La preghiera dei fedeli, o anche delle chiacchiere

Chiunque vada a Messa la domenica sa che c’è un momento della celebrazione in cui, inevitabilmente e senza che ci sia quasi antidoto, l’attenzione scema, le palpebre calano e la mente vaga verso lidi inesplorati. Non ha alcuna importanza se la celebrazione è stata presieduta dal più grande biblista del mondo o dal sacerdote più carismatico della Terra, o anche dal Pontefice in persona: senza eccezione alcuna, anzi con così poche eccezioni da destare scalpore quando avvengono, ecco che perviene il momento più noioso, quello che non solo non ti aiuta ad entrare nel mistero del Sacrificio eucaristico ma che, anzi, sembra invogliarti ad uscire pensando ai fatti tuoi; si tratta della famigerata preghiera dei fedeli.

Premesso che considero la Santa Messa la fonte ed il culmine della vita cristiana, proprio perché in essa è celebrata la Santa Eucarestia (Essa stessa il vero culmen et fons), e che anzi sarebbe bene per il cristiano andare a Messa quando può, non solo la domenica, resta il fatto che la preghiera dei fedeli è uno dei momenti meno incitanti il raccoglimento e la preghiera della santa liturgia, paradossalmente. E lo è perché sembra un comizio politico, che ben poco c’entra col Vangelo. Leggiamo quello che si è ascoltato oggi tra i banchi, da disposizioni ufficiali CEI:

1. Per la Chiesa che oggi celebra la Giornata Mondiale per i migranti e i rifugiati, affinché sia riservata a loro una accoglienza appropriata alla dignità umana, nel rispetto della sicurezza reciproca e della legalità, preghiamo.

2. Per i cristiani: perché in questa giornata del migrante e del rifugiato, sempre di più siamo motivati ad accogliere, aiutare queste persone spesso perseguitate per la loro fede, a livello personale e comunitario, preghiamo.

3. Per i malati e i sofferenti nel corpo e nello spirito: perché anch’essi rispondano prontamente alla chiamata a saper patire e offrire se stessi con Cristo, medico delle anime e dei corpi, preghiamo.

4. Per la nostra comunità parrocchiale, che, di domenica in domenica, ascolta la parola di Dio: perché tale parola la tocchi in profondità, portandola ad interrogarsi sul valore della nostra esistenza, preghiamo.

Non c’è qualcosa di strano? La parola “Cristo” compare solo nella terza strofa, e non c’è uno straccio di riferimento a Dio nelle prime due! Se uno, senza sapere di cosa si parla, lo leggesse e gli si chiedesse che cosa ha capito, cioè chi procede da chi e chi precede chi in ordine di importanza, risponderebbe sicuramente: prima la Chiesa, poi la Giornata per i migranti, poi il Cristo e, quindi Dio. Praticamente, quasi tutto il contrario di quello che sarebbe l’ordine giusto.

Poi, c’è da notare il linguaggio: politichese allo stato puro. Non solo è noioso, simile più ad un discorsetto scritto in fretta e furia che non al prodotto di una profonda meditazione, ma non assomiglia neanche lontanamente al linguaggio evangelico da cui, invece, dovrebbe trarre ispirazione. Nei Vangeli il Cristo si rivolge sempre al suo auditorio con termini molto concreti, razionali: non usa mai parole come “accoglienza”, “dignità”, “sicurezza reciproca”, “legalità”. Non perché queste non siano cose giuste e doverose, intendiamoci, ma perché il linguaggio del Signore è pulito, semplice, concreto, privo di ambiguità; tocca il cuore e si fa capire da tutti, anche da chi non ha un master in politichese. Parla di pane, di vino, di dare il mantello a chi è nudo, di consolare gli afflitti: tutte cose umane nella loro accezione più alta, tutte cose immediatamente comprensibili a chiunque, dal professore universitario con tre lauree, due dottorati ed un master come pure al bambino delle favelas brasiliane; tutte cose, però, comunque sia non banali e che, anzi, richiedono impegno e costanza.

Invece, andiamo ad esaminare il linguaggio della preghiera dei fedeli di oggi (ma potrebbe anche essere quella della settimana scorsa, o di quella prima ancora o di quella che verrà): tanti termini teorici e che richiedono poco o nessun impegno personale. Non c’è un coinvolgimento emotivo e spirituale, men che meno pratico, solo formulette che potrebbero essere state tratte da un qualche comizio di questo o quel politico. Non c’è niente di reale, di concreto: si parla di Giornata Mondiale dei migranti (e sull’opportunità della Chiesa di celebrare certe giornate tornerò in un prossimo articolo), di cristiani, di accoglienza, di dignità, di accoglienza a livello personale e comunitario, di generici malati e sofferenti, di comunità parrocchiale. Niente che tocchi nell’orgoglio il cristiano, che scuota dalla propria ignavia, che coinvolga personalmente il singolo. Esattamente il contrario di ciò che dice invece il Cristo, il quale ti guarda negli occhi e dice in ogni sua parola, in ogni suo atto, “tu per me sei importante; vieni e vedrai, te lo dimostrerò”. E non un “tu” retorico, per cui potrebbe essere Luca o Gian Paolo o Mattia, o una generica comunità cristiana e non farebbe alcuna differenza: no, parla proprio a me, Antonio, e di me. Che parli anche ad altri è secondario, il Cristo si concentra alla stessa maniera su tutti, perché siamo tutti importanti per Lui; non gliene frega niente di una generica “comunità parrocchiale”, gli importa delle singole persone, di come si rapportano con Lui e di come seguono le Sue parole.

Non dice che “devi saper patire e offrire te stesso con Cristo”, ma dice “guarda, patisco come stai patendo te adesso, sulla Croce su cui sono salito anche per te; se io ce l’ho fatta ce la puoi fare anche tu, perché ti amo e ho dato la mia vita per te”. Non dice “la mia Parola ti tocchi in profondità, perché ti porti ad interrogarti sul valore della tua esistenza”, bensì dice “se mi ami osserva la mia Parola, la mia Parola è vita, è acqua viva”. Non spreca parole, il Signore: ti tocca nel cuore, ti rimanda all’Essenziale, Essenziale che, alla fine, è Lui stesso.

Alla fine della fiera i risultati di questa mitragliata di termini, un po’ frastornanti, un po’ noiosi, un po’ in politichese stretto, sono sotto gli occhi di tutti: chiedete alle persone in uscita dalla Santa Messa cosa si ricordano, cosa le ha colpite. C’è chi vi risponderà il Vangelo, chi l’omelia (se il celebrante è stato bravo), chi la consacrazione; ma nessuno si ricorderà della preghiera dei fedeli, né tanto meno la citerà come momento importante della funzione. E’ più facile che citino come momento importante e toccante della funzione il Padre Nostro (non a caso essendo stato proclamato dal Cristo stesso) anziché una serie di formulette vuote. Confesso che anche io, appena pronunciate le risposte, mi dimentico in maniera praticamente istantanea ciò per cui ho appena pregato; perché, indipendentemente dalla concentrazione e dalla buona volontà, si tratta di cose vuote. Di chiacchiere.

Già, perché queste sono spesso le intenzioni nella preghiera dei fedeli: chiacchiere. Cose vuote che, una volta pronunciate, non richiedono impegno, non richiedono coinvolgimento e che non ti smuovono neppure di un millimetro dalla tua piccineria; semplici formulette che spariscono dalla mente, e dal cuore, non appena è stata data la stanca risposta, in attesa di passare alla liturgia eucaristica vera e propria. Non c’è raccoglimento, non c’è una vera preghiera, non c’è un linguaggio veramente evangelico; anche profondo, anche paolino può essere il linguaggio nel Nuovo Testamento e degli uomini di Dio, duro spesso, ma se ha una peculiarità è che non è noioso. Scandalizza, fa discutere, tocca, consola, infastidisce, talvolta pure suscita repulsione, oggi come duemila anni fa, ma non è mai, mai noioso. Soprattutto, non si dimentica facilmente, perché parla a te e di te; non di una generica “comunità parrocchiale”, che non richiede alcun coinvolgimento e che non dà alcun fastidio, perché “tanto se ne occuperà qualcun altro”, ma ti tocca nel profondo, ti spinge a cambiare, a volgerti verso il Signore, a convertirti insomma.

Quindi, carissimi nostri pastori, io vi invito, se non ad eliminare la preghiera dei fedeli, almeno a revisionarla; per carità, non a lasciarla interamente ai nostri laici o sacerdoti, i quali sarebbero capaci, perlomeno alcuni di essi, di proclamare degli scempi dal pulpito (e alcuni già lo fanno), magari dei veri e propri comizi politici, bensì a riportarla davvero al Vangelo, all’Essenziale. Magari parafrasate la Scrittura, o meglio ancora riproponete le preghiere dei grandi santi: ce ne sono a migliaia tra cui scegliere, ed anche essi non sono mai noiosi. Lunghi, magari, ed impegnativi, però certamente non fastidiosi e soporiferi. Ma per favore fatevi capire senza tanti giri di parole, ché a cercare di essere politicamente corretti e moderni finite solo per causare noia e distrazione tra il popolo di Dio che cerca di seguire la Santa Messa.

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