Le bestemmie per san Patrizio ed il politicamente corretto clericale

EDIT: in seguito a nuove informazioni, ho deciso di riscrivere da capo l’articolo postato ieri, così da fornire una analisi più precisa di quello che sta accadendo nella diocesi di New York e che, in un certo senso, è specchio della situazione europea. 

Sebbene sia passato un mese dalla festa di san Patrizio, patrono d’Irlanda e non solo, anzi forse proprio perché è passato così tanto tempo, è opportuno parlare di ciò che è accaduto oltreoceano, serenamente e cercando di non arrabbiarsi. Posso promettervi, miei lettori, che ci proverò.

Partiamo dal piccolo per arrivare al grande: la grande parata per il Saint Patrick’s Day (come lo chiamano gli anglofoni) di New York, parata quest’anno particolarmente scandalosa e che bene ha evidenziato un problema a livello gerarchico, già messo in evidenza dal Sinodo straordinario; cioè il piegarsi, con scarsità di coraggio e forse per ambizione, al politicamente corretto di certi esponenti della Chiesa americana. Prima, però, una premessa doverosa: la Cattolica, in quanto Corpo Mistico del Cristo, non solo è una, santa, cattolica ed apostolica, sempre e comunque, ma rappresenta anche la società perfetta, immagine in terra della gerarchia celeste. Ciò detto, i suoi membri possono eccome sbagliare, tutti noi pecchiamo, anche il Santo Padre: non credo però ci sia niente di scandaloso in questo, dato che si tratta della natura umana, conseguenza del Peccato Originale. La perfezione della Chiesa non deriva del resto dalla santità dei suoi singoli membri, bensì dalla promessa del Cristo, cioè che le porte degli Inferi non prevarranno su di Essa, fondata su Pietro e, di conseguenza, sui suoi successori. Detto questo, quindi, i suoi membri non solo possono sbagliare, ma anche peccare; anzi, tutti gli uomini peccano, tanto che solo il Nazareno e Sua Madre sono gli unici esseri a non aver commesso peccato nella storia dell’uomo. Tutti gli altri, anche i santi (i quali, proprio perché santi, insistono anzi tantissimo sul valore del sacramento della Confessione) sì. Quindi, cercare da una parte di essere puritani più che pudici, di negare il giusto diritto alla critica quando chi sta più in alto di noi (i cui errori ed i cui peccati, quindi, in ultima analisi hanno maggiore impatto tanto più in alto questi si trova nella gerarchia della Chiesa) devia dal seminato, non solo è sbagliato ma è molto poco cattolico: essere buoni cattolici non vuol dire essere ideologi, cercare di seguire le mode o, peggio, ignorare o piegare la Santa Dottrina al proprio volere; vuol dire osservarla ed esigere che coloro che ci guidano facciano lo stesso. Insomma, che coloro aventi il compito di guidarci verso il Regno dei Cieli riescano nel difficile compito di essere buone guide. Nascondere la critica legittima e la preghiera di riparazione per gli errori di chi è più in alto di noi per un pudore che, in realtà, è clericalismo, con la giustificazione del “non dare scandalo”, è sbagliato, non fosse perché i primi a dare scandalo sono proprio quei laici, diaconi, presbiteri e vescovi che fanno determinate cose. Come fare, in questi casi, quindi? Bisogna dire le cose in modo chiaro, pane al pane e vino al vino; bisogna pregare tanto, per noi e per chi sbaglia; bisogna, in ogni caso, non perdere la pazienza e lanciarsi in attacchi gratuiti e rabbiosi che, alla fine, trasformano chi li compie proprio in ciò che combatte.

E’ proprio in questa ottica che mi permetto di criticare le azioni (o meglio, l’assenza di azioni) compiute dal cardinale Timothy Dolan, il quale ha dato più volte prova di essere un autentico mastino della Chiesa cattolica in America. Talvolta il prelato ha dimostrato di fregarsene altamente anche di attirare le ire di progressisti e conservatori, andando persino contro il presidente degli Stati Uniti, nonché promotore di ogni schifezza (im)morale negli U.S.A., Barack Obama. Dicendo pane al pane e vino al vino, cioè che l’aborto è un assassinio e che i “matrimoni” gay sono scimmiottamenti della vera famiglia, quella eterosessuale. Verrebbe da dire: grande personaggio, lui si che non ha peli sulla lingua! E invece, purtroppo, non è del tutto vero.

Giorno di San Patrizio di quest’anno: la parata diviene una succursale del Gay Pride. Infatti le associazioni gay, che si contraddistinguono non solo in zozzoneria (vedasi i vari tentativi di sessualizzare bimbi di 4-5 anni e di propagandare empietà come uteri in affitto come assolutamente normali, non solo in America ma anche in Italia) ma anche in blasfemia, ottengono, finalmente e con loro grande soddisfazione, il piacere di insudiciare anche questo evento. Possono, con questo stratagemma, avere anche l’opportunità di offendere ripetutamente il santo, grande evangelizzatore degli irlandesi, dicendo che era gay. Sì, avete letto bene: i gay non solo hanno ottenuto, grazie al malefico potere del politicamente corretto e di una chiesa, quella americana, indebolita da molteplici scandali (spesso assolutamente falsi), di poter sfilare nella parata, ma hanno anche dichiarato che san Patrizio era gay come loro (sottinteso: altro che castità, questa è una leggenda della Chiesa medievale, bigotta ed oscurantista, ogni tanto lo dava e lo prendeva, ad altri membri dello stesso sesso per giunta). E cosa ha fatto il cardinale Dolan, dinanzi ad una simile blasfemia, che offende la memoria non solo di un grande santo ma anche della stessa Chiesa, in quanto va a calunniare un uomo che ha fatto tutto ciò che poteva per portare un’intera nazione al Cristo? Semplice: niente. Non ha detto una parola. Questi elementi, ringhiando parole ispirate loro direttamente dal Demonio (non c’è altra spiegazione per tutta la vicenda), non solo hanno letteralmente usato una parata durante una festa cattolica come trampolino di lancio per le loro rivendicazioni politiche, che non solo non appartengono alla Fede cattolica a cui aderiva il santo irlandese ma apertamente la osteggiano e la combattono, bensì hanno anche osato dire che il festeggiato era gay come loro, in tutto e per tutto. Politicamente corretto un paio di scatole: quando c’è da dire qualcosa su musulmani, gay e simili “categorie protette” sei automaticamente un porco conservatore, se questi offendono deliberatamente la Sposa del Cristo nessuno trova niente da ridire; ad ogni modo abbiamo avuto quindi, oltre allo sfruttamento sacrilego della festa cattolica come trampolino di lancio (e già questo è abbastanza grave di suo) per rivendicazioni di presunti “diritti” totalmente contrari al Magistero della Chiesa, anche offese al festeggiato, nel mutismo totale del card. Dolan e dei suoi. I quali hanno forse detto qualcosa quando le associazioni gay hanno, con prepotenza e per fini che tutto sono meno che la venerazione di san Patrizio ed ancor meno la loro conversione alla Santa Chiesa, chiesto di unirsi alla parata? No. Hanno protestato quando, temerari ed osceni, questi individui hanno anche offeso il santo dandogli del gay? No, il che è persino peggio. Soprattutto, è indice di quel mutamento di personalità (ammesso che lo sia realmente), oltre che di idee, di cui si parlava.

Si tratta di cambiamenti comportamentali dovuti al cambiamento di pontificato (e, quindi, a presunti cambiamenti dottrinali in seno alla Chiesa) oppure erano già cose che bollivano in pentola da tempo; soprattutto, cui prodest? In realtà, probabilmente, un misto tra le due cose, cioè poco coraggio nell’affrontare un tema così scottante per la società occidentale unito al vivere in un’epoca apparentemente segnata dai vari cardinali Kasper e Marx, impegnati a pontificare in ogni dove su problemi inesistenti, come le (mai esistite e che mai esisteranno, proprio in virtù del loro stato conclamato di pubblico scandalo che è ostacolo spirituale naturale) coppie di divorziati “risposati” o conviventi che vogliono tornare a ricevere la Santa Comunione, dove il Pontefice romano è (solo apparentemente) schierato con questa ala progressista, quando non ultra-progressista quando non apertamente eretica, della Chiesa, quando c’è un inquietante disinteresse verso la Santa Dottrina da parte anche di alcuni consacrati (figuriamoci, quindi, dei fedeli laici!)? E’ sempre il solito, classico, problema del clientelismo cattolico e del carrierismo, per cui esistono vere e proprie sacche di potere clericale che non solo fanno pressioni, cercando di trascinare la Chiesa sul proprio carrozzone per i propri interessi che non sono, spesso, neppure vagamente cattolici, ma anche che decidono loro chi diviene vescovo e chi no, chi diviene cardinale e chi no. Chiariamoci, non è che il Pontefice viene tagliato fuori da queste decisioni e che non abbia alcun potere in merito; solo, i candidati, da ratificare o meno, li propongono loro (anche perché il Papa non può, certamente, conoscere tutti i sacerdoti del mondo). E questo non da adesso, ma da sempre. Quindi, in realtà quella del card. Dolan non è nemmeno cattiveria: è scarsità di coraggio unita a simili spinte, perfettamente mondane. D’altra parte, già in passato, nonostante tutto, il porporato aveva dato prova di non spendere una parola contro coloro che pretendono di rimanere gay (quindi, omosessuali che continuano ad avere rapporti omoerotici e premono perché la Chiesa e la società accreditino loro fantomatici “diritti” che tali non sono) e di continuare ad accostarsi ai sacramenti; quindi, ciò che è accaduto non è altro che la fase finale di quella sindrome, cioè il politicamente corretto in salsa ecclesiale, che purtroppo ammorba diversi prelati (situati anche molto in alto) e che, in diversi casi, porta alla confusione ed alla discordia su argomenti che, invece, di suo sono chiarissimi. Questi moti “rivoluzionari”, che di rivoluzionario non hanno niente, questo manifesto mutismo che porta a non prendere posizione ed a favorire, in questo modo, i nemici di Dio e della Sua Sposa, porta soltanto a domandarsi : ma una pastorale rettamente intesa, cioè il guidare gli uomini al Signore tramite la Sua Chiesa, in tutto questo dov’è? Soprattutto, dov’è la custodia, la difesa e la propaganda della Santa Dottrina?

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Se questo è giornalismo

Oggi volevo continuare con la “trilogia del martirio”, ma nuovi ed importanti fatti meritano di essere esaminati e criticati nel dettaglio. Sto parlando del vergognoso, oltreché illegale ed immorale, tentativo di un famoso giornale nazionale (di cui non riporto il nome per non fargli pubblicità che non merita) di screditare la Chiesa gettando fango sui cattolici con l’ausilio di “false” Confessioni e con il supporto di pretenziosi (e venefici) interventi, tutti volti a mostrare la Sposa del Cristo come un’istituzione arcaica e confusa che deve aggiornarsi come vogliono loro. Spero però di essere perdonato se, prima di affrontare questo discorso, farò un paio di premesse.

Anzitutto, purtroppo è vero che una percentuale consistente (non dico la maggior parte, ma un numero affatto irrilevante sì) dei sacerdoti, dei vescovi e, più in generale, del clero cattolico ha delle proprie idee riguardo quali parti, se e quando seguire la Santa Dottrina, idee che spesso sfociano nell’aperta eresia e nello scisma (come dimostrano i fatti e le richieste delle purulente Conferenze Episcopali d’Oltralpe). Quindi non mi scandalizzo affatto se certi sacerdoti danno nel confessionale consigli ambigui o, nel migliore dei casi, risibili: sono figli dei seminari post sessantottini, in cui il protestantesimo viene presentato come il culmine della perfezione cristiana a cui aspirare, in cui i sacramenti e la Santa Dottrina sono dei meri accessori della salvezza (se non delle mere scocciature da abolire il prima possibile) e, magari, che sia anche una sciocchezza da poco credere o meno nella reale esistenza del Cristo. Non è colpa loro, è colpa di chi doveva vigilare e tirarli su nel modo migliore, e diciamocelo francamente non è neanche colpa del Concilio Vaticano II: la diffusione di pensieri e concetti eterodossi (se non per niente cattolici, o persino dichiaratamente anticristici) tra i ministri ordinati non è iniziata nel 1963, bensì proviene da eresie ed eretici mai sopiti e che covavano sotto le ceneri, talvolta nemmeno troppo ben mimetizzati all’interno della stessa Sposa del Cristo, aspettando il momento propizio non solo per mostrarsi a viso aperto ma anche per poter finalmente, dopo anni se non decenni di sotterfugi, prendere il potere nella Chiesa, anche contro l’espressa volontà dei Papi. E se i ministri ordinati in quanto ad amor di Dio e zelo apostolico non se la passano (nel complesso) bene, figuriamoci i laici: peggio che andar di notte.

In secundis, è chiaro che non si può chiedere a chi nasce tondo di morire quadrato: sto parlando di buona parte dei giornalisti italiani. Gente che, con poche lodevolissime eccezioni, ha passato gli ultimi anni non a condurre inchieste e a riportare i fatti, insomma a svolgere il servizio d’informazione che dovrebbero effettuare per lavoro, bensì a spargere veleno ed interpretazioni dei fatti, non solo contro la Chiesa ma anche contro politici di schieramenti “non graditi”, quando non apertamente odiati. Gente che non lasciava le opinioni agli editoriali ed ai commenti di (a volte presunti, nel migliore dei casi di parte) esperti, o che perlomeno aveva la buona creanza di celarle nell’esposizione degli articoli, macché: partigiani che si trastullavano nel mettere in ridicolo gli oppositori politici, religiosi e sociali, obbedendo alle direttive di questo e quel partito, con l’appoggio neppure troppo nascosto di esponenti e personaggi pubblici appartenenti a determinati schieramenti politici. E se pensate che io stia pensando anche a quotidiani come “Il Fatto Quotidiano” e a quelli del gruppo “L’Espresso” non vi sbagliate, perché è esattamente così.

Fatte queste premesse, però, ora si è realmente toccato il fondo: chiariamoci, non è una novità il dileggio della Chiesa e, soprattutto, dei Suoi ministri e dei Suoi sacramenti, “false” Confessioni sono state riportate anche altrove ed in altri Paesi e l’uso della macchina del fango mediatico per i propri scopi è ormai uno schifoso vizio incancrenito un po’ ovunque; ma ciò non toglie che si tratti di una vigliacca e fasulla operazione commerciale, utile da una parte a vendere più copie dei propri “quotidiani” (dato che non riportano notizie bensì opinioni, non vedo perché non virgolettare questo termine) e dall’altra a propagandare le false e bugiarde idee dei propri protettori politici, religiosi (o irreligiosi che dir si voglia) e sociali. Sto parlando, ovviamente, delle oscene “false” Confessioni pubblicate su quel famoso giornale nazionale che accennavo prima. Lo “schieramento” delle pagine contenenti questa “inchiesta”, che di inchiesta giornalistica non ha nulla ma soltanto della più becera propaganda anticattolica, si presentava così: prima una pagina con le solite sviolinate al Pontefice ed alle sue (vere o presunte) riforme, con commento velenoso e fintamente pietistico (quando non apertamente aggressivo) al fianco, poi “falsa” Confessione nella pagina dopo con, ovviamente, altro commento velenoso, quale quello di un divorziato “risposato” ad esempio. Tralasciando il fatto che io, anche cercandole col lanternino, queste file di gay, di divorziati “risposati” e di conviventi che, poveri piccini, vorrebbero ma non possono accedere alla Santa Comunione, e che pertanto sono costretti ad attendere fuori gementi in attesa che la Chiesa cattiva cattiva apra, oltre alle braccia, pure le gambe, non le ho mai viste, tanto da farmi credere fortemente che non si trattino di un “problema” reale (e non lo sono, dato che la Santa Dottrina è chiarissima in merito) ma soltanto di un escamotage politico di una certa parte, progressista quando non apertamente protestante ed eretica, che martella sia all’interno che all’esterno della Sposa del Cristo, ma in ogni caso come si fa non solo a dare credito a costoro, che non vogliono adeguare sé stessi alla Chiesa ma adeguare la Chiesa a sé stessi nel timore che questa abbia ragione sul loro conto, ma anche a cadere così in basso da pubblicare delle “false” Confessioni per cercare di denigrare i cattolici? A parte il fatto che potrebbe tutto essere tranquillamente falso per quanto ne sappiamo, dato che il sacerdote non può (per ovvi motivi) violare a sua volta il segreto confessionale, ma quanto bisogna essere squallidi per usare questi mezzucci per cercare di dare contro alla Chiesa? Quanto bisogna essere vili per scendere così in basso?

Ormai svanita la possibilità di argomentare le proprie posizioni anticristiche (argomentazioni per loro stessa natura irrazionali, dato che rifiutando Dio si finisce col rifiutare la logica; ma non è questa la sede per discuterne), i soliti laicisti della domenica si riducono sulle solite posizioni: il sacrilegio e la blasfemia. Non voglio affatto, ora, mettermi a fare paragoni con l’Islam (e, soprattutto, esponendo perché tali “giornalisti” non avrebbero mai osato trattare questi ultimi come fanno coi cattolici): sono sempre forme di populismo e di vittimismo che non mi appartengono. Però, è un fatto che quando si tratta di dare addosso alla Cattolica nessuno si senta mai in dovere di chiedere scusa, di ammetter i propri errori: dalla giornalista cattolica (“adulta”, è chiaro) che ha condotto le “finte” (che finte non sono, bensì sacrileghe) Confessioni al suo capo che l’ha spinta a compiere questo schifo, tutti si sono sentiti in dovere di difendersi, ma nessuno ha voluto scusarsi, nemmeno ipocritamente come solo i laicisti sanno fare.

E questo mi spinge a chiedere: fino a quando dovremo tollerare tutto ciò? Soprattutto, fino a quando i vertici della Chiesa taceranno riguardo a questi avvenimenti? E’ avvenuto un sacrilegio in piena regola, con l’aggravante dell’impugnare la Verità rivelata contro la Sposa del Cristo, però nessuno ha osato parlare, ad eccezione dell’encomiabile card. Caffarra; è questa la concezione di misericordia oggi imperante, un buonismo senza se e senza ma che non osa opporsi neppure alle offese più dirette e palesi a Nostro Signore?

Dobbiamo smetterla di comportarci da agnellini: dobbiamo prendere e cominciare a protestare, anche e sopratutto in sede legale. Deve essere, certamente, comunicato a tutti i coinvolti (anche e soprattutto alla giornalista responsabile , che si vanta di essere “cattolica adulta”) che sono scomunicati latae sententiae, però questo da solo non basta: devono essere denunciati per un procedimento penale per diffamazione, oltraggio al pubblico pudore e vilipendio alla religione, nonché all’Ordine dei Giornalisti per violazione del codice deontologico. A questa gente, mettendo da parte coloro che scambiano l’assenza di testicoli per mitezza e per misericordia l’assenza di fede, non deve essere permesso di offendere Nostro Signore impunemente: perché, se noi cattolici dobbiamo perdonare le offese dirette a noi, non dobbiamo per questo scusare quelle rivolte al Cristo

I troll e Goebbels

Chiunque frequenti o visiti siti internet di matrice cattolica conosce sicuramente il problema del trolling, cioè dei post offensivi pubblicati da utenti contro i cattolici, al solo scopo di infastidire, molestare o allontanare la conversazione dall’argomento dell’articolo (spesso scomodo per lorsignori), oppure più semplicemente di propagandare idee e dottrine dichiaratamente anticristiche se non proprio blasfeme proprio in “casa al nemico”. In ogni caso, la frequenza e la sovrabbondanza di questi commenti, spesso ad opera di personaggi con più nickname e privi di ogni scrupolo, in alcuni casi probabilmente persino pagati da certe forze anticristiane (che poco hanno da invidiare a quelle antisemite), ha ormai raggiunto livelli allarmanti.

Per capire l’entità e le origini di questo fenomeno, ritengo utile osservare cosa Goebbels, ministro della Propaganda di Hitler, fosse necessario fare per aumentare il consenso: il segreto non è tanto essere effettivamente in tanti a volere una cosa, bensì bisogna far credere di essere in tanti, soprattutto allo scopo di far crollare le incertezze degli indecisi e fargli aderire alla vulgata corrente. Questa tattica permette di conseguire un duplice scopo: piegare gli indecisi alla propria dottrina, mostrando come questa sia ormai predominante e, in definitiva, “giusta”, e contemporaneamente seminare discordia tra le fila della parte avversa riguardo i modi per contrastare questi velenosi attacchi.

Il troll sui siti cattolici spesso adotta, involontariamente o meno, questa strategia in modo profuso e generoso, cioè postando un fiume di commenti diversi con nickname diversi su siti diversi, per dare modo al lettore occasionale, privo dei sistemi di controllo degli amministratori (spesso gestiti anche in modo fin troppo lassista) ed incapace di verificare quindi che a nomi diversi corrisponde lo stesso indirizzo IP (e quindi la stessa persona reale), di credere di essere una minoranza impotente in un mondo che tenta con tutte le sue forze di schiacciarlo.

A mio avviso, i troll peggiori e più virulenti sono i finti moderati: personaggi falsi ed untuosi, che dichiarano che vogliono venire sui siti “della parte avversa” con lo scopo di imparare qualcosa di più sulla dottrina cattolica (di cui, in ogni caso, sono perfettamente e felicemente ignoranti) ma che in realtà vogliono solo provocare, minacciare e “convertire” i propri avversari alla loro crassa ignoranza ed alla disperazione (vera o presunta) del loro mondo senza Dio e, soprattutto, senza Chiesa. Questi elementi sono, a mio avviso, i più disgustosi in assoluto, perché ipocriti ma tranquillamente accusanti gli altri di ipocrisia, puritani che accusano i cattolici di puritanesimo, sepolcri imbiancati che dichiarano di essere a favore della libertà di espressione quando, gira e rigira, questa si traduce solo nella libertà di pensarla come loro. Se fossero vissuti cinquecento anni fa sarebbero stati i primi a bruciare povere donne accusandole di stregoneria, altro che i veri inquisitori; di questo sono ben consapevoli, anche se non gliene importa niente e, ipocritamente, scagliano sassi contro i cristiani accusandoli di tutte le nefandezze di questo mondo, nefandezze che spesso coloro che ammirano e sostengono hanno causato e che non si fanno alcuno scrupolo di esaltare.

Il problema più grande del trolling, in ogni caso, è che non soltanto cerca di mostrare ai cristiani quanto siano schiacciati dal peso dell’opinione pubblica (quando, in realtà, credo che la metà dei messaggi anticristiani reperibili sui siti cattolici o anticattolici più in vista sia attribuibile al massimo ad una decina di persone o poco più), bensì provocare i seguaci del Cristo alla risposta, a quello che gli anglofoni chiamano to feed the troll, nutrire il troll; cioè scatenare commenti e conversazioni infuocati, o flames, in risposta proprio alle deliranti osservazioni del personaggio che ha scatenato la polemica, al solo scopo poi di urlare all’ “inciviltà”, alla “violenza” ed alla “censura” dei cristiani nei confronti dei veri incivili, violenti e censori. Lo confesso, anch’io talvolta ho partecipato a questi flames, spesso perché non c’è una vera alternativa ad essi per contrastare gli sciagurati che li scatenano: i controlli, vuoi per un mal posto senso di misericordia (che affonda le sue radici in Vaticano, è bene che si sappia), vuoi per oggettiva mancanza tecnica o imperizia degli amministratori del sito stesso, a volte sono così scarsi, assenti o persino contraddittori da favorire il fiorire delle tesi più anticristiche, blasfeme talvolta, proprio sui siti che dovrebbero invece diffondere l’ortodossia e difendere la bellezza della Fede. Di questo non si può che rattristarsi ed auspicare il superamento del complesso dei “poveri agnellini” anche in questi frangenti, ché non si fa un buon servizio alla Verità (e, di conseguenza, alla carità) obbligando i lettori a rispondere alle provocazioni dei molestatori e dei bestemmiatori, quando basterebbe rendersi conto che si tratti di veri e propri personaggi untuosi, propagandisti di tutto ciò che è in contrasto con la Santa Chiesa e violenti, meritevoli soltanto di una cosa: il blocco dell’utenza e la segnalazione ai loro provider quali “persone non gradite” sul proprio sito.

Le bestemmie di Cameron

Sono cronaca di un paio di giorni fa le tremende esternazioni di David Cameron, il primo ministro britannico, in una sua dichiarazione alla CBS riguardo alla “libertà di blasfemia”. Cameron così si è espresso, riguardo al discorso del Pontefice inerente la necessità, talvolta, di alzare dei metaforici pugni contro coloro che dileggiano il Nazareno e, più in generale, le religioni:

“Io sono un cristiano, se qualcuno dice qualcosa di offensivo su Gesù, io posso trovarlo offensivo, ma in una società libera non ho il diritto di sfogare la mia vendetta contro di lui”.

e ancora, per rincarare la dose:

“Credo che in una società libera vi sia il diritto di causare un’offesa alla religione altrui”.

Da un certo punto di vista è vero, ha ragione: per il cristiano non esiste un diritto alla vendetta r il prossimo per aver offeso Dio. In fondo, durante la Passione, il Cristo ha ricevuto ogni genere di insulti, di sputi, di percosse: dalla canna in mano a mo’ di scettro fino alla corona di spine, dalle offese (vere e proprie bestemmie, perché rivolte proprio a colui che è Dio) alle percosse vere e proprie, sino all’innalzamento sulla pena più umiliante di tutti i tempi: la croce. Che sarebbe, infine, divenuta il trono ed il simbolo del suo trionfo: quell’antico simbolo di distruzione dell’individuo, inventato dai persiani proprio per assicurare non solo la morte del corpo ma anche dell’anima (la quale sarebbe stata condannata a vagare per sempre senza riposo), adottato dai romani come la pena più infamante di tutte, quella destinata agli schiavi ed ai rivoltosi, alla fine si sarebbe trasformato nel simbolo di speranza e di unione che i cristiani oggi venerano. Dio, si sa, riesce a scrivere dritto anche sulle righe storte della storia. In ogni caso, però, il Nazareno non ha risposto allo scherno dei suoi aguzzini distruggendoli bensì elevando dalla croce il grido “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”.

Ma il fatto che io non debba vendicarmi rivolgendo le armi contro coloro che bestemmiano il Verbo incarnato non significa che simili aggressioni non siano atti di violenza, né che siano tollerabili o, peggio ancora, l’esercizio di un fasullo “diritto” (l’ennesimo) alla bestemmia. La bestemmia, a prescindere dal soggetto, è sempre una azione vergognosa, anzi è un’azione stupida: è stupida se ci credi nel soggetto della blasfemia (e Cameron dovrebbe crederci, essendo, almeno a parole, un cristiano), dato che sai che potresti ricevere la giusta mercede prima o poi e che Qualcuno te ne renderà conto; è doppiamente stupida se bestemmi colui in cui non credi, perché quelle offese sono dirette al nulla. Il fatto che io non creda ad Allah o a Zeus o a Shiva, ritenendoli “dei falsi e bugiardi”, non significa che senta la necessità di insultarli; al contrario, mi sentirei piuttosto stupido nel farlo.

Pertanto, in nessuna società deve esistere un “diritto” alla blasfemia, verso nessuna divinità: perché è un atto intrinsecamente violento e, comunque la si voglia mettere, stupido. Purtroppo, viviamo in una società che ha fatto dell’elogio dell’idiozia e del relativismo la sua raison d’etre; relativismo che non è semplicemente un giudizio di neutralità assoluta (e già questo è sbagliato), ma che è anche ormai una palese forma di denigrazione e di assalto verso chiunque affermi di conoscere la verità.

Il “diritto alla blasfemia” esiste solo nella mente di coloro che, come Cameron, vivono perfettamente inseriti in questo contesto di repulsione verso tutto ciò che è vero e buono, religioso nella sua accezione più alta; ecco quindi che il cristiano primo ministro inglese, dimostrazione vivente anche della deriva immorale e, paradossalmente, anticristica che la secolarizzazione ha fatto prendere alla confessione anglicana, può tranquillamente, da bravo relativista, sentirsi a posto con la coscienza dichiarando di sentirsi semplicemente “offeso” dalla bestemmia contro Colui che dovrebbe essere il suo solo Signore (altro che la regina Elisabetta II) e contemporaneamente difendere il “diritto” a bestemmiare, passando anche come un eroe presso le frange più secolarizzate della società britannica di cui è il premier. Insomma, il suo pensiero è l’espressione di un relativismo intollerante ed ubiquitario, che riesce ad unire ed a far coesistere in una sola persona assunti diametralmente opposti tra loro. Un vero e proprio bis-pensiero orwelliano, in cui si può credere in una cosa (“la bestemmia mi offende”) ed in una esattamente contraria (“la bestemmia è un diritto”, quindi una cosa buona) allo stesso tempo, senza sentirsi minimamente in imbarazzo o illogici ma, anzi, esaltati dall’approvazione popolare.

Pertanto, caro ministro Cameron, no, non esiste alcun diritto alla blasfemia: e non esiste proprio in virtù di ciò che ha fatto il Cristo. Non esiste neppure verso le divinità adorate dalle altre religioni, perché chi fa ciò dimostra la sua somma stoltezza; a maggior ragione quelle verso il Verbo incarnato, unico vero Dio. Come diceva san Tommaso d’Aquino “il fatto che noi dobbiamo sopportare le offese, non significa che dobbiamo tollerare quelle rivolte a Nostro Signore”.