effettuate con tutto il lusso possibile. Questo, forse, potrebbe intenerire lo spettatore americano medio, almeno nella mente dei registi ideologi che hanno progettato il tutto; in realtà disgusta, rende insopportabili e falsi proprio coloro che, in queste serie, sono i più tutelati e perfetti sotto ogni aspetto. Personaggi untuosi e poco maschili, che fanno moine per ogni minima cosa e che pensano che tutto sia un loro diritto, ricchi sfondati e che non si fanno scrupolo di cercare di “convertire” chi sta loro appresso, se osa anche solo disapprovare ciò che fanno, alla loro gaiezza. Degli elementi, insomma, a cui non farei avvicinare mio figlio, figuriamoci permettere loro di adottare un bambino!

Se io fossi gay, disapproverei proprio questi spettacoli e mi arrabbierei tremendamente contro chi li produce: tralasciando il fatto che, proprio in nome del politicamente corretto di cui sopra, ormai in ogni telefilm proveniente dalle Americhe deve essere presente almeno un omosessuale, cosa ormai stancante e ripetitiva che ha portato al proliferare di personaggi di basso spessore e, spesso, promiscui, mi arrabbierei a morte con chi cercherebbe di presentarmi come un effeminato, un debole, un ricco viziato che vuole solo avere il bambolotto con cui giocare, non un figlio (che intrinsecamente d’altro canto non può proprio avere) bensì un pupazzo da esibire con orgoglio. Io, se dovessi essere accostato a simili personaggi, a “zietti” untuosi di quella risma, ed a simili contesti familiari non dico semplicemente eterodossi, ma proprio terribili (divorzi multipli, madri single abbandonate da tutti meno che dalla propria nonna) mi offenderei in maniera tremenda; e mi arrabbierei proprio perché questo spaccato di gaiezza, che poi sarebbe quello sbandierato orgogliosamente da certe associazioni “di bandiera” (vedasi i Gay-pride, ad esempio, per farsi un’idea), mi lederebbe nel mio essere uomo o donna a prescindere dall’essere omosessuale e mi dipingerebbe come un essere voluttuoso, che vuole a tutti i costi il giocattolo nuovo, infischiandosene di chi rimarrà danneggiato dai suoi desideri (il bambino) e con il compiacimento di (quasi) tutti gli etero che lo circondano.

I quali sono ancora peggiori rispetto alle coppie gay stesse: in nome di un buonismo insopportabile e di un politicamente corretto intollerabile, nessuno osa dire niente ai nuovi intoccabili, anzi tutti fanno a gara per dimostrarsi più “tolleranti” ed “accoglienti” nei loro confronti, soprassedendo su come si sono procurati i loro figli (utero in affitto nel primo caso, adozione illecita nel secondo), beandosi di come i loro parenti, o amici, si sono fatti anche loro una famiglia, chiaramente senza “l’altra metà del cielo”; famiglia che però non risulta un simulacro di quella vera più delle altre, perché anche quelle degli stessi eterosessuali che li circondano sono fasulle e fintamente felici, con divorzi e tradimenti perpetrati da parte di tutti ai danni di tutti gli altri. Chi osa opporsi (e, magari, ha una sola famiglia normale alle spalle, senza divorzi e senza compagni/e dello stesso sesso) è velocemente ridicolizzato, ridotto a macchietta e bollato dell’infamia di essere “omofobo”; o meglio, queste sarebbero le intenzioni di registi, sceneggiatori e produttori.

In realtà, spesso queste figure, per quanto siano delle macchiette, per quanto siano fasulle e per quanto ci si sforzi di renderle assolutamente minoritarie ed antagonistiche, risultano ben più simpatiche e bene accette rispetto sia agli omosessuali che agli etero gay friendly stessi, almeno ai miei occhi. Gente che almeno ha il pregio di non cedere all’ipocrita buonismo e di inchinarsi supinamente dinanzi alle voglie dei propri conoscenti, ma che  invece esprime le proprie perplessità ed i propri dubbi, quando non proprio la sua riprovazione. In tutta quella melassa politicamente corretta alla fine proprio l’untore del XXI secolo, l’ “omofobo”, risulta essere quasi eroico nella sua normalità, in maniera esattamente contraria a quella desiderata da chi, con queste produzioni, ci campa.

Pertanto, cari gay, permettete che un maschio etero e cattolico vi dia un piccolo consiglio: non fatevi rappresentare da questa gente. Almeno, se avete un po’ di amor proprio, protestate, reagite, pretendete dei distinguo; e non per rendere queste serie ancora più viscide e mielose, ma proprio per eliminarle, perché non vi fanno affatto onore.